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Foglio settimanale: n. 40   11 dicembre 2010


- SPECIALE DISCORSO ALLA CITTÀ -

"MILANO, UNA CITTÀ DAL TERRENO BUONO"

Il cardinale Tettamanzi ha preso spunto dal brano sul seminatore tratto del Vangelo di Luca, per il suo Discorso alla Città alla vigilia di S. Ambrogio, centrato su quanto funziona a Milano, per scoprirne il segreto e sostenerlo ulteriormente

 

«Cari amministratori, vorrei che tutte le componenti della nostra città si sentissero con voi responsabili di Milano così che possiate essere sempre meno “gestori” della cosa pubblica, meno sorveglianti dello status quo, meno rappresentanti di una parte e non di altre, ma sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo.

Nessun amministratore si consideri solo in questa missione: chi si occupa disinteressatamente del bene degli altri sappia che gode della stima mia personale, della comunità cristiana e di tutti i cittadini.

Fare della nostra città un luogo coeso, solidale, comunicativo, aperto a tutti, dove il terreno è liberato dalle aridità, dai sassi e dai rovi che ne soffocano la fertilità, dove poter realizzare i progetti di vita più veri credo sia non un’utopia, ma un’impresa possibile e affascinante. Con la collaborazione di tutti, però. Nessuno escluso».

Il cardinale Tettamanzi nella basilica di S. Ambrogio ha concluso così il suo Discorso alla Città. Un testo come sempre esigente rivolto in primo luogo agli amministratori pubblici, ma una riflessione che vale per ogni cittadino.

“Milano, una città dal terreno buono” è il titolo del Discorso che ha pronunciato in occasione della celebrazione vigiliare di Sant’Ambrogio, patrono della città di Milano e compatrono della Diocesi. L’Arcivescovo ha preso spunto dal brano del capitolo 8 del Vangelo di Luca in cui Gesù «davanti alla folla accorsa da ogni città per ascoltarlo» narra la “parabola del seminatore”, che «gettò la sua semente sulla strada, tra le pietre, tra i rovi e la terra buona». Tettamanzi sintetizza in questo Discorso i pilastri che hanno caratterizzato il proprio impegno pastorale in questi anni. Non nascondendosi nessuno dei problemi aperti, ma anche leggendoli con un animo pieno di speranza.

L’Arcivescovo innanzitutto loda e incoraggia chi a Milano già ora e in abbondanza lavora per il bene di tutti: un sentimento positivo che è molto diffuso nel testo. Ringrazia e inoltre chiede che sia onorata la memoria di tutti gli amministratori pubblici che si sono spesi per il bene dei milanesi. E indica che il nuovo terreno «in cui gettare il seme buono e nuovo - della giustizia, della carità, della pace - è il cuore, la mente, il vissuto quotidiano degli abitanti vecchi e nuovi di Milano.

È il Vangelo in particolare a darci speranza: anche la parte infeconda della città, se coltivata premurosamente e attentamente, può giungere a dare frutto».

 

L’abbondante terreno fertile

Ecco allora i quattro terreni.

Primo, quello fertile: «Un aspetto particolare della vita della città ne mostra l’abbondante fecondità: è la componente intraprendente non soltanto nel produrre per sé ma anche per dare a tutti vita, speranza, dignità e autonomia.

Penso a chi pone competenze a servizio di altri in campo amministrativo, economico, culturale, nel servizio alla salute, della risposta al disagio e al bisogno. Mi riferisco a chi si impegna per sostenere l’integrazione dei nuovi cittadini.

È una fertilità che si incrementa là dove prevalgono il desiderio e l’impegno per meglio servire gli altri. Importante è la dedizione di tanti imprenditori che, nonostante la crisi, innovano, danno lavoro, costruiscono sviluppo, contribuiscono al benessere dell’intera città.

Laboriosa e silenziosa ma preziosa è l’opera dei numerosi ricercatori che nelle nostre università, negli ospedali e centri di ricerca affrontano e risolvono i problemi che gravano sulla vita umana. Preziosissimi poi sono coloro che educano le nuove generazioni. Sia benedetta la solidarietà concreta e generosa presente nella nostra Milano. Non c’è autentico sviluppo che non sia strettamente associato al bene di tutti».

 

La città soffocata dai rovi

Secondo terreno è quello dove il seme «cadde in mezzo ai rovi», che «corrispondono a quelle forme molteplici e sempre nuove di disumanizzazione, che impediscono all’umanità buona di fiorire».

L’Arcivescovo pensa alle «famiglie che - a causa del reddito non sufficiente, dei servizi pubblici non sempre disponibili ed efficaci -avrebbero bisogno di un vicinato attento e generoso, di una rete parentale per gestire lo svolgersi della vita quotidiana. Penso a chi si trova ad affrontare la malattia cronica o degenerativa di un congiunto, il disagio psichico, la presenza di un anziano non autosufficiente, un figlio disabile: non è l’evenienza in sé a rendere “soffocante” l’esistenza, ma il trovarsi da soli ad affrontare queste situazioni».

Un altro terreno da dissodare dagli ostacoli è quello di «sostenere le imprese affinché non chiudano, spingerle a modernizzarsi, a fare sistema. Il lavoro - non dimentichiamolo mai - ha una componente di sacralità, come la Bibbia più volte testimonia. Sia preoccupazione condivisa rispettarlo, tutelarlo, promuoverlo.

Il lavoro è sempre stato la risorsa caratteristica della nostra città. E proprio il lavoro può far ripartire e rivivere Milano, togliendola dalle secche in cui il suo autentico splendore si è offuscato».

