vai al calendario: giugno 2010
Dio ha fatto sovrabbondare la grazia del suo perdono...
Messaggio dei Vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia
L’umanità della quale noi facciamo quotidianamente esperienza è una umanità che presenta un insieme di fragilità e di condizionamenti negativi che ci toccano tutti noi e la nostra società, di là dei nostri sinceri desideri di bene, e ci rattristano.
Parafrasando in modo popolare un forte constatazione di san Paolo un mio amico diceva: “Tutti abbiamo il peccato originale e ciascuno di noi lo applica a modo suo…”. Nota bene non “Tutti hanno”, ma “tutti abbiamo…”, noi per primi, perciò.
Questa constatazione non è fatta per deprimerci, anche se al nostro orgoglio brucia il fatto di trovarci coinvolti in miserie a volte così sconcertanti… Dovrebbe invece generare in noi sentimenti salutari, primo tra tutti quello di una profonda umiltà, nella consapevolezza che non c’è aspetto della nostra vita che non sia esposto alle peggiori tentazioni… La stessa religiosità potrebbe giungere ad essere a volte vissuta invece che per amore, per ostentazione o per ricerca di gratificazione…
L’esperienza dell’assurdo dilagare del peccato e della corruzione nella nostra umanità ci conduce poi a riconoscere che è solo per dono gratuito di Dio che posiamo essere ricondotti a quel bene che il Creatore ha pensato con desiderio quando ci ha chiamati all’esistenza. Questo dono che ci rigenera è così grande che per esprimerlo è stato coniato il superlativo di un nome: il “perdono”, che significa: “iper dono”, “super dono”.
In una vita umanamente sana, la consapevolezza delle proprie fragilità e la domanda di perdono posta fiduciosamente nelle mani di Dio con frequenza sono elementi di grande importanza. Oltretutto sono un segno della nostra fede che il cuore di Dio è più grande del nostro cuore… Lui è veramente il Signore…
Umiltà, domanda di perdono e fiducia nell’amore gratuito che ci avvolge,
prima ancora che noi sappiamo invocarlo, sono espressi con grande intensità
nel salmo 51 (50) che offriamo alla nostra preghiera e che riportiamo parte
a pagina otto.![]()
“Una volta che si prova il
desiderio di avere del denaro,
sopraggiunge il desiderio di possedere anche quello che ci si può procurare
con il denaro:
il superfluo in genere, belle stanze, il lusso sulla tavola, più abiti,
ventilatori e così via.
Cresceranno anche i nostri bisogni, perché una cosa tira l’altra e il
risultato sarà una infinita insoddisfazione”.
OMELIA DEL SANTO PADRE (MADRE TERESA
DI CALCUTTA)
Al termine di questo Anno Sacerdotale che la Chiesa ha vissuto, ricordiamo alcune parole con le quali il Santo Curato d’Ars soleva rivolgersi a Gesù:
Ti amo, o mio Dio, e il mio solo desiderio è di amarti fino all'ultimo
respiro della mia vita.
Ti amo, o Dio infinitamente amabile, e preferisco morire amandoti piuttosto
che vivere un solo istante senza amarti.
Ti amo, Signore, e l'unica grazia che ti chiedo è di amarti eternamente.
Mio Dio, se la mia lingua non può dirti ad ogni istante che ti amo, voglio
che il mio cuore te lo ripeta tante volte quante volte respiro.
Ti amo, o mio Divino Salvatore, perché sei stato crocifisso per me, e mi
tieni quaggiù crocifisso con Te.
Mio Dio, fammi la grazia di morire amandoti e sapendo che ti amo».
Carissimi,
noi Vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione. Il nostro primo pensiero è sempre per voi, e lo è stato ancora di più in questi mesi. Incalzati da accuse generalizzate, che hanno prodotto amarezza e dolore e gettato il sospetto su tutti, abbiamo pregato e invitato a pregare per voi. Non sono mancate occasioni di ascolto e di dialogo per condividere la grazia e la benedizione del ministero ordinato. Ora, tutti insieme vogliamo esprimervi la nostra cordiale stima e vicinanza, ispirata dalla comune responsabilità ecclesiale.
La nostra vuole essere, anzitutto, una parola di gratitudine. La gloria di Dio risplende nella vostra vita consumata nella fedeltà al Signore e all’uomo, perché siete pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella prova, animati da carità, fede e speranza. Noi siamo fieri di voi! Il bene che offrite alle nostre comunità nell’esercizio ordinario del ministero è incalcolabile e, insieme ai fedeli, noi ve ne siamo grati. La vostra consolazione non dipenda dai risultati pastorali, ma attinga alla presenza amica dello Spirito Paraclito e alla partecipazione al calice del Signore, dal cui amore siamo stati conquistati.
