vai al calendario: dicembre 2009
Avvento/ Gesù viene: è lui la nostra gioia...
Si celebra nella nostra parrocchia la giornata dell'adesione dell'Azione Cattolica
Questa domenica si chiamava un tempo domenica “laetare” che significa “rallegrati” e, nell’imminenza del Natale di Gesù, era un invito a prepararci alla festa, aprendo il cuore alla gioia, come ci suggerisce il quinto capitolo della lettera ai Filippesi.
4Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti.
5La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!
6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le
vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
7E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e
le vostre menti in Cristo Gesù.
Si tratta di una gioia vera, non come quella virtuale e illusoria di un folklore evanescente, che nasconde abissi di vuoto…
Gioia perché il Signore è vicino e mantiene la sua promessa: Lui si fa carico di noi, non ci abbandona nella prova, ci dona le energie umane ed interiori di cui abbiamo bisogno, non permette che cadiamo nell’angoscia, è in dialogo con noi e ci ascolta, ci custodisce…
Una gioia con i piedi per terra… che, nonostante conosca anche la fatica e la sofferenza, non cade nel disorientamento perché c’è Qualcuno che vede con noi e per noi il significato positivo di ogni esperienza umana, anche la più oscura…
San Paolo ce lo ribadisce nel capitolo ottavo della lettera ai Romani.
28… sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per
coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno…
31… Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?
32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per
tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?...
35Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia,
la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci
ha amati.
Tutto questo viene reso possibile dal fatto che Dio Figlio si è fatto
uomo… uno di noi… e questo è la sorgente della nostra gioia… rallegriamoci!
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La Trinità, relazione di amore.
Il Dio, che Gesù ci ha rivelato, non è solitario e chiuso in se stesso: è il Dio che è in se stesso dono e che si dona a noi, il Dio che è amore. Come attesta la prima lettera di Giovanni, “in questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati… E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (4,9-10. 16).
È l’amore la via che ci fa conoscere il Dio di Gesù: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (4,8). Da sempre Dio è amore: è colui che ama; colui che è amato e ricambia l’amore; è in persona il vincolo che unisce chi ama e chi è amato. Scrive sant’Agostino: “Le persone divine sono tre: la prima che ama quella che da lei nasce, la seconda che ama quella da cui nasce e la terza che è lo stesso amore” (De Trinitate 6, 5, 7). Questi tre sono uno: non tre amori, ma un unico, eterno e infinito amore, l’unico Dio che è amore. È ancora sant’Agostino ad affermare: “Vedi la Trinità, se vedi l’amore” (ib., 8, 8, 12). E aggiunge di quest’unico Dio, che è amore: “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (ib., 8, 10, 14), il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
La beata Elisabetta della Trinità testimonia con questa bellissima preghiera come la creatura possa essere resa partecipe del dialogo d’amore dei tre che sono uno:
Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente di me per stabilirmi in Te, in un’immobile quiete come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da Te, mio immutabile Bene, e ogni istante mi porti più dentro nelle profondità del Tuo mistero.
Pacifica la mia anima, fanne il Tuo cielo, la Tua dimora preferita e il luogo del Tuo riposo: che io non Ti lasci mai solo, ma sia totalmente in Te, in tutto vigile nella fede, in totale adorazione, nel completo abbandono alla Tua azione creatrice...
O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a Voi come una preda.
SeppelliteVi in me perché mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella Vostra luce l’abisso delle Vostre grandezze. Amen!
(Elevazione alla Santissima Trinità, 21
novembre 1904)
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Carissimi,
ancora una volta il Signore mi dà la grazia e la gioia di rivolgermi alla Città per la festa di sant’Ambrogio, patrono di Milano e della Diocesi.
L’amore per la nostra Città
Inizio confessando il particolare amore che mi lega a questa Città, alla mia Città. Sono sicuro che tutti voi condividete con me questo amore, un amore segnato da gratitudine e insieme da responsabilità.
