vai al calendario: febbraio 2010
Veglia di ascolto e di preghiera/ Omelia del Vescovo
Rom/ Lettera delle maestre prima dello sgombero
Itinerario di ascolto della Parola
Via Padova: serve educazione, cultura e rispetto
Il tentatore si avvicinò al Signore Gesù e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, … ».Ma egli rispose: «Sta scritto: … ».
La pagina dell’evangelista Matteo posta all’inizio del cammino quaresimale ci presenta una esperienza di ricatto e di menzogna che Gesù vince per noi.
Il tentatore spinge Gesù a dimostrare che è Figlio con gesti clamorosi… se non compie gesti spettacolari, che Messia è?... come si fa a credergli?... Non basta che Gesù sia grande… occorre che dimostri la sua grandezza secondo l’esteriorità seducente dei metri di misura umani…
Gesù tiene testa al tentatore armato solo della Parola di Dio: «Sta scritto: … », e con pacatezza vince…
Interessante… interessante anche per noi che incontriamo non pochi ricatti, alcuni più vistosi, altri più sottili, che tendono ad omologarci a modelli e sili di vita pagani, e che ne restiamo sedotti anche inconsciamente…
E’ rimanendo radicati nella Parola che noi possiamo cercare di dissipare le illusioni menzognere dell’egocentrismo idolatra, del successo a qualunque prezzo e del potere fondato sul denaro.
I ritmi frenetici del nostro vivere spesso tendono ad appiattire il nostro senso critico e a condurci ad un’alienante incoscienza.
Solo il silenzio ci permette di tornare alle radici del nostro essere e ci pone di fronte a una Parola che ci precede. In essa siamo abilitati a cogliere con libertà le esperienze significative del nostro vivere e del nostro relazionarci...
Nel cammino quaresimale che iniziamo, non proponiamoci gesti esteriori
astrusi, ma cerchiamo il realismo che la pagina del vangelo ci mostra.
Silenzio, ascolto delle Scritture e Sobrietà solidale siano il nostro
proposito. Buona Quaresima!
![]()
I cristiani delle comunità di via Padova vivono con tutti i cittadini del quartiere un momento di profonda sofferenza. Abbiamo cercato la casa del Signore, perché è dalla sua Parola che il credente trae ispirazione per vivere momenti come questi.
Il nostro ritrovarci è un incontro eminentemente religioso.
Deve nascere da tutti noi una preghiera di intercessione che ci pone in mezzo a questo conflitto esploso vicino a casa nostra come persone "disarmate e solidali, disposte ad ascoltare le ragioni di ciascuno, pronte a cogliere e a favorire le opportunità di mediazione e di riconciliazione".
Un tale atteggiamento non vuole che si ignorino le esigenze della giustizia, che si mettano sullo stesso piano vittime e assassini, trasgressori della legge e difensori della stessa.
Neppure vogliamo essere tacciati di "buonismo", nella nostra richiesta di maggiore giustizia, di equità sociale e di fattiva solidarietà ed accoglienza.
Noi crediamo nella forza della persuasione, nella forza del convincimento, nella forza del dialogo, nella forza della pace. Che sicurezza sarebbe quella imposta con la violenza, con la vendetta, con la semplice repressione?
Avvertiamo attorno a noi, in questo frangente, un clima di paura. Non dobbiamo minimizzarla: essa va presa sul serio e fronteggiata per comprenderla e per vincerla.
Vorrei subito dire che nell'incontro con lo straniero non dobbiamo mettere in conto solo la "paura di chi accoglie" ma anche - e forse soprattutto - la paura di chi arriva in un mondo estraneo, di cui conosce poco o nulla e che non gli offre protezione.
Sono due paure a confronto.
Nella lotta alla paura non si deve rinunciare ad affermare la nostra identità, ma neppure assolutizzarla come esclusiva ed escludente l'altro. Occorre conoscersi innanzitutto, stimarsi, nel reciproco riconoscimento, armonizzando le differenze, in una logica di dare e avere, in una ricerca di eguaglianza che non riduce l'altro a me.
Il 7 febbraio, giorno nel quale si è conclusa la visita pastorale alle nove parrocchie dei questo quartiere, sembrava esserci qualcosa nell' aria, come un presentimento di quanto poi è accaduto.