È anche una parola con cui ci invitiamo a vicenda a perseverare nel cammino di conversione e di penitenza. La vocazione alla santità ci spinge a non rassegnarci alle fragilità e al peccato. Essa è un appello accorato di Gesù e un imperativo per tutti: venite a me!... rimanete in me!... seguitemi! Questa irresistibile sollecitazione ci commuove e ci spinge ad andare avanti, ci aiuta a non adagiarci sulle comodità, a non lasciarci distogliere dall’essenziale, a non rassegnarci a ciò che è solo abituale nel ministero.
La Chiesa ci affida il Vangelo che illumina i nostri passi, corregge le nostre derive, ispira i pensieri e i sentimenti del cuore e sostiene il desiderio di bene presente nell’animo di ciascuno. Accogliamo con gioia la sua parola di speranza e di verità, desiderosi di lasciarci educare da lui. Davanti a noi sta una promessa: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La chiamata che ci ha afferrato e plasmato ci aiuterà a superare anche le tribolazioni di questo tempo, corrispondendo con rinnovato slancio al mandato che ci è stato affidato.
È, infine, una parola di incoraggiamento. Quando il Signore ha inviato i discepoli in missione ha detto loro: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Non ci ha promesso una vita facile, ma una presenza che non verrà mai meno. Senza di lui siamo nulla e non possiamo fare niente; dimorando in lui i nostri frutti saranno abbondanti e duraturi. La sua compagnia non ci mette al sicuro dagli attacchi del maligno né ci rende impeccabili, ma ci assicura che il male non avrà mai l’ultima parola, perché chi si fa carico del proprio peccato può sempre rialzarsi e riprendere il cammino. Vi sostenga la comunione del presbiterio, la nostra paternità, la certezza della presenza del Signore Risorto che rende possibile attraversare ogni prova.
Gratitudine, conversione, incoraggiamento: questo vi diciamo per essere ancora più uniti nel condividere l’impegno e la gioia del ministero a servizio delle nostre Chiese e del Paese.
Ci protegga la Vergine Maria. Ci benedica Dio che dona senza misura la consolazione di sperimentarlo vivo nella fede.
Roma, 28 maggio 2010
I VESCOVI DELLE CHIESE CHE SONO IN ITALIA
dall’omelia del Papa , 3 giugno 2010
Il sacerdozio del Nuovo Testamento è strettamente legato all’Eucaristia…
Abbiamo cantato insieme: “Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore”. E’ quasi una professione di fede. E’ la gioia della comunità, la gioia della Chiesa intera, che, contemplando e adorando il Santissimo Sacramento, riconosce in esso la presenza reale e permanente di Gesù sommo ed eterno Sacerdote…
Nell’Ultima Cena Gesù trasforma il pane e il vino nel proprio Corpo e Sangue, affinché i discepoli possano nutrirsi di Lui e vivere in comunione intima e reale con Lui…
Gesù non era un sacerdote secondo la tradizione giudaica… si collocava piuttosto nella scia dei profeti. E in questa linea, Gesù prese le distanze da una concezione rituale della religione, criticando l’impostazione che dava valore ai precetti umani legati alla purità rituale piuttosto che all’osservanza dei comandamenti di Dio, cioè all’amore per Dio e per il prossimo, che, come dice il Signore, “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”….
Dunque, Gesù non viene riconosciuto come un Messia sacerdotale, ma profetico e regale. Allora, in che senso Gesù è sacerdote? Ce lo dice proprio l’Eucaristia…
Gesù nell’ultima Cena ha offerto pane e vino, e in quel gesto ha riassunto tutto se stesso e tutta la propria missione.
In quell’atto, nella preghiera che lo precede e nelle parole che l’accompagnano c’è tutto il senso del mistero di Cristo, così come lo esprime la Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena [Gesù] offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek”.
In questo testo, che chiaramente allude all’agonia spirituale del Getsemani, la passione di Cristo è presentata come una preghiera e come un’offerta. Gesù affronta la sua “ora”, che lo conduce alla morte di croce, immerso in una profonda preghiera, che consiste nell’unione della sua propria volontà con quella del Padre. Questa duplice ed unica volontà è una volontà d’amore. Vissuta in questa preghiera, la tragica prova che Gesù affronta viene trasformata in offerta, in sacrificio vivente.
Dice la Lettera agli Ebrei che Gesù “venne esaudito”.
In che senso? Nel senso che Dio Padre lo ha liberato dalla morte e lo ha risuscitato. E’ stato esaudito proprio per il suo pieno abbandono alla volontà del Padre: il disegno d’amore di Dio ha potuto compiersi perfettamente in Gesù, che, avendo obbedito fino all’estremo della morte in croce, è diventato “causa di salvezza” per tutti coloro che obbediscono a Lui.