La gratitudine, anzi tutto. Riconosciamo il patrimonio di fede, di storia, di cultura, di tradizioni, di opere che nei secoli ha arricchito la nostra Città: una preziosa eredità che ogni giorno viene posta nelle nostre mani, un dono grande che è offerto anche alle giovani generazioni e ai milanesi di domani, a coloro che in questa Città vengono ad abitare da altre città, da terre lontane.
A questa nostra gratitudine s’accompagna poi un senso di responsabilità. È un amore che si pone una domanda: sapremo anche noi arricchire l’eredità morale e spirituale da trasmettere a quanti verranno dopo di noi?
Ma quale potrà essere il nostro modo, per conservare, anzi per arricchire la storia di questa Città? Nessuno di noi pensa che per perpetuare nel futuro la grandezza di Milano sia sufficiente edificare qualche monumento, questa o quell’altra infrastruttura, abbellirla con qualche opera d’arte. Si tratta di interventi utili ma – sappiamo - da sempre sono gli abitanti la ricchezza più grande di una città. Mi chiedo ancora: noi stiamo portando il nostro contributo per rendere grande Milano? “Milano con il cuore in mano”, “solidarismo ambrosiano”: queste ed altre espressioni proverbiali, da sole, lasciano intendere quale sia l’eredità migliore che ci è stata consegnata: la solidarietà. Tante istituzioni caritative ne sono una splendida testimonianza. Eroi della solidarietà dicono di questa grandezza. Come non ricordare il beato don Carlo Gnocchi e la Fondazione che ne porta il nome?
La solidarietà rende grande la Città
È la pratica straordinaria della solidarietà che ha reso grande nei secoli Milano. Ed è sulla solidarietà che dobbiamo misurare ancora oggi l’autenticità della grandezza della nostra Città. Spesso la solidarietà riceve un’interpretazione semplicistica: emotivo-sentimentale nell’ambito personale, benefico-assistenziale in quello sociale. Ma, come sottolinea la recente enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, la solidarietà esige di essere riscattata da queste visioni parziali, affermandone il ruolo tipicamente sociale e politico. Essa, infatti, persegue il bene non solo individuale ma anche e specificamente comune, è del tutto inscindibile dalla giustizia e include, pertanto, la presenza attiva e responsabile delle stesse Istituzioni ben oltre il pur indispensabile servizio del volontariato.
La solidarietà è inseparabile dalla giustizia e per questo ha una destinazione propriamente sociale. Alla sua radice ci sono sempre gli altri. Sì, gli altri, perché ciascuno di noi, lungi dall’essersi costituito da sé, è in se stesso un dono, un essere che ha ricevuto molto dagli altri. E non c’è solo un debito individuale, ma anche un debito comunitario, che ci lega alle generazioni che ci hanno preceduto. Scriveva Paolo VI nella sua famosa Enciclica sullo sviluppo dei popoli e dell’intera umanità:
«Ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera… Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» (Populorum progressio, 17).
La solidarietà riveste i tratti del dovere. È un aspetto che viene sottolineato con forza anche dalla nostra Costituzione. Tra i “principi fondamentali” viene affermato il profondo legame tra i “diritti inviolabili dell’uomo” e “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). È questo il grande patto sociale che mantiene coesa una città. Qui è in gioco una virtù cardinale, è in gioco la giustizia!
Milano è una città solidale?
La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.
Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”. Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.
E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.
Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco. La Città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.
La Città è solidale con i giovani se sa farsi carico delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero. Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità?
La solitudine poi di tante persone manifesta il bisogno di solidarietà. Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici…
Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà. Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità. Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e nelle associazioni caritative.
Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi.
Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia. Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della Città per innalzare la qualità della vita delle persone. Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità?
Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.
