vai al calendario: giugno 2010
Un grande respiro... piccoli passi...
Gli immigrati? Ci fanno paura perché li sentiamo diversi da noi
Solennità del Sacro Cuore di Gesù
Ricordiamo con affetto e commozione il Papa Giovanni Paolo II che, indicendo il Giubileo dell’anno 2000, invitava la Chiesa a “prendere il largo” con l’espressione evangelica: “Duc in altum”.
Si, la Chiesa e i singoli cristiani sono chiamati ad avventurarsi con coraggio verso gli ideali evangelici di largo respiro, devono puntare in alto, sono invitati ad avere i sogni che appassionano il cuore di Cristo.
Coltivare desideri grandi e avere in cuore i sentimenti di Cristo è la linfa vitale capace di alimentare e sostenere la fede, suscitare e dare seguito all’amore, e rendere sempre fresca la speranza. Ed è qualcosa di assolutamente concreto che non ha nulla di illusorio o di vagamente evasivo.
Come una bella spiaggia è fatta di una miriade di minuscoli granellini di sabbia, come un oceano è costituito da una moltitudine di piccole gocce d’acqua, così un desiderio grande si realizza nel succedersi di una infinità di piccoli gesti quotidiani orientati verso la meta che si persegue.
La strategia dei piccoli passi, apparentemente molto modesti, compiuti con serena determinazione e costanza, in linguaggio chiesastico si chiama ascesi, e permette di avanzare con concreto realismo verso il compimento dei desideri di largo respiro che lo Spirito ci fa sognare.
Secondo una saggezza antica, per raggiungere esperienze di valore sono necessarie delle mediazioni, occorre cioè cercare posizioni che, tenendo conto di posizioni estreme diverse o contrapposte, operino delle sintesi, per così dire, a metà strada.
Idealità alte e piccole realizzazioni quotidiane si coinvolgono vicendevolmente: i piccoli passi di ogni giorno, senza idealità, affondano in un grigiore logorante e finiscono per girare a vuoto, senza condurre da nessuna parte. Così i grandi desideri, senza continue concretizzazioni feriali, rimangono velleità che rischiano di far vivere fuori dalla realtà, e di generare illusioni frustranti.
Camminiamo allora con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben piantati
per terra … e prendiamo il largo.![]()
«Con animo commosso e sgomento, pensiamo insieme, questa sera, a mons. Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia, un figlio della nostra terra che ha servito con dedizione, in Turchia, il Vangelo della pace e della misericordia, e che oggi tragicamente assassinato, ha trovato la morte in modo violento».
Questo il cordoglio della Chiesa ambrosiana, espresso dal cardinale Tettamanzi, per la morte di monsignor Luigi Padovese, presidente dei vescovi turchi e vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun, in Turchia.
Padovese, nato a Milano 63 anni fa, è stato assassinato a colpi di coltello nella sua abitazione. È stato ucciso dal suo autista, arrestato ancora in possesso dell'arma del delitto: pare che l'uomo attraversasse un periodo di depressione.
Nato a Milano il 31 marzo 1947, originario della parrocchia della Trinità, il 4 ottobre 1965 monsignor Padovese fece la prima professione nei frati cappuccini e tre anni dopo quella solenne. Il 16 giugno 1973 fu ordinato sacerdote.
Professore in diverse Università della Chiesa in Italia, l'11 ottobre 2004 venne nominato Vicario apostolico dell'Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Venne consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno.
Nel corso del pellegrinaggio dei preti giovani della nostra Diocesi, guidato in Turchia dallo Arcivescovo nel 2009, Padovese accolse i giovani preti ambrosiani e raccontò loro dell’esperienza del suo ministero in Turchia, terra che conta 70 milioni di abitanti, il 99% dei quali musulmani. I cristiani sono lo 0,6% della popolazione; i cattolici sono circa 30mila. Il vicariato dell’Anatolia ha 4550 cattolici, 7 parrocchie, 3 sacerdoti diocesani, 14 religiosi e 12 religiose.
Tra le parole pronunciate il 5 febbraio scorso in occasione della messa in suffragio di don Andrea Santoro, a quattro anni dalla sua uccisione nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, leggiamo:
«Non è mai giusto sopprimere una vita per affermare una idea. Non è mai
giusto ritenere che chi non la pensa come noi è nel torto e va annientato.
Questo è fondamentalismo che distrugge la società perché distrugge la
convivenza. Questo fondamentalismo, a qualsiasi religione o partito politico
appartenga, potrà forse vincere qualche battaglia, ma è destinato a perdere
la guerra. Ed è la storia che ce l’insegna».