E’ diventato cioè sommo Sacerdote per avere Egli stesso preso su di sé tutto il peccato del mondo, come “Agnello di Dio”. E’ il Padre che gli conferisce questo sacerdozio nel momento stesso in cui Gesù attraversa il passaggio della sua morte e risurrezione. Non è un sacerdozio secondo l’ordinamento della legge mosaica, ma secondo un ordine profetico, dipendente soltanto dalla sua singolare relazione con Dio.
Ritorniamo all’espressione della Lettera agli Ebrei che dice: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Il sacerdozio di Cristo comporta la sofferenza. Gesù ha veramente sofferto, e lo ha fatto per noi. Egli era il Figlio e non aveva bisogno di imparare l’obbedienza, ma noi sì, ne avevamo e ne abbiamo sempre bisogno.
Perciò il Figlio ha assunto la nostra umanità e per noi si è lasciato “educare” nel crogiuolo della sofferenza, si è lasciato trasformare da essa, come il chicco di grano che per portare frutto deve morire nella terra.
Attraverso questo processo Gesù è stato “reso perfetto”, in greco teleiotheis. Dobbiamo fermarci su questo termine, perché è molto significativo. Esso indica il compimento di un cammino, cioè proprio il cammino di educazione e trasformazione del Figlio di Dio mediante la sofferenza, mediante la passione dolorosa. E’ grazie a questa trasformazione che Gesù Cristo è diventato “sommo sacerdote” e può salvare tutti coloro che si affidano a Lui.
Oggi il santo lo si riconosce subito: dallo sguardo rivolto al cielo e dai piedi ben piantati per terra! Lo dice l’arcivescovo di Lucca.
Cos’è la santità per i giovani?
Non lo so esattamente cosa pensino i giovani quando si parla di santità: onestamente penso che la loro mente vada a tutto il corredo legato agli aspetti esteriore più o meno folklorici delle feste dei santi o alla devozione più o meno colorita. So anche che i giovani non sono attratti dal santo come l’uomo morale e neppure come uno che osserva semplicemente i comandamenti di Dio.
Ma so che i giovani sono estremamente attratti da chi, come un uomo comune, come uno di noi, non accetta di compromettersi con le ragioni secondarie del vivere: successo negli affari, avere una famiglia felice, gloria e affermazione nella società e in questa vita, il potere e il consenso ad ogni costo.
Allora mi permetto questa affermazione: per i giovani la santità, a partire dall’incontro con Gesù Cristo, è la ricerca della ragioni principali per le quali vale la pena di vivere.
Per i giovani la santità è una spinta verso più lontano – duc in altum – e la ricerca per trovare risposte alle domande più importanti sulla vita. Si ricorda, ormai dieci anni fa, il papa Giovanni Paolo II alla GMG 2000 di Roma? Quando disse ai giovani: “non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio!”, impegnadosi così con tutta la forza per suscitare in tanti cuori il desiderio di santità.
E anche il nostro Santo Padre Benedetto XVI durante la sua visita a Colonia ha detto: “Nelle vite dei santi, come in un grande libro illustrato, si svela la ricchezza del Vangelo. Essi sono la scia luminosa di Dio che Egli stesso lungo la storia ha tracciato e traccia ancora… Nelle vicende della storia sono stati essi i veri riformatori che tante volte l’hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente in pericolo di sprofondare; essi l’hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente illuminata quanto era necessario per dare la possibilità di accettare – magari nel dolore – la parola pronunciata da Dio al termine dell’opera della creazione: È cosa buona”.
Si può essere santi dal basso della terra? Nelle persecuzioni, nelle favelas, nel gulag, nella fame, nella guerra, nella dischiminazioni?
Si può essere santi ovunque! Anzi, si deve essere santi ovunque! Ricordiamoci cosa ci ha detto il Concilio Vaticano II: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione dellla carità” (LG, n. 40). Allora la grande meta di tutti i cristiani è la santità. “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1 Tess 4,3). Nei luoghi e nei tempi difficili questa volontà divina è sicuramente agevolata e sostenuta, e richiede la collaborazione e l’appoggio di tutta la comunità dei credenti nel Risorto. Cioè di noi, rimanendo con i piedi ben piantati per terra!
3 Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
4 Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
5 Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
6 Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto:
così sei giusto nella tua sentenza,
sei retto nel tuo giudizio.
7Ecco, nella colpa io sono nato,
peccatore mi ha concepito mia madre.
8 Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo,
nel segreto del cuore mi insegni la sapienza.
9Aspergimi con rami d'issòpo e sarò puro;
lavami e sarò più bianco della neve.
10 Fammi sentire gioia e letizia:
esulteranno le ossa che hai spezzato.
11 Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
12 Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
13 Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
14 Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
15 Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno…
17 Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
18 Tu non gradisci il sacrificio;
se offro olocausti, tu non li accetti.
19 Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
20 Nella tua bontà fa' grazia a Sion,..
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