La parola “multiculturalità” ce l’abbiamo in bocca da anni, in tutte le
sue varianti: viviamo in una società multiculturale, mio figlio va in una
scuola multietnica, ecc. ecc.
Anche se ne conosciamo il significato, però, è
facile che ce ne sfugga il concetto profondo, l’ideologia nascosta che tanto
fa discutere mass-media e opinionisti; è una parola di cui non tutti colgono
le sfumature, preferendo incanalarla in poche e ben definite etichette, a
costo di semplificarla eccessivamente – e ci sono invece quelli che
impazziscono a voler chiamare “multiculturale” qualsiasi cosa.
Ribadiamo che Kérygma non ha la pretesa di risolvere, nel breve spazio di due pagine, questioni di portata mondiale su cui super-esperti si lambiccano il cervello da secoli: diamo spunti di riflessione, come si suol dire “la buttiamo lì” per invitarvi a riflettere e a non lasciarvi arrugginire.
Anche per quel che riguarda la multiculturalità, non siamo noi a poter
dire se è una parola senza senso o al contrario indispensabile al nostro
vivere.
Neppure possiamo giungere ad una conclusione sul grande
interrogativo odierno: come far convivere culture diverse?
E’ possibile una
convivenza pacifica o gli scontri sono inevitabili?
A voi il compito di farvi un’idea sulle correnti sociali che hanno portato il nostro mondo a scoprire la pluralità etnica, la “multiculturalità” appunto.
Come sempre con l’aiuto di altri punti di vista.
Laura
“Lo scontro delle civiltà” di Samuel Huntington: “
Per la prima volta nella storia il quadro politico mondiale appare al
contempo multipolare e suddiviso in più civiltà.
In questo nuovo mondo, la politica al livello locale è basata sul concetto
di etnia, quella al livello globale sul concetto di civiltà.
La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà.
In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non
saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi
caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti a entità
culturali diverse.”
Editoriale di A. Panebianco sul “Corriere della Sera”, 5 aprile 2004:
“In Italia spesso si confonde la multietnicità con il multiculturalismo.
Ma la multietnicità è un fatto, dovuto all’immigrazione.
Il multiculturalismo, invece, è il progetto di una società in cui le
divisioni culturali che contano siano difese dalla legge.
Quel progetto è incompatibile con i principi di una società liberale.
Il multiculturalismo è infatti uno dei tanti frutti del relativismo
culturale, dell’idea secondo cui tutte le tradizioni culturali, anche quelle
che, ad esempio, negano i principi di libertà individuale e di uguaglianza
giuridica, debbano trovare rispetto e protezione legale al pari della
nostra.”
Intervista a padre Javier Prades su “Tracce”, maggio 2004:
“Il concetto di una società multiculturale è equivoco.
Si può dubitare che ci sia mai stata una società multiculturale, nel senso
che alla sua base ci sia stata una pluralità di culture.
Quando oggi si parla di integrazione degli immigrati in una società con un
modello proprio si indica una direzione giusta.
La domanda che nasce è se c’è il soggetto sociale in grado di integrare
quelli che arrivano con una sensibilità culturale diversa.
Sarà soltanto una tradizione culturale viva, consapevole della sua identità,
a poter dire agli immigrati: ecco la cultura nella quale siete invitati a
integrarvi.”
Articolo del Presidente della Compagnia delle Opere e del Vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane su “Il Riformista”, 16 aprile 2004:
Gli interessi di parte, anche quando vengono chiamati diritti, vengono
fatti valere più del bene comune.
Ed è evidente che senza la tensione di ciascuno al Bene, non si può
costruire il bene comune.
Viviamo in un mondo caratterizzato da un deficit di fiducia, di solidarietà,
di condivisione del bene comune.
Ma, soprattutto, è evidente un deficit di identità, cui si ricollega il
dramma culturale della nostra epoca: la difficoltà di appartenere.”
Buongiorno a tutti, rispondo stimolato dall’importanza del tema che avete sollevato nello scorso numero di Kérygma, per contribuire nel mio piccolo al dibattito, e per farvi i complimenti e ringraziarvi di questo interessante spazio di riflessione.
Cercherò di spiegare perché dissento totalmente da quasi tutti i
commentatori che avete citato.
Innanzitutto trovo sbagliata l’idea che
‘culture’ diverse abbiano difficoltà a convivere e anzi addirittura generino
inevitabilmente scontri, conflitti, guerre.
E’ falso storicamente, dato che la costruzione del patrimonio di civiltà
mondiale è avvenuta proprio grazie all’apporto e allo scambio continuo di
tutte le numerosissime differenti ‘culture’.