Sono innumerevoli coloro che nella vita quotidiana tengono gli occhi aperti alle necessità degli altri: attenzioni che si concretizzano in piccoli gesti e segni di prossimità, ma che – considerati tutti insieme – portano uno straordinario beneficio a tantissime persone per il loro equilibrio, per il loro benessere, assorbendo tanta fatica che, altrimenti, appesantirebbe la vita di molte persone e della Città nel suo insieme. Senza questi “angeli” della quotidianità la vita a Milano sarebbe per tanti sicuramente più difficile.
In questa prospettiva va promossa con decisione una “nuova solidarietà” che assuma la forma di una vera e propria “alleanza” intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le Istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.
(continua nel prossimo foglio)
Era il 19 novembre quando sono arrivate le ruspe. Nell'aria si sentiva che lo sgombero sarebbe arrivato, e così è stato.
Il campo di via Rubattino era abusivo, circa trecento persone vivevano lì senza averne il diritto. O meglio, senza avere il permesso.
Quel campo, però, portava con sé un'anomalia rispetto ad altri campi di rom, abusivi o regolari: molte persone del campo erano diventate gente del quartiere, grazie a un intenso lavoro di relazioni intessute dai volontari della Comunità di Sant'Egidio e a una grande disponibilità da parte di molti, nella scuola e nella Chiesa. Condividevano l'oratorio, la scuola, il tempo libero, perfino il lavoro.
Non tutte e trecento, è vero, ma molte di queste sì.
Oltre una trentina di bambini frequentava - e frequenta, anche se in numero minore dopo lo sgombero - la scuola, ogni giorno.
Maestre, compagni di classe, genitori, amici, conoscenti, educatori dell'oratorio, gente comune. Tante relazioni che prendono vita e si consolidano.
Il 19 novembre lo sgombero non è passato inosservato: non più solo rom senza un nome, senza una storia, senza una dignità. Persone, stavano sgomberando delle persone.
E così c'è stata una risposta: alcune maestre della scuola Primaria Pini hanno cominciato a chiedere aiuto, perché non potevano accettare di sapere i loro alunni e le loro alunne senza un tetto e dei vestiti. Con loro altri gruppi di genitori, altre maestre, altre scuole, movimenti, associazioni, oratori e semplici cittadini.
E' stato chiesto anche a don Piero di dare una mano.
Dice il Vangelo (Mt 25, 35-36) "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi."
Una stanza dell'oratorio ha ospitato dapprima otto persone, poi dieci perchè alla famiglia di Viorel si è aggiunta la nuora con il piccolo Marco, che proprio non poteva starci sotto un ponte. Stefano si è reso disponibile e ha sistemato una doccia. Marco ha spinto Viorel e Paris - il figlio maggiore - a sistemare il loro curriculum per cercare lavoro. Sono bastate tre raccolte organizzate dai giovani del Clan per raccogliere decine e decine di sacchi di vestiti di ogni genere e misura. Ci siamo reciprocamente invitati a cena offrendo noi una pasta della miglior tradizione scout e loro dei “sarmale”, involtini di riso e carne in foglie di verza.
Stiamo cercando di creare relazioni perché possano trovare calore umano, oltre che coperte e un tetto. Hanno bisogno di una casa e di lavoro, come tante famiglie rumene, italiane, cinesi, filippine, arabe, boliviane...
Non sono semplicisticamente "una famiglia rom". Sono Viorel e Liuba, con Aaron, Roberta Giulia, Isabella, Fernando e Manuel. E poi Paris e Amila, con il piccolo Marco. Ci stiamo impegnando perché possano trovare un lavoro e una sistemazione più adeguata: dieci persone in una stanza faticano a vivere, anche se la preferiscono al freddo di un ponte della tangenziale e ringraziano ogni volta che si fa capolino da loro.
Grazie a tutti quelli che stanno dando una mano perché questo sia possibile.
La Comunità Capi - Gruppo Scout AGESCI
Milano 68
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E’ un'occasione di festa per la nostra comunità ecclesiale e per i laici di AC che con il gesto dell'iscrizione rinnovano il loro "sì".