Il cardinale, terminando l'omelia, aveva detto:
"So che qui ci sono tanti problemi, come dappertutto, e tra l'altro il problema delicato e difficile dell'immigrazione che deve essere affrontato con vivo senso di responsabilità e di speranza. In qualche luogo questo problema è molto forte, in altri meno drammatico. Cosa dobbiamo fare? Sono venuto dal centro verso san Giuseppe dei Morenti attraversando la lunga via Padova e pensavo: tutte queste persone, chi sono? E mi dicevo che la loro pelle ha un altro colore rispetto alla mia, la loro nazione è diversa dalla mia, hanno una cultura differente, il modo di interpretare la vita magari è antitetico rispetto al mio, la religione stessa che queste persone hanno è diversa dalla mia. Ma alla fine mi sono detto che c'è qualcosa che cancella tutte le diversità, ed è questa: ciascuno di noi è il termine dell'amore misericordioso di Dio".
Questa sera però il primo pensiero è per Abdel Aziz EI Sayed, il ragazzo egiziano di 19 anni, ucciso con una coltellata al petto, per i suoi genitori che con lui perdono l'unico figlio.
Voglio esprimere qui, con forza, una ferma condanna di questa violenza.
Via Padova mi ricorda un'altra triste giornata di violenza: dieci anni fa in questo quartiere furono uccisi un tabaccaio e un gioielliere. Io stesso ho celebrato i funerali di queste persone. I criminali di allora erano italiani: in qualche modo alcuni dei nuovi arrivati si sono sostituiti ai delinquenti locali.
Nessuno strumentalizzi questo fatto per la ricerca di un consenso per la propria parte, qualunque essa sia. Tutti invece - i cristiani per primi - si impegnino a costruire una città più umana, solidale e aperta con il contributo di tutti, anche dei migranti: una città capace di 4. coniugare sicurezza ed integrazione.
Questo impegno parte innanzitutto da uno sguardo nuovo verso chi non è nostro connazionale, uno sguardo che gli permetta di essere riconosciuto nella sua dignità personale, partecipe della comune responsabilità per la vita della città stessa. L'immagine che si ha del migrante spesso dipende da stereotipi ricchi di pregiudizi: occorre avere uno sguardo sgombro da diffidenza e capace di simpatia.
Il bene e il male non provengono mai da una parte sola, ma si radicano sempre nel cuore dell'uomo.
Da parte nostra occorre passare dalla denunce a "progetti di bonifica umana del quartiere" che costruiscano una convivenza civile, pervasa da una tensione morale che aiuti anche chi arriva da altrove ad apprezzare le regole, condividere i valori, il rispetto delle istituzioni e delle tradizioni.
L'invito è innanzitutto alle Istituzioni, perché ritornino a far rivivere i quartieri della città ed in particolare questo quartiere, che un tempo con Turro, Crescenzago Gorla erano paesi limitrofi alla città di Milano. Occorre che le istituzioni con la loro azione ordinaria si prendano cura del quartiere, combattendo il degrado e ascoltando i cittadini.
Non si può pensare la presenza delle istituzioni solo come una "presenza straordinaria", per fare fronte alle emergenze che di volta in volta si possono presentare. Il territorio chiede di essere ben progettato nei servizi, nell'urbanistica, nella sua vita sociale, culturale, assistenziale, nella promozione e nella tutela della legalità in tutti i suoi aspetti.
La collaborazione dei cittadini con le istituzioni può avvenire quando viene valorizzata e sostenuta, nella logica della sussidiarietà, l'azione dell'associazionismo, del volontariato, delle parrocchie e di tutti i soggetti che operano per il bene di coloro che abitano il quartiere.
Vorrei rendere onore a quanti, malgrado tutto, non solo non fuggono dalla periferia, ma addirittura investono in progetti e speranze.
Penso alle parrocchie capaci di nuove forme di collaborazione per venire incontro ai bisogni dei più poveri.
Penso agli insegnanti capaci di realizzare una scuola impegnata contro l'esclusione e la disistima dei ragazzi in difficoltà.
Penso alle società sportive, che riescono ad educare i ragazzi nella lealtà della competizione e nel gioco.
Penso ai cittadini comuni che nel condominio nel quale vivono, con un semplice saluto o un sorriso, sono capaci di disinnescare tensioni che possono un domani diventare ingestibili.
Le periferie delle nostre città sono un test di qualità delle progettazioni amministrative e pastorali: è da qui che deve venire un modo diverso di fare politica e di fare pastorale.