Ma è falso anche oggi, ove
vediamo ovunque la pacifica e serena convivenza di milioni di persone di
diverse radici, un po’ in ogni parte del mondo.
La diversità casomai genera
un’immensa ricchezza umana, spirituale e culturale.
Certamente ogni convivenza è problematica, richiede coraggio, pazienza,
ascolto, comprensione, e le differenze culturali a volte generano delle
difficoltà, delle incomprensioni.
Ma esse sono sempre superabili, dipende
dal modo in cui vengono affrontate, cioè con o senza violenza.
Vorrei invece suggerire un’altra chiave di lettura per ciò che è accaduto, e continua ad accadere, laddove si verificano guerre tra popoli, o scontri tra persone di diversa matrice culturale.
Il problema secondo me paradossalmente non è affatto culturale, bensì squisitamente antropologico, ovvero riguarda la natura dell’uomo.
Dobbiamo tenere sempre presente che gli uomini non si scontrano perché
diversi, ma perché vogliono tenere per sé la ricchezza, il benessere, il
potere, il dominio.
E anche perché non vogliono mai riconoscere di avere
torto, di essersi sbagliati.
E per fare ciò prevaricano gli altri con la
violenza.
L’egoismo e l’avidità generano i conflitti di ogni tipo.
Ma per mascherare i veri motivi poi gli uomini si nascondono dietro tanti alibi, ma soprattutto quello della diversità: di idee, di religione, di tradizioni, di mentalità.
E’ possibile rintracciare le vere motivazioni in ogni guerra in giro per
la Terra, negli scontri per il dominio del petrolio, dei diamanti,
dell’acqua, nelle contese territoriali secolari.
Ma è possibile trovarle più
in piccolo anche nella convivenze in ogni società tra cittadini di diversa
origine: gli scontri sul lavoro, lo sfruttamento economico, la casa piccola,
la moschea minuscola, l’emarginazione, i diritti negati, gli odori, i
rumori, gli spazi ecc.
Sono questi i veri motivi a partire dai quali purtroppo si fanno
generalizzazioni razziste sui cittadini ‘neri’, sui cittadini musulmani, sui
cittadini cinesi e così via.
E guarda caso le persone bersaglio della nostra
società sono spesso (non solo straniere) quelle più povere, più bisognose.
E
qui, rispetto a questo tema dell’interculturalità, dell’accoglienza, e del
costruire nella differenza la ricchezza dell’incontro, dobbiamo davvero
interrogarci profondamente sul nostro ruolo di cristiani.
Perché Dio ci
insegna che nell’animo siamo tutti uguali, al di là di ogni diversità
superficiale di lingua, cultura, religione, storia.
Oggi la paura di perdere il proprio benessere è alimentata anche dalla
solitudine delle famiglie davanti al mondo e davanti alla televisione.
Solitudine di rapporti nel condominio, nel quartiere, sul lavoro.
E occorre
anche tra cristiani stare attenti a non ‘privatizzare’ il territorio
italiano, che è invece un dono di Dio da condividere con tutti.
La convivenza non si costruisce genericamente tra ‘culture’, ma nella
giustizia tra uomini, famiglie, persone concrete.
Ed è sempre possibile e
bellissima, anche se difficile.
Ed è il compito che il Signore ci ha
consegnato, per costruire la città celeste.
Carlo
Condivido la maggior parte delle cose dette da Carlo: la cultura fa parte
delle ricchezze che un uomo si porta dentro e che può scambiare con altri ed
è bello quando questo scambio può avvenire in pace e libertà.
Ma questa è una situazione, secondo me, idealizzata.
Al di là della buona volontà, ci sono dei problemi di cui non si può
ignorare l’esistenza e che sorgono senza che si sia necessariamente razzisti
o bigotti.
La mia esperienza personale è d’esempio: ho scelto un ramo di studi che
ha come obiettivo quello dell’analisi delle varie culture.
Questo argomento mi ha sempre affascinato e incuriosito, eppure nel momento
in cui mi sono trovata a convivere in questo quartiere, definito il più
multietnico di Milano, con persone totalmente differenti da me, mi sono
accorta quanto le nozioni e le teorie scritte sui libri siano lontane e poco
coinvolgenti e quanto invece la realtà sia ben diversa e più problematica.
Non è così facile accettare l’altro, perchè a volte non si comprende e
quindi non si ha fiducia.
Il pregiudizio e la marginalizzazione nascono come una sorta di difesa, come
una “barriera” costruita per custodire in qualche modo la propria cultura e
le proprie tradizioni.
