Una spiegazione della vetrata all’ingresso della nostra Chiesa

Nella visione apocalittica dell’architettura della città di Dio, della Gerusalemme celeste, si legge la concezione della società alternativa prevista dal Signore.

“L’estetica della città di Dio è come quella di una città ebraica, con dodici porte che recano i nomi delle dodici tribù di Israele (cf. Ez 48,30-34), la cui continuazione si ha nei nomi dei dodici apostoli dell’Agnello, incisi sui basamenti delle mura. Ma è aperta ai popoli di Dio (al plurale!), quindi a tutti gli umani che non rientrano nei criteri di esclusione dei due cataloghi dei vizi elencati in Ap 21,8.27 […]. In quanto tali, essi sono inscritti nel Libro della vita (Ap 21,27), sono quindi, in analogia agli elenchi dei cittadini delle città, membri a pieno titolo della città di Dio, la quale ha perciò una impronta multietnica dietro la tradizionale facciata ebraica.”Sulla rivista Concilium, il teologo Martin Ebner legge nella dettagliata visione apocalittica dell’architettura della città di Dio che scende dal cielo sulla terra (Ap 21,1–22,5) la concezione della società alternativa prevista da Dio. La città apocalittica si differenza dalle città greche, in cui una rete stradale ortogonale incorpora templi, edifici pubblici e piazze, e da quelle romane, dove le vie principali, il cardo e il decumano, conducono all’altezza del loro incrocio al foro, che inscena i poteri religioso (tempio), politico e giuridico (campidoglio e basilica).La rete stradale della città di Dio, che ha una pianta quadrata, si sviluppa dalle tre porte presenti su ogni lato di 2.200 km, con due terne di strade principali che si incrociano formando sedici quartieri. Le vie non conducono a un’architettonica centralizzazione del potere, ma sono arterie vitali per gli abitanti: invece di colonnati e negozi, sono fiancheggiate da alberi da frutta, piantati lungo le rive di fiumi d’acqua limpida. Tutto è a disposizione dei cittadini, che, con un’esplosiva provocazione socio-politica, sono tutti uguali: non c’è rango, non c’è etnia. L’enorme superficie di quasi cinque milioni di km quadrati della Nuova Gerusalemme andrà a coprire l’intera estensione dell’Impero romano e si sostituirà a esso.“La città ha anche 2.200 km di altezza (Ap 21,16): si tratta quindi di una città cubica quasi surreale. Così, la città di Dio […], sullo sfondo dell’ebraismo religioso, è anche una provocazione grandiosa: perché di per sé la forma del cubo è riservata al Santo dei santi nel tempio (1 Re 6,20; 2 Cr 3,8), in cui solo al sommo sacerdote è permesso entrare un’unica volta all’anno sotto le più elevate precauzioni liturgiche (Lv 16,12-17). Ora diventa chiaro perché non si scorge alcun tempio nella città di Dio (Ap 22,1): la città stessa è il Santo dei santi del tempio! E tutti i cittadini di questa città si muovono all’interno di questo spazio. Si potrebbe anche dire: la città di Dio, secondo Ap 21s., è una città senza un centro di culto, ma piena di persone-sacerdoti alla presenza di Dio.”Le strade sono di oro puro, le mura degli edifici di diaspro, le porte di perle (Ap 21,18-21): ciò che sulla Terra ha reso ricchi i grandi mercanti è ora accessibile a tutti gli abitanti, che sono allo stesso tempo servi, davanti a Dio, e re, avendo accesso al regno di Dio vivendo secondo la sua volontà (22,3-5). Non essendovi alcuna gerarchia né religiosa né sociale, tutti regnano come re senza essere dominati. La città di Dio è una “signoria dei servi”.“La descrizione della città di Dio in Ap 21s. concretizza il «regno di Dio» come città: una città dunque che sostituisce il regno (l’Impero) dei romani. Allo stesso tempo, la metafora, ancorata tradizionalmente nella Bibbia ed empiricamente basata sulle monarchie orientali o ellenistiche, viene trasferita dal regno di Dio al mondo immaginativo della cultura urbana. Su questa base si avanza una critica provocatoria sia della struttura del dominio romano […], sia dell’ordine sociale forgiato da Roma. Insomma, quanto alla descrizione dell’architettura e delle interazioni sociali, la città divina di Ap 21s. insinua un ordine sociale cambiato, che è interamente in linea con Gal 3,28 [«Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo e donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»].”

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