Il numero di Kérygma di questo mese si occupa della missione: la missione
non solo come scelta di vita di un religioso, che scopre un modo diverso di
vivere la fede stando a contatto con i più poveri del Congo nelle famose
baraccopoli, ma anche la missione come esperienza di due ragazzi della
nostra età che quest’estate hanno fatto “una vacanza inusuale”, se così si
può chiamare.
Uno di loro è Raffaele, della nostra parrocchia, che è andato
in una missione in Etiopia; l’altro è Davide, della parrocchia di San Carlo
di San Giuliano Milanese, che si è recato invece in un seminario in Angola.
Due giovani che non si conoscono ma che sono accomunati dalla voglia di
vivere l’esperienza della missione in Africa; ma allo stesso tempo due
giovani con destinazioni diverse e soprattutto con fini differenti: il primo
è stato accompagnato da giovani del posto per essere meglio integrato nelle
realtà che ha potuto incontrare, come quella dell’ospedale, mentre l’altro
era in seminario per costruire un impianto elettrico.
Due modi diversi di
fare missione, due modi diversi per cercare di capire che cos’è l’Africa,
due modi diversi per arrivare a comprendere che niente di quello che fai,
che cerchi di cambiare sarà mai abbastanza per quello che invece ricevi
dall’Africa.
Questo numero si conclude infine con un articolo dell’Espresso del 21 Agosto 2003, riguardo i missionari nel mondo, le loro congregazioni, le loro opere e soprattutto i loro martiri.
Ilaria
Ogni sacerdote, ogni uomo di fede ha una propria missione, una propria vocazione nell’annunciare e nel predicare la parola del Signore.
La storia di Padre Alex Zanotelli è una delle tante storie di preti, religiosi o laici che in nome del Signore fanno della loro vita una missione.
Lui scelse, dal 1990, la missione a Korogocho, una delle peggiori
baraccopoli di Nairobi, Congo, dove la gente vive ammassata in così poco
spazio, dove le baracche non sono di proprietà degli stessi baraccati, dove
anche qui, tra gli ultimi, c’è chi viene emarginato, chi lavora nelle
discariche e vive tra i rifiuti, i malati di AIDS, i ragazzi di strada
costretti alla prostituzione per sopravvivere.
L’unico servizio dello stato
offerto è l’acqua, riveduta a prezzi maggiorati dagli stessi abitanti:
speculazione su speculazione.
Dobbiamo poi tenere presente che davanti a
questa sofferenza vi è una vera ostentazione di ricchezza: a tre chilometri
di distanza dalla baraccopoli c’è una delle zone più ricche di Nairobi con
ville da favola.
Fare missione vuol dire allora scendere tra gli ultimi, tra i poveri e condividere con loro la sofferenza e poter dire a questa gente che anche per loro Dio è Padre, che è il loro Dio.
Per Padre Alex qui è iniziato una nuova vita di sacerdote, una nuovo
battesimo: “rimetti in discussione tutto, il tuo stile di vita, la tua
visione, rimetti in discussione il tuo modo di interpretare la realtà,
rimetti in discussione la tua teologia, la morale che hai studiato.[…] Mi ha
fatto riscoprire qualcosa di grande: la dimensione dello spezzare il pane,
di essere prete. […]
Quando devi diventare pane per la gente, quando tu devi
essere radicalmente disponibile per gli altri, quando non hai più vita
privata, quando non ti appartieni più, ma appartieni alla gente in queste
drammatiche situazioni umane, allora incominci a capire cosa vuol dire
essere prete.
Significa dare la vita, buttarla, e allora va in crisi un tipo
di prete e sono rinato dal di dentro, per cui l’Eucarestia non è più fare
Messa per gli altri, ma diventi tu stesso Eucaristia, pane spezzato per chi
soffre, per i più poveri.”
E’ in questa nuova dimensione che incominci a essere felice e grato per
le persone che hai incontrato, che hai potuto assistere, che hai potuto in
qualche piccolo modo aiutare.
Ma la missione riesce a donarti di più di
tutto quello che puoi dare: “Korogocho mi ha insegnato che Dio ha il volto
più di una madre che di un padre. […]
Forse davvero Dio non è l’Onnipotente
che pensiamo noi, ma è Colui che cammina con noi, Colui che genera,ma
generando si autolimita, perché ci ha generato con la sua piena libertà. […]
Dio ci vuole felici. Ed ecco il cuore di questa esperienza : è davvero
aiutando i poveri a guarire, a rimettersi in piedi , penso che aiuto anche
Dio ad essere felice.”