E’ una reazione più che normale perchè è tipicamente umana: il “diverso”
inizialmente fa sempre un po’ “paura” e superare questo timore non è per
nulla facile, soprattutto per le generazioni precedenti alla nostra, perchè
significa mettersi quasi totalmente in discussione, mettere in discussione
il proprio stile di vita e le proprie tradizioni, su cui si è stati educati
e si sono fondati determinati principi e valori.
Accettare il multiculturalismo vuol dire essere pronti ad uno scambio che
immancabilmente porta a modifiche e, nonostante lo scambio possa essere
positivo, è lo spirito di ognuno che deve essere pronto ad accettarlo e ad
adattarsi.
Da questa ottica non è dunque così facile e immediato accettare gli
stranieri con tutto ciò che apportano e di conseguenza non darei giudizi
troppo duri e perentori su coloro che avvertono ancora questa difficoltà.
Bisogna lasciare loro il tempo necessario per adattarsi, cosa che prima o
poi tutti faranno perché il multiculturalismo è un processo irreversibile e
che deve essere accettato, senza aver pretese anacronistiche di far rimanere
“tutto come una volta”.
Ultimamente però questa già difficile accettazione del multiculturalismo
è ostacolata ulteriormente anche dalla situazione internazionale che stiamo
vivendo tutti, ovvero dal terrorismo internazionale.
Purtroppo, soprattutto nella nostra città, c’è molta diffidenza verso gli
immigrati: non si sa per quali scopi siano qui, quanto siano leali e quindi
quanto sia giusto aprir loro le porte… è veramente difficile capire quando
non si hanno strumenti e quando non c’è dialogo ed è spiacevole anche che
alcune persone oneste si vedano rifiutate per questi motivi.
Il multiculturalismo, per essere valorizzato, dovrebbe nascere in un
contesto totalmente diverso, in cui chi accoglie non abbia l’impressione di
essere “invaso” e chi giunge non provi l’amarezza della marginalizzazione.
Ma la prima cosa necessaria per rendere possibile tale situazione è la
comunicazione.
La trasparenza delle tradizioni e degli intenti da parte delle culture sono
fondamentali, come è fondamentale il fatto che la società che accoglie deve
essere aperta e deve garantire i diritti civili agli immigrati, in quanto
uomini.
D’altro canto, gli immigrati devono essere rispettosi della cultura del
paese in cui vengono accolti e non devono avanzare pretese che vadano contro
i valori di quella società.
Il multiculturalismo è uno scambio pacifico, nel rispetto di tutte le
culture, perchè ognuna è degna di essere preservata.
La pace è altrettanto indispensabile per la comprensione, ma non la pace di
coloro che si definiscono “pacifisti e combattenti per i diritti degli
immigrati” e poi deturpano il bene pubblico incendiando e distruggendo!
E’ la pace che predica il Papa, è la pace desiderata dalla Chiesa e da tanti
altri popoli anche non cristiani.
Quella pace che permette di guardare l’altro non come “diverso” ma come
“unico”, come fratello, con tutto il rispetto che gli si deve.
Purtroppo la nostra società, pur predicando il multiculturalismo, non ci
aiuta a viverlo nel giusto modo: ci sono troppe persone che sfruttano la
parola per I propri fini politici, fingendo di combattere per i diritti
degli immigrati (dimenticandosi anche tra l’altro i problemi di alcuni
nostri connazionali, che vivono in povertà e solitudine e hanno lo stesso
diritto di essere aiutati!).
Ci sono anche troppe persone ai vertici delle società, che manipolano e
incantano le masse per perseguire i propri progetti economici.
C’è troppa poca informazione o troppa manipolazione che fa risaltare solo
certi aspetti di alcuni eventi, celando invece notizie molto importanti per
la comprensione.
C’è poca conoscenza, poca sensibilizzazione (nella dovuta maniera), e invece
ancora molto mercato della droga e delle armi che non fanno altro che
dividere i popoli, così che ogni differenza invece di essere valorizzata
viene annientata.
Il multiculturalismo, per concludere, è possibile: sicuramente non ora,
non subito, ma con piccoli passi.
Soprattutto deve essere un cammino condiviso da tutti, con tanta pazienza,
tanta umiltà e con la disponibilità ad imparare dagli altri e l’entusiasmo a
insegnare ciò che si sa di buono.
In questo modo cristiani e non, occidentali e orientali, bianchi e neri
possono condividere tutti gli stessi valori di fratellanza, che sono quelli
aspirati dall’umanità e che il nostro stesso Dio ci chiama a vivere.
Cristina