Ma Tettamanzi non dimentica certo il volontariato, di cui è ricca Milano: però «da solo non ce la fa: ha bisogno di essere formato, sostenuto, promosso nella ricerca di nuove forze.

Un volontario motivato, competente e generoso porta un indubbio aiuto all’azione di governo. Sempre più spesso, poi, lo spirito del volontariato diviene impresa, l’attenzione e il servizio ai più poveri si tramutano in forme particolari di imprenditoria, connesse al terzo settore e ad alcune esperienze di no profit.

Cooperative e associazioni possono arrivare laddove il settore pubblico non riesce a intervenire per dare opportunità a chi da solo mai potrebbe affrontare un’esperienza lavorativa.

Ma una minore distribuzione di finanziamenti pubblici, la distorsione di alcuni intelligenti strumenti quali il 5per1000, stanno penalizzando queste realtà di aiuto, fino a metterne a rischio l’esistenza».

Su questo aspetto ecco il suo appello: «Cari amministratori: aiutate chi sa aiutare, sostenete chi sa sostenere! La scelta di una sussidiarietà animata da una vera solidarietà è quanto mai urgente! Occorre ricercare insieme un modo nuovo per garantire risorse pubbliche al terzo settore così che quest’ultimo, sempre più autonomo e protagonista, riattivi quelle forme di partecipazione, capaci di fortificare la coesione sociale».

 

La mancanza delle condizioni per crescere: le questioni educative e culturali

Terzo terreno, quello pietroso, ha il volto di giovani che «crescono senza costruire un serio progetto di vita, senza dare un senso all’esistenza. È una situazione frutto di un clima culturale complessivo che pare voler rimuovere la questione della responsabilità e del significato dell’esistenza.

Ma se la famiglia a volte “non ce la fa” a educare adeguatamente, se le relazioni sociali “non tengono” è pressoché difficile “salvare” la situazione solo con quegli interventi socio-educativi che le amministrazioni pubbliche mettono in atto.

Diviene allora fondamentale un piano adeguato di sostegno alla famiglia perché possa continuare a svolgere la sua missione educativa. Famiglie forti e unite favoriscono la coesione sociale del territorio! È importante riconoscere, mettere in rete e sostenere l’azione di centri di educazione e socializzazione quali le scuole, gli oratori, i centri sportivi, le associazioni culturali e del tempo libero».

 

Portare speranza nelle situazioni più difficili

Quarto terreno è la strada: «Eppure proprio da qui l’agricoltore inizia il suo lavoro», sottolinea il Cardinale. In particolare si riferisce a immigrati, nomadi e carcerati. «Non io, ma molti altri - purtroppo - paragonano questo terreno, per esempio, alle persone immigrate che vivono in situazione di clandestinità: ben note ai propri datori di lavoro ma invisibili alle istituzioni che non riescono a realizzare un progetto di emersione dall’illegalità. È per il bene di queste persone e della città che occorre offrire loro il seme della speranza, per aiutarle a costruire un futuro di cittadinanza vera - all’insegna dei doveri e dei diritti - così da rendere pieno il loro apporto alla società, per allontanarle dalla tentazione e dalle scorciatoie della delinquenza».

Un tema spinoso nella vita della città è quello dei rom: «Impresa inutile pare essere quella di tentare di inserire nella società le persone di origine nomade.

Il pregiudizio, che a volte trova purtroppo corrispondenza in comportamenti contro la legalità, sconfigge la possibilità di ricercare per loro soluzioni serie e rispettose sia della loro umanità che del resto della città. Noto come spesso ci si accanisca contro i nomadi, impedendo l’integrazione di chi vuole intraprendere percorsi di legalità e cittadinanza, con il rischio di esporli ancor più alla delinquenza. Compito di chi amministra la città è di amarla e servirla: integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte. E se c’è una predilezione da accordare sarà per il figlio più debole, per chi ha bisogno di maggiori cure».

 

Quattro cantieri da aprire per costruire la coesione sociale

Tettamanzi indica anche le strade da percorrere per il futuro e parla di «realizzare anche una “mappa dei cantieri sociali”. Con un simile osservatorio si guadagnerebbe un punto di vista nuovo su Milano: cantieri laboriosi e creativi che possano orientare le forze per superare la frammentazione sociale e spazzare via quella diffusa depressione che si respira in città».

Primo: per studiare, evidenziare e condividere il segreto della Milano che funziona, quella produttiva e generativa in ambito sia sociale sia economico.

Secondo: «per individuare, dirigere e sollecitare quegli interventi necessari per quanti a Milano hanno bisogno di aiuto per tornare autosufficienti. Deve essere un’occasione per comprendere in rapidità i cambiamenti delle forme di povertà, per spingere il volontariato e il terzo settore ad adeguarsi ai bisogni guadagnando sempre più autonomia imprenditoriale».

Terzo: sulla questione educativa, riflettendo insieme a tutti coloro che in questo ambito già sono impegnati: «vorrei mettere a disposizione quanto recentemente ho promosso come presidente dell’Istituto Toniolo dell’Università cattolica: periodiche analisi e riflessioni sulla percezione che i giovani hanno della Chiesa italiana e del suo rapporto con la società civile».

Quarto: dove lavorare «per diminuire il più possibile le inaccettabili forme di esclusione sociale: un cantiere in cui l’opera sarà certamente difficile e impegnativa».

«Questi “cantieri” – conclude il Cardinale - possono offrire l’opportunità di promuovere il lavoro comune di istituzioni, cittadini, associazioni, tra i diversi livelli delle amministrazioni locali. Sarà un grande contributo per superare la frammentazione: sia perché insieme si rifletterà e si interverrà, sia perché i frutti di tali azioni produrranno coesione sociale».

Pino Nardi

 

 

 

 

 

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