Chi torna da una missione, dall’Africa la prima cosa che racconta è la
felicità delle persone che incontra, che nonostante vivano in miseria, in
pura povertà sono felici.: “Ecco perché a Korogocho, nonostante tutti i
problemi, balliamo e danziamo.
Danziamo soprattutto durante le celebrazioni
domenicali in cui si ritrovano le trentasei piccole comunità cristiane che
celebrano il Dio della vita in una liturgia che abbiamo tentato di inculturare il più possibile in un contesto anche se molto complesso per
proclamare questo senso di profondo liberazione: che Dio è Dio che cammina
con i poveri, con gli ultimi e che vuole la libertà, che vuole la dignità,
che vuole che questa gente si rimetta in piedi.”
“Torneremo!…è una promessa” sussurra con gli occhi lucidi Federica, 35
anni di Udine, “Tornate, vi aspettiamo!” è l’imperativo di Musè, 18 anni, di
Addis Abeba, nel poco italiano imparato in tre settimane.
Bole, il
modernissimo aeroporto della capitale etiope, è lo scenario di un
arrivederci carico di nostalgia, ricordi, voglia di costruire insieme….
Abbracci commossi suggellano l’amicizia speciale costruita in tre settimane
fra noi (13 ragazzi italiani ) e 10 ragazzi etiopi con i quali abbiamo
condiviso l’esperienza di un campo di conoscenza e di lavoro svoltosi in
Etiopia dal 4 al 25 Agosto.
Il desiderio di conoscere personalmente l’Africa vivendola insieme ai suoi abitanti, un desiderio maturato e cresciuto soprattutto negli ultimi anni, accompagnato e verificato lungo tutto l’anno scorso dal Laboratorio di Pastorale Giovanile (“Missionarietà e Intercultura” promosso dalla Diocesi di Milano) è finalmente diventato un’esperienza concreta quest’estate!
Alla partenza, di certo e sicuro c’era ben poco.
Nessuno di noi riusciva
ad elaborare delle aspettative, ci univa una gran voglia di conoscere, di
metterci in gioco, forse l’esigenza di andare oltre a noi stessi, rivolgendo
l’attenzione ad un mondo spesso dimenticato.
Ad accoglierci l’intera comunità cattolica di Addis Abeba, a farci sentire come a casa le 12 famiglie che per i primi tre giorni ci hanno ospitato, con tutto quello che potevano, nelle loro modeste dimore.
E’ stato un susseguirsi di intense emozioni dal primo passo mosso all’uscita dell’aeroporto, dove una brezza ed una leggera pioggerella ci ha colti tutti di sorpresa (anche se lì, Agosto, è la stagione delle piogge e Addis Abeba si trova su un altipiano alto circa 2500 mt.), al caloroso abbraccio dei ragazzi e dei sacerdoti etiopi, gesto che faceva trasparire la gioia di un incontro da lungo atteso…
I tre giorni vissuti nella capitale, ci hanno dato modo di prendere
confidenza con un ambiente completamente diverso dal nostro abituale ed in
questo siamo stati vivamente aiutati dai ragazzi delle 10 parrocchie
cattoliche della città.
Camminando per le strade, la diffusa povertà è
sicuramente l’elemento caratterizzante….una povertà che non è nascosta e
neppure tenuta da parte, la povertà di chi davvero non ha niente, la povertà
non solo di qualche “barbone” ma di intere famiglie e tanti bambini che
scalzi camminano, corrono, aspettano, cercano, dormono per le strade e sulle
strade che qui non sono neanche asfaltate….un corpo, un tutt’uno con la
terra….
Il momento più difficile, il giorno prima di partire per le due missioni, è stato la visita presso l’ospedale delle “Sorelle di Madre Teresa di Calcutta” dove i pazienti sono i poveri dei poveri…qui non esistono pregiudizi o priorità: tutti sono accettati e a tutti viene prestata una cura…. lunghi corridoi ai quali muri erano appoggiati su entrambi i lati decine e decine di persone bisognose… grosse camerate dense di letti e di esseri umani in fin di vita..…ma non soli….
Immagini forse già viste e comunque note …ma esserci e con tutti e cinque i sensi….