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Affonda le sue radici nella Sacra Scrittura la riflessione sulla “società ospitale” che l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha tenuto venerdì 28 maggio al Festival Biblico di Vicenza
«Sono consapevole della vastità e della complessità del fenomeno dell’immigrazione oggi, che comprensibilmente genera non pochi problemi di ordine pubblico, di risorse, di integrazione...
Mi domando: sta davvero qui il cuore della questione? Per la nostra società gli immigrati sono un problema solo perché sono troppi?
Oppure ci fanno paura in quanto “stranieri”? Confessiamolo: quanti italiani teniamo ai margini perché in qualche modo “stranieri”, diversi da noi? Penso ai malati gravi - e tra loro a quelli che soffrono patologie psichiche -, ai carcerati, ai barboni, ai portatori di handicap, agli anziani...
Circa queste persone la Bibbia ha una parola preziosa e ci aiuta ad andare alla radice: l’immigrato è per noi un problema perché è uno “straniero”!».
Il cardinale Tettamanzi ha parlato così nella cattedrale di Vicenza venerdì 28 maggio al Festival Biblico, dove ha tenuto una |Lectio magistralis dal titolo Dall’ospitalità delle Scritture ad una società ospitale.
Un calarsi nella Parola per trovare le parole e le riflessioni giuste per un tempo come il nostro così pieno di paure. «È a questo livello più profondo e più personale e personalizzante che ci rimandano le Scritture e così esse diventano, anche per noi oggi, un richiamo originale e forte alla “norma fondamentale”, quella che sta alla base di tutti i comportamenti di una ospitalità che vuole e deve essere coerente con la persona umana».
Tettamanzi ripropone alla riflessione e al dibattito pubblico il cuore e il pilastro della questione, da cui necessariamente non si po’ deviare: al centro c’è la persona come tale e il rispetto della sua dignità, al di là del colore della sua pelle, della cultura, ma anche della propria condizione sociale, dall’essere o meno considerato marginale dalla società.
Precisa il Cardinale: «Ora possiamo dire, in termini estremamente sintetici, che questa norma riposa: sulla dignità personale di tutti gli esseri umani e di ciascuno di essi, dappertutto e sempre; sulla relazionalità come Dna strutturale-dinamico-finalistico della persona, quale “io” aperto al “tu” nel duplice senso dell’essere “con” e “per” l’altro; sulla moralità secondo le esigenze della giustizia e della carità».
Tutto questo però richiede coerenza e profondità di valori vissuti, che rifugga da facili sentimentalismi, che durano lo spazio di un’emozione. Un ruolo importante lo svolgono anche i media, non sempre in positivo.
«C’è il rischio di un fraintendimento nel nostro modo di impegnarci per gli altri - sottolinea l’Arcivescovo -. Guardiamo, ad esempio, a certi eventi lontani, su cui siamo informati dai mass media.
Al momento siamo molto coinvolti e commossi per quanto stiamo ascoltando o vedendo e siamo disposti ad aiutare, anche concretamente, le sfortunate vittime di una qualche catastrofe. Ma la notizia diventa presto una semplice “informazione” e velocemente invecchia.
Il punto allora è quello di mantenere “caldo” il coinvolgimento emotivo insieme al coraggio di decisioni morali capaci di trasformare la nostra vita nel quotidiano. La tentazione cui siamo oggi esposti è quella di distanziare il prossimo rendendolo “lontano” e di avvicinare il lontano rendendolo “prossimo” solo emotivamente, fintanto che egli non diventi davvero un insopportabile “vicino”».
È dunque un’illusione nella società globalizzata pensare di tenere lo “straniero” fuori dalle “mura”. Perché a fenomeni epocali vanno date risposte serie di accoglienza e integrazione. «I flussi di stranieri che bussano alle porte delle società occidentali sono mossi soprattutto dalla povertà e dalla persecuzione politica. La loro condizione di debolezza mette noi in posizione di maggiore forza ed efficacia qualora decidessimo di impegnarci tutti - e tutti insieme - a governare responsabilmente il fenomeno. Spesso invece l’uso strumentale del problema, le politiche di corto respiro, la fatica a considerare questa realtà a livello globale impediscono un serio e risolutivo intervento».
E il Cardinale getta lo sguardo avanti, a un futuro non così lontano e si domanda: «Cosa capiterà - provo ad immaginare - quando non saranno più gli immigrati poveri a bussare alle nostre porte?
Cosa capiterà quando saranno tra noi molti immigrati in condizione di “forza” (lavorativa, economica, culturale, scientifica...) e ci chiederanno di confrontarci con loro?
Corriamo il rischio di smarrirci nella nostra identità se - mossi dalla paura e chiusi in noi stessi nell’illusoria convinzione di essere protetti dalle barriere economiche, sociali e religiose che a fatica ci stiamo costruendo - non ci educhiamo al confronto, al dialogo, alla relazione profonda con lo “straniero”».