Domenica 13 dicembre si celebra nella nostra parrocchia la Giornata dell’adesione dell’Azione Cattolica. «È la festa del nostro sì a una vocazione specifica con la quale vivere il battesimo», dice Valentina Soncini, presidente dell’AC ambrosiana. «Il nostro Cardinale nel suo testo “Pietre vive” auspica che ciascuno rinnovi e intensifichi la coscienza del dono del sacerdozio battesimale che è, sono parole sue: “dono dello Spirito che abita nei nostri cuori, di Cristo che ci conforma alla sua immagine di Figlio e che orienta tutta la nostra vita verso il Padre”».
In armonia con la Diocesi ogni parrocchia si attiverà con i suoi soci di AC per organizzare la giornata coinvolgendo non solo gli iscritti, ma l’intera comunità perché possa diventare un’occasione di festa per tutti.
«Con l’adesione», si legge in un testo del Centro Nazionale, «esprimiamo pubblicamente la nostra adesione a un progetto, condiviso da molti, per stare nella Chiesa da laici per raccontare la bellezza di Gesù oggi, in questo nostro tempo e nei luoghi in cui ci è dato da vivere».
«In particolare quest’anno diciamo il nostro sì all’AC come modo per dire sì al nostro sacerdozio battesimale», spiega Soncini. Un tema caro all’Arcivescovo che lo ha trattato anche nella sua lettera “Pietre vive”. «Il cardinal Tettamanzi indica un modo concreto di dire dei sì», aggiunge Guido Piccardo. «Raccomanda a tutti i suoi fedeli di celebrare la vita facendosi tutti sacerdoti», che significa «dare spazio al mistero di luce e di grazia che già abita in noi».
Vivere concretamente la vocazione cristiana con l’aiuto dell’AC «è un buon punto di partenza», continua. «Attraverso un cammino di formazione e di crescita siamo aiutati a sentirci parte viva della Chiesa, a consolidare la nostra vita spirituale, a confrontarci con altre persone discutendo insieme idee e progetti. Nel gruppo di AC si impara a dire dei sì concreti nella fedeltà, nel servizio, nella serietà di intenti e insieme si impara a vivere delle relazioni buone: relazioni aperte soprattutto a chi non ci è immediatamente vicino».
«Il nostro “sì”», aggiunge Soncini, «si esprime con il gesto dell’adesione e il simbolo della tessera, si indirizza innanzitutto al Signore, da cui prendono forma e vigore tutte le altre relazioni, così come il tema dell’anno associativo ci indica con particolare forza nello slogan “Lo accolse con gioia” riferito a Zaccheo.
Sono le relazioni tra noi soci della stessa Associazione, ragazzi, giovani e adulti chiamati insieme nel comune cammino, senza esserci scelti; sono le relazioni con il nostro Vescovo e dunque con tutti i nostri parroci con i quali si concretizza la comunione con la Chiesa diocesana. Sono relazioni che si aprono ad altri laici, a cui poter testimoniare la bellezza di un cammino cristiano, che può suscitare in altri il desiderio di farne parte. Sono relazioni con chi è nel bisogno e nella fatica verso cui compiere gesti nuovi di attenzione, come i banchetti vendita intendono far vivere smerciando prodotti abruzzesi in solidarietà con le popolazioni colpite dal terremoto».
Gli aderenti di AC si preparano intanto a vivere insieme il pellegrinaggio in Terra Santa in programma per l’estate, viaggio al quale hanno dovuto rinunciare nel 2006 a causa della guerra e che ora ripropongono con «il desiderio di sostare e pregare negli stessi luoghi storici dove è vissuto Gesù, per imparare sempre di nuovo chi è il nostro Dio dalla sua autentica umanità». Israele è anche luogo di sofferenza per la popolazione e per gli stessi cristiani che vivono «una particolare condizione di minoranza e di marginalità».
Luisa Bove