All’indomani mattina con fiducia e speranza siamo partiti verso Wolisso,
villaggio a circa 150 km a sud di Addis Abeba per arrivare, attraversando
colline, prati, coltivazioni di banani, presso la missione che ci ha
ospitato per due settimane.
Subito le quattro suore (di cui una italiana)
con entusiasmo ci hanno accolto e messo a nostro agio.
Le attività svolte sono state principalmente tre:

…lasciare quel piccolo paradiso costituito dalle modeste strutture in muratura della missione ed immergersi nell’estrema povertà del villaggio…
…vedere uscire da case di fango e paglia i bambini con i quali si era trascorsa l’intera mattina e trovarseli in braccio in un attimo…essere scortati da un nuvolo di ragazzini festosi e cantanti in ogni singolo passo lungo le strade di fango…
…essere insieme a loro durante un momento comune della loro vita e così lontano dalla nostra quotidianità…
Raffaele
Forse non vi interessa o non ve ne frega niente ma questa estate ho avuto la fortuna di fare un’esperienza che non tutti possono fare per diversi motivi e siccome è stata un’esperienza importante per me, che mi ha fatto capire alcune cose, penso sia giusto condividere questi sentimenti con i miei amici che, guarda caso, siete voi.
Come alcuni di voi sapranno già dal 3 al 19 di Agosto sono stato in Africa, più precisamente in Angola, e anche se non sono tornato dalle vacanze abbronzato esternamente dentro più che abbronzato direi che sono scottato a vita.
Al di là di quello che ho fatto, non molto anche se c’è stato abbastanza
da lavorare, l’Angola a suo modo mi ha detto delle cose. A suo modo.
L’Angola e credo l’Africa in generale non ti sussurra le cose nell’orecchio,
non ti fa leggere tra le righe quello che vuole farti capire, te lo urla in
faccia e a volte mentre lo fa ti prende a pugni nello stomaco.
Innanzi tutti mi ha gridato un no secco a tutte le guerre, tutte.
Perché
già mi era difficile giustificare una guerra chiamandola guerra giusta,
guerra dura ma inevitabile, guerra per il bene della nazione e altre cose
simili, standomene comodamente seduto sul divano a guardare il telegiornale,
ma quando vedi con i tuoi occhi cosa lascia una guerra, tutte le guerre,
tutte queste giustificazioni perdono il loro debole valore.
L’Angola urla il
suo no alla guerra con le carcasse dei carrarmati ai bordi delle strade, con
le segnalazioni dei territori ancora non sminati, con i palazzi
semidistrutti dalle mitragliatrici e dalle cannonate che sembra debbano
venir giù da un momento all’altro ma ancora abitati, e soprattutto con tutte
le persone bambini donne e uomini costretti ad una vita senza gambe, gente
che si trascina per strada, gente che cammina con le scarpe alle mani, gente
che si può muovere solo grazie a dei tricicli con pedaliera manuale.
Poi mi ha urlato la profonda ingiustizia che esiste nel sistema economico
mondiale, un’ingiustizia profonda e talmente radicata da sembrare, a noi che
viviamo dalla parte sbagliata, normale.
Questo sistema condanna l’80% della
popolazione mondiale a vivere alla soglia della povertà per permettere al
restante 20% di vivere da ricchi.
Mi rendo conto che questi sono solo numeri
ma quando sei lì, quando l’Angola ti urla la sua assurdità nell’avere una
città come Luanda dove convivono a stretto contatto bianchi ricchi con le
loro maestose abitazioni e neri poveri con le loro baracche così, senza
motivo, senza separazioni, una villa, cento baracche, una strada, un hotel a
quattro stelle, spazzatura al bordo della strada e bambini che ci giocano
dentro, un altro po’ di baracche, una bella rotonda con tanto di aiuola al
centro, un quartiere residenziale, cartelloni della pubblicità, ragazzini
per strada che cercano di venderti qualsiasi cosa, baracche baracche
baracche, allora capisci che non sono solo numeri, non sono solo
statistiche, anche noi con la nostra ricchezza stiamo inevitabilmente
schiacciando qualcun altro nel fango e lo stiamo condannando alla povertà.
Andando a fare la spesa si può capire inoltre un'altra grande opportunità
che noi abbiamo, la possibilità di scegliere.