Le parrocchie siano sempre una grande risorsa per questo quartiere: la parrocchia è l'istituzione che, per sua vocazione, non è elitaria ma è la chiesa di tutti. Basta essere credenti - e talvolta non è necessario esserlo - per avere diritto di appartenenza.
Le nostre chiese sono una casa dove nessuno è straniero.
Termino: nel grande giorno del giudizio finale, quando il Signore ci giudicherà, quelli che avranno praticato l'ospitalità e l'accoglienza dello straniero - siano essi credenti o no, cristiani o no - saranno chiamati "Benedetti del Padre" (Mt 25,34).
Ma non solo, essi scopriranno che ogni volta che hanno ospitato un uomo, chiunque esso fosse, hanno ospitato Cristo stesso. Accogliendo un uomo visibile, hanno accolto il Dio invisibile (1 Gv, 4). (Cfr. Enzo Bianchi, "Ero straniero e mi avete ospitato ", Rizzoli)
Il mio ringraziamento è per tutti voi che nelle vostre comunità
credete a questa parola esigente del vangelo e che - con le dovute
mediazioni - vi impegnate a viverla nella vita quotidiana delle vostre
parrocchie, in comunione con tutte le istituzioni che operano per il bene
della nostra città.
![]()
I frutti della nostra sobrietà quaresimale saranno devoluti alle popolazioni terremotate di Haiti.
Questa iniziativa per la Quaresima di carità viene seguita e promossa dal
gruppo di aiuto alle missioni.
![]()
Milano, 15 febbraio 2010
Le maestre della scuola elementare di via Pini a Milano scrivono ai loro alunni rom, che domani potrebbero di nuovo essere sgomberati. (come di fatto è accaduto)
Questi bambini vivono in una baraccopoli sorta a Segrate, ma il 19 novembre 2009 erano stati mandati via dall'ex edificio Enel di via Rubattino, nel quartiere della scuola di via Pini. Segrate e' l'ultima tappa dei continui sgomberi che hanno subito da allora. Nonostante tutto, i bambini hanno continuato ad andare a scuola. Spesso sono le maestre ad andarli a prendere nelle loro baracche, costruite di volta in volta in zone diverse di Milano.
Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate.
Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.
Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all'aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l'avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, ne' voi ne' i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.
Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l'affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall'ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.
Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola.
Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli
giorni penitenziali: venerdì - astinenza dalle carni
giorni di digiuno: venerdì: 26 febbraio e 02 aprile
orari:
08.00 preghiera delle Lodi
08.15 via della Croce
15.30 via della Croce
VIA CRUCIS per le vie del nostro Quartiere: venerdì 26 marzo - ore 21.00
VEGLIA PASQUALE con Iniziazione da adulto di Josè Luis: notte 3/4
aprile inizio ore 21.30
![]()
una bella opportunità di apertura e di condivisione con amici vecchi e nuovi…
come? partecipando ai gruppi di meditazione dei martedì di quaresima
dove? nelle case di chi darà la propria disponibilità segnandosi in chiesa... o in casa parrocchiale… (tel. 0245481410)
quando? al martedì sera dalle 20,45 puntuali per l'ascolto insieme; seguirà un momento di condivisione...
partecipa anche tu, con la tua presenza e, se puoi, accogliendo gli amici in casa tua! comunica la tua disponibilità in parrocchia!
Il mite non è uno stupido che non reagisce
al male,
ma un forte
che ha deciso di non replicare con le stesse armi,
che porta la relazione ad altri livelli.
Egli si sottrae allo scontro,
ma non si sottrae alla relazione,
disarma perché si consegna disarmato,
rischiando la propria vita per la vita dell’altro.
Mercoledì 17 febbraio, alle ore 21 nella chiesa di via Padova si tiene una Veglia di preghiera per rileggere, con gli occhi della Fede, i fatti di via Padova. Io non ci sarò. Non avendo trovato un sostituto, sono atteso, fuori Milano, ad una Veglia di preghiera con oltre un centinaio di giovani. Andrò e dirò loro che sono contento di appartenere alla Chiesa di Milano che, nel suo leader spirituale, il cardinale Dionigi, con i suoi preti e i suoi laici è operosa, anche in via Padova, dove non alimenta divisioni, non dà spazio a rancori, vendette, giustizialismi di gruppo e cerca di vivere, per quanto possibile, secondo una logica di Vangelo.