Ecco allora la via che l’Arcivescovo indica: «È tempo di vivere sempre più le nostre radici cristiane: quando sono autenticamente nutrite dalla sapienza biblica ci sospingono a vedere l’altro come risorsa e dono e ci rendono capaci di affrontare anche i non piccoli problemi che ogni confronto porta con sé».
Pino Nardi
Oggi il santo lo si riconosce subito: dallo sguardo rivolto al cielo e dai piedi ben piantati per terra! Lo dice l’arcivescovo di Lucca.
Nella nostra società, liquida e senza ancoraggi, impregnata di relativismo, edonismo, individualismo c’è ancora spazio per la santità? Come la si può definire?
Certo che c’è spazio per la santità, anzi direi che forse come non mai ce n’è un grandissimo bisogno! Proprio perché liquido, poco consistente, il nostro tempo ha disperatamente urgenza di qualcosa di solido, valido, tenace… e che sia anche bello ed affascinante, interessante e che offra pienezza all’uomo.
Vede, il problema è che il gran vuoto, il niente smerciato per qualcosa, il nichililsmo – ormai diffuso soprattutto tra i giovani – ha necessità di essere colmato: c’è un bisogno di senso, a mio avviso assai forte anche se non sempre facilmente espresso, che attraversa il cuore, cioè le emozioni, della gente.
L’ha visto come le persone si entusiasmano e si emozionano ancora? È il bisogno di qualcosa che riempia il cuore e la vita. L’uomo di oggi – non l’uomo astratto e concettuale, ma la persona concreta, colui che vive sul nostro pianerottolo, o i nostri stessi familiari – anche se possiede tutto o quasi, è avvolto da una grande povertà, accompagnata da una immensa solitudine.
La santità, anche se non da sola, è una ricchezza straordinaria a nostra disposizione, una ricchezza che rompe l’isolamento e la solitudine.
So bene che non è facile parlare della santità cristiana in modo convincente e nuovo all’uomo contemporaneo. Il nostro linguaggio sconta su questo tema un certo ritardo rispetto ad altri ambiti della fede.
Mi esprimo in sintesi: il cristianesimo scommette la sua veratà nell’assumere Gesù quale modello di esistenza, di pienezza della vita. Allora diventa facile, si fa per dire, esprimere cosa sia la santità: l’umanità di Gesù Cristo è il paradigma di ogni santità. La santità è, dunque incarnazione dell’unica e autentica missione di ogni discepolo di Gesù: quella di continuare, con le opere e con le parole, a testimoniare l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, anche quando ciò costa.
Il volto dei santi: vangelo per il nostro tempo. Chi sono i santi di oggi?
Sono uomini e donne con i piedi per terra! Proprio perché espressione dell’amore di Dio per l’umanità, i santi di oggi – e ce ne sono davvero tanti – sono persone che vivono in pienezza e con grande consapevolezza la storia, le loro vicende personali e quelle di chi hanno accanto.
Lo ribadisco: con i piedi per terra! Il richiamo alla concretezza, alla storia, esprime il luogo, il dove il discepolo del Signore orienta la sua attenzione ed il suo impegno. A me piace pensare alla santità della porta accanto, alla santità della ferialità, dei piccoli e semplici gesti: ma lo sa quanti santi – che non saranno mai canonizzati – incontriamo ogni giorno?
E pensi che li possiamo anche riconoscere: dallo sguardo, libero, accogliente e rivolto verso l’Alto; e dai piedi, ben piantati per terra! Il mondo d’oggi ha bisogno di santi così.
Non persone che giudicano gli altri e danno lezioni su come si debba vivere, ma persone aperte a tutti, amano gli altri, accettano il mondo e per il mondo diventano un’autentica speranza.
La speranza che viene dal mistero di Cristo che ci ha inseriti nella vita di Dio, il Santo!
(Nuovo progetto, n. 5 maggio 2010) continua sul prossimo numero
Qualunque cosa tu possa fare, qualunque
sogno tu possa sognare, comincia.
L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora.
(Johann Goethe)
La famiglia di Viorel che abbiamo ospitato dal mese di novembre, in seguito allo sgombro di via Rubattino, ha ora conseguito una situazione lavorativa in fase di ulteriore evoluzione positiva, e così ci ha lasciato per andare ad abitare in una casa in affitto più spaziosa.
Sento il bisogno di esprimere un grazie grandissimo anzitutto al Signore che ci ha permesso di vivere questa ospitalità, lasciando emergere tante energie positive in persone singole e gruppi, umanamente coinvolti in una gara di generosità.