Perché se entri in uno dei
mini market tutti puliti ed imbiancati ad arte, con tanto di lettore di
codice a barre, mentre la strada che hai fatto per arrivarci non è neppure
asfaltata e piena di buche, e ti accorgi che una bottiglia d’acqua minerale
costa 3 dollari, e che tutto ciò che è commestibile costa una cifra
esorbitante ma ti è stranamente famigliare, e guardando meglio ti accorgi
che sono le stesse cose che trovi al tuo supermercato, le stesse marche,
allora capisci che boicottaggi, consumo intelligente, commercio equo e
solidale, non sono da seguire solo perché è di moda, perché ci fanno sentire
meglio con noi stessi, ma perché è un modo per aiutare concretamente questa
gente e soprattutto è un gesto di profonda giustizia, è giusto farlo, e
questo dovrebbe bastare.
Infine l’Angola mi ha detto un’ultima cosa, e questa me l’ha proprio gridata forte, si può vivere senza acqua corrente, si può vivere centellinando l’energia elettrica, si può vivere con due paia di pantaloni un paio di scarpe e tre magliette, si può vivere dormendo scomodi, si può anche vivere senza strade asfaltate, si può vivere senza tutte le comodità alle quali siamo troppo abituati, ma non si può assolutamente vivere senza la presenza attiva di alcune persone che rendono la tua vita una bella vita.
Queste sono le sensazioni che ho provato, almeno alcune, le più forti, mi
rendo perfettamente conto che per ciascuno di voi, che lo vogliate o no,
queste rimarranno solo parole, un sentito dire, me ne rendo conto perché è
stato così anche per me, perché per quanto puoi ascoltare i racconti di chi
c’è già stato ed immaginare quello che vedrai, essere lì e viverlo di
persona è diverso.
E’ veramente una cosa che resta, che ti rimane dentro
come un piccolo fastidio che non riesci a mandare via e, almeno nel mio
caso, che non vuoi mandare via, perché non è ancora passato un giorno da
quando sono tornato senza che pensassi a quello che ho visto e vissuto.
Davide
Da
“L’espresso” n. 34 del 21 agosto 2003ROMA – Carmen Nava e Clotilde Bonavia sono due suore missionarie.
Sono in
Liberia da trent’anni, a Buchanan. Nell’inferno della guerra civile fanno
funzionare un ambulatorio e una scuola, assieme a due frati cappuccini
dell’India.
“Non ce ne andremo da qui neanche se ci cacciano con i fucili”,
dicono via radio, mentre ottomila disperati trovano rifugio da loro.
Lelamur è un villaggio nell’Uganda del Nord. Una banda di ribelli dà
l’assalto alla missione cattolica e si porta via venti fedeli e tre
catechisti.
Ne dà notizia la Misna, Missionary Service News Agency, diretta
dal missionario italiano Giulio Albanese.
Carlo Buzzi è missionario in Bangladesh.
Per anni ha tirato avanti da
solo senza che nessuno si convertisse, ma adesso ci sono cinque famiglie
cattoliche e a Pasqua ha battezzato altri due bambini.
Una goccia in un mare
di musulmani.
Storie ordinarie di missione.
Balenano a fatica tra le notizie di
giornali e telegiornali.
Eppure hanno dietro di sé grandi numeri e
grandissimo impegno.
Di missionari e missionarie – preti, suore e semplici
volontari – l’Italia ne ha sul campo, fin nelle più sperdute regioni del
globo, più di 16.000.
E all’opposto di altri paesi cattolici, negli ultimi
decenni sono aumentati invece che diminuiti.
Il prossimo 5 ottobre Giovanni
Paolo II farà santo uno dei loro predecessori: Daniele Comboni, morto a Khartoum nel 1881, fondatore dei missionari comboniani.
Ma proprio sulla missionarietà è in corso nella Chiesa una grossa
disputa.
Per tutto settembre i comboniani, più di 1.800 in quattro
continenti, terranno un capitolo generale su che cosa vuol dire far missione
cristiana tra le genti.
E sarà battaglia in casa.
Il più celebre loro
confratello, ad esempio, Alex Zanotelli, è portatore di una interpretazione
molto netta.
L’ultimo suo gesto pubblico l’ha fatto il 2 agosto sulle Alpi,
sul ghiacciaio della Marmolada: una catena umana contro le multinazionali
che si accaparrano l’acqua, in testa la Vivendi e la Nestlé “che si è già
impadronita delle acque minerali Pejo”.