Non è un prete di frontiera il parroco, don Piero Cecchi, ma prete del Vangelo, quando dichiara ai giornalisti che “qui non bastano l’ordine pubblico e la repressione degli abusi. Serve educazione, bisogna investire nel costruire cultura e rispetto… Se si guarda con sospetto e si pensa di risolvere i problemi con la forza, si sistemano momentaneamente i problemi, ma non si risolvono alla radice… Chiediamo solo rispetto per la sofferenza delle persone, tutte, italiane e straniere”.
E i preti del Decanato di Turro si sono messi dalla sua parte, invocando legalità, giustizia, opera di mediazione e di riconciliazione, gettando a larghe mani semi di pace e non di odio, di emarginazione, di rifiuto.
Nel “Discorso alla Città” del 2006, il Cardinale, parlando delle periferie, ha detto che «il futuro della nostra comunità civile non sta in una “ordinata ghettizzazione” rispettosa di alcune norme di convivenza più per necessità che per convinzione. Le diverse identità devono essere messe in condizione di non temersi reciprocamente, bensì di aprirsi alla reciproca stima e conoscenza. Poi, il futuro apparterrà ai figli di queste comunità, che dovranno costruire loro, tutti insieme, da cittadini, la città del domani…. Non avrà mai un’anima una città, in cui convivono senza incontrarsi, ma si ghettizzano – rese “periferie” le une alle altre – comunità diverse: da quella italiana, la nostra, a quella islamica, a quella cinese, a quella rumena, albanese, bielorussa e tante altre ancora».
Dobbiamo credere che sia possibile convivere, nella legalità, nella sicurezza ma anche nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà! «L’assenza di speranza è già essa stessa disperazione - disperazione di fronte a noi stessi, di fronte alla storia e al suo e nostro futuro, non semplicemente di fronte alla possibilità di ritorno ad un’umanità diversa per chi ha intrapreso un sentiero diabolico…».
Non dobbiamo temere questa umanità, che viene da oltre confine! La dobbiamo guardare con giustizia ma anche con cuore aperto, con uno sguardo di misericordia: «Non si tratta di un perdonismo fuori luogo, che non tiene conto delle legittime domande che vengono dal corpo sociale: la certezza del diritto, la sicurezza dell’irrogazione della pena, il riconoscimento effettivo dei reati commessi, la sicurezza personale, il rispetto della donna e dei bambini. Semplicemente è l’affermazione di una misericordia nel senso civile: non dobbiamo mai dimenticarci che chi ci sta davanti è un uomo, qualunque cosa abbia fatto, per quante volte abbia dimenticato il valore della vita dei suoi simili, per quante volte abbia dimenticato il bene della sua umanità.
So che questo può apparire duro, ma non lo è. Non è forse più dura la società che sceglie la legge del taglione? Quanto terribile è “occhio per occhio, dente per dente”! Quale tragico destino incomberà sulla comunità che entra nell’ottica di una giustizia come vendetta sociale!».
Dobbiamo ricercare risposte “insieme”, amministratori, chiesa, forze di volontariato, cittadini, italiani e stranieri, per dare una nuova identità alle periferie – non esiste solo via Padova – perchè senza identità «la periferia è il luogo migliore per nascondersi, per mimetizzarsi, per fuggire a se stessi e alle proprie responsabilità, per evitare di avere un’identità: la ricostruzione vera delle periferie passa anche attraverso processi che impediscano di mimetizzarsi, di nascondersi, di sfuggire alle responsabilità personali e collettive, che impediscano di autodistruggersi e che favoriscano il dialogo, la conoscenza reciproca, la partecipazione».
Commentando le parole del Cardinale, avevo ricordato l’intervento di don Bosco, a Parigi, nel 1884: »La salvezza della gioventù, o signori, è nelle vostre tasche… i benefizi che oggi rifiutate loro, verranno a domandarvelo un giorno, non più con il cappello in mano, ma mettendovi il coltello alla gola e forse insieme con la roba vostra chiederanno pure la vostra vita”. Siamo ancora in tempo a prevenire? Con don Pietro, don Virginio, don Massimo, don Gino ed altri don, che lavorano in Caritas o negli oratori, in comunità di accoglienza, con tanti loro collaboratori e collaboratrici, oso dire di sì, siamo ancora in tempo!
Don Vittorio Chiari, Parroco di San Domenico Savio