Un primo grazie va alle maestre della scuole di via Pini e di via Feltre, la cui dedizione intelligente e appassionata ha offerto un aiuto valido alle famiglie dei loro alunni Rom e ha coinvolto molte altre famiglie in una azione di solidarietà volta non solo a tamponare le gravi emergenze del momento e a supplire alle carenze delle Istituzioni, ma anche a costruire percorsi di integrazione a più largo respiro. E un grande grazie va alle famiglie dei compagni di scuola dei bambini Rom che hanno saputo riconoscere in loro dei bambini comuni, degli amici dei loro figli, dei bimbi con un nome personale e una propria bellezza.
Penso anche con viva riconoscenza ai membri della Comunità di Sant’Egidio per l’opera solerte e capillare che svolgono nei confronti di tante famiglie e situazioni, sia direttamente, sia sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni.
Ma più concretamente, per l’esperienza che abbiamo avuto il dono di vivere, il mio grazie va in modo del tutto particolare ed intenso ai nostri Scout che sono stati veramente favolosi e hanno espresso di più del meglio di quanto potevano dare: senza il loro apporto intenso e prolungato, che per altro continua ancora, non avremmo potuto gestire in modo così costruttivo l’opportunità che ci era donata.
Personalmente mi sono anche sentito molto sostenuto dal mio Vescovo Dionigi e lo ringrazio di cuore.
E infine un grazie tutto speciale alla famiglia di Viorel e Luminitza, con Paris e Alina, con Aaron, Izabela e Roberta e con i piccoli Fernando, Manuel e Gianmarco. Siamo contenti di averli conosciuti e di aver fatto un tratto di strada insieme con loro. Abbiamo avuto modo di apprezzarli e di volere loro bene.
Nel frequentarli abbiamo imparato un amore incondizionato alla vita che è un valore sempre e comunque, e che non dipende da ciò che l’uomo possiede, ma dalla profondità delle relazioni umane che cerca di costruire e di vivere.
Siamo stati testimoni una solidarietà che sa condividere con chi ha ancora di meno, il poco di cui dispone e così lo accresce e lo moltiplica.
E soprattutto abbiamo sperimentato sentimenti di leale amicizia, di intensa umanità, di grande dignità. In una parola ci siamo incontrati come persone e ci siamo sentiti noi Rom e loro Italiani o, per dirlo con il linguaggio del Vangelo, tutti figli di un unico Padre e ci vogliamo bene.
don Piero
Entrare nel cuore di Dio
Entrare nel cuore di Dio...
È la proposta che Dio fa all'umanità, a ciascuno di noi.
Entrare nel cuore di Dio per comprendere il nostro cuore.
Quando ci sentiamo "pecore smarrite" nella vita, o quando sentiamo e percepiamo il senso di essere "peccatori che vogliono convertirsi", che non stanno bene nella "pelle", nella superficialità del peccato, guardiamo al cuore di Dio, e il nostro cuore si riempie…
Entrare nel cuore di Dio per colmare il nostro cuore…
Entrare nel cuore di Dio... attraverso l'accesso unico e irrepetibile, il solo: Gesù.
Attraverso Gesù entriamo con gioia in questo abisso della misericordia senza alcuna paura del grande mistero che ci sta di fronte e nella profondità del suo avvicinarsi e del nostro avvicinarci e immergerci.
Gesù.
Per entrare nel cuore di Dio e nel nostro stesso cuore basta una parola: Gesu'.
"...e io sarò salvato"...da tutto ciò che non è amore.
Dov'è il tuo tesoro?
Tutto ciò che ci appaga o crediamo che ci appaghi, finiamo per amarlo e, quando riteniamo di aver trovato il bene migliore, quello diventa il nostro tesoro, che si annida poi nelle profondità del nostro spirito, ma quante illusioni, quante delusioni!
Quanti falsi tesori che si dissolvono in un batter d'occhio e tramutano il momentaneo godimento in amara tristezza.
Il Signore conosce bene questa umana eventualità e per questo ci ammonisce a non accumulare falsi tesori sulla terra. "Quae sursum sunt sapite"- dice S. Paolo. "cercate (gustate) le cose di lassù", eleviamo cioè il nostro spirito verso i beni che non periscono, che durano oltre il tempo e non riguardano solo il nostro corpo e le vicende che viviamo su questa terra, ma rimangono sempre integri e diventano fonte di felicità eterna.
L'uomo d'oggi è spesso prostrato, avvinto e disorientato dai beni di consumo, che vengono proposti con la migliore seduzione pubblicitaria come motivi di benessere e di felicità. Occorre saggezza e divina sapienza per sapersi difendere da questi continui assalti.
Il vangelo ci parla della vera purezza dell'anima, parla dell'occhio che
ne è lo specchio. O siamo illuminati dallo Spirito e di conseguenza tutto
vediamo nella sua luce, o il nostro sguardo diventa tenebroso, cioè sempre
orientato verso il buio e il male con tutte le sue brutture.
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