Tutta opposta la linea di Piero Gheddo, che non è comboniano ma del Pime, Pontificio istituto missioni
estere: “Quando tutto il lavoro missionario si concentra sulla fame nel
mondo e la protesta contro le multinazionali e la globalizzazione
capitalistica, mi chiedo: dov’è finito Gesù Cristo?
Perché la nostra
vocazione missionaria è trasmettere la fede in lui, l’unica ricchezza che
abbiamo”.
(…) Barba e capelli bianchi, padre Kizito comparve due anni fa in tv in
uno spot che incitava a devolvere alla Chiesa cattolica l’otto per mille del
reddito.
Opera in Kenya, Zambia e Sudan, tra bambini di strada, profughi Nuba e villaggi di capanne.
Ha aperto uno sportello per microcrediti alle
donne, sul modello della celebre Grameen Bank del musulmano bengalese
Muhammad Yunus e del Fondo per i poveri di un’altra missionaria cattolica di
spicco, suor Nancy Pereira, indiana.
Ma sempre con l’annuncio del Vangelo al
primissimo posto.
Ambulatorio, scuola, catechismo, battesimo: questa
continua a essere l’immagine vincente della missione cattolica nel mondo.
I LORO MARTIRI
Dal 1990, ogni fine anno, la congregazione vaticana De
Propaganda Fide, che sovrintende alle missioni, tiene il conto dei religiosi
caduti sul campo.
E non esita a chiamarli martiri, perché uccisi
testimoniando la fede.
In tredici anni la somma è di 659 caduti.
Nel 2002
sono stati 25: un vescovo, 18 sacerdoti, un frate, 2 suore, 2 seminaristi,
un laico consacrato.
Provenivano 14 dalle Americhe, 5 dall’Europa, 5
dall’Africa, uno dall’Asia.
La Colombia, con 11 vittime, è stato lo scorso
anno il paese più colpito.
Quattro sono stati uccisi alla fine della messa:
tra essi l’arcivescovo di Cali, Isaias Duarte Concino.
Un altro dei caduti è
stato padre Arley Arias garcia, presidente del tavolo di trattativa tra
guerriglieri e paramilitari.
Un altro ancora, padre Gabriel Arias Posadas,
vicario generale della diocesi di Armenia, l’hanno ammazzato mentre trattava
per la liberazione di un sequestrato.
In Congo, due sono morti per una bomba
scagliata contro la processione della domenica delle palme.
In Iraq, a
Baghdad, è stata uccisa da uomini armati penetrati in convento una monaca caldea, suor Cecilia.
Il cardinale Giacomo Biffi, in un’omelia nella
cattedrale di Bologna, commentando questo martirologio ha lamentato il
silenzio che lo circonda: “Non si è levata da noi alcuna protesta e non è
sfilato per le nostre strade nessun corteo”.
E questo anche per colpa dei
cristiani: “troppo paurosi, con una strana propensione alla resa e
all’assurda disponibilità a sacrificare al dialogo e all’accoglienza ogni
manifestazione e ogni segno della propria identità”.
Propaganda Fide tiene
anche il conteggio dei religiosi che in Cina sono privati della libertà.
Lo
scorso anno erano 33, tra i quali 13 vescovi.
Quanto ai missionari uccisi
quest’anno, ce n’è già una lista nutrita.
Le ultime vittime sono i comboniani Mario Mantovani, 84 anni, italiano, e Godfrey Kiryowa, 29 anni,
ugandese.
Il 14 agosto, nel nord dell’Uganda, sono stati colpiti a morte in
un’imboscata, non lontano dalla loro missione di Kanawat.
PER SAPERNE DI PIU’
L’enciclica di Giovanni Paolo II sulle missioni, del
1990:“Redemptoris Missio”
Sul rapporto tra la missione cristiana e le altre
religioni: Questioni disputate. Quale salvezza fuori dalla Chiesa
Le
maggiori riviste missionarie: Mondo e Missione. Del Pontificio istituto
missioni estere.
Popoli. Dei gesuiti.
Nigrizia. Dei comboniani.
Missione
Oggi. Dei saveriani.
Missioni Consolata. Delle Missioni Consolata.
L’ultimo
libro di padre Gheddo, su mezzo secolo di missioni cattoliche nel mondo:
Piero Gheddo, “La missione continua”, San Paolo