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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 39   28 novembre 2009


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vai al calendario: dicembre 2009


- INDICE -

Avvento/ Gesù viene in ogni essere umano...

Messaggio del Papa per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato/ “I migranti e i rifugiati minorenni”

Via Rubattino...

Una lettera... firmata...

Lettera ai cercatori di Dio

Il dialogo e la forza dell'esempio per vincere la paura degli immigrati

Quest'anno il cardinale scrive a tutti i bambini... e anche a noi...


AVVENTO/ GESÙ VIENE IN OGNI ESSERE UMANO...

 Come ci dice l’evangelista Giovanni, il Figlio eterno di Dio, il Verbo, si è fatto carne, è diventato vero uomo e nostro fratello… fratello di ogni essere umano…

Gesù ci viene vicino e si lascia incontrare da noi in ogni essere umano: lì lo possiamo trovare… ogni persona umana, nessuna esclusa, ci è donata come “sacramento” della presenza di Gesù…
Ce lo dice Gesù stesso con la parabola narrata nel venticinquesimo capitolo del Vangelo secondo Matteo.

34Allora dirà:
"Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo,
35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere,
ero straniero e mi avete accolto,
36nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato,
ero in carcere e siete venuti a trovarmi".
37Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?".
40E risponderà loro:
"In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo
di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

L’Eucaristia senza l’accoglienza vera dell’altro, di ogni altro, come sappiamo e come possiamo, diventa una menzogna, come ci dice san Paolo nella prima lettera ai cristiani di Corinto…

E il Natale?...


MESSAGGIO DEL PAPA PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO
"I MIGRANTI E I RIFUGIATI MINORENNI"

Una persona umana con diritti fondamentali inalienabili il cui rispetto non deve mancare mai. A ricordare che il migrante, specie se minore, è soggetto al quale va assicurata parità di diritti e doveri, è il Papa, nel suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (17 gennaio 2010), presentato in Sala Stampa Vaticana e dedicato a “I migranti e i rifugiati minorenni”.

Nel documento, in cui sono ripresi alcuni temi dell’enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI formula l’auspicio che a tutti i minori migranti, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale, sia riservata la giusta attenzione. «Vivere in un Paese straniero senza effettivi punti di riferimento crea a essi, specialmente a quelli privi dell’appoggio della famiglia, innumerevoli e talora gravi disagi e difficoltà» è l’amara constatazione del Pontefice. Che poi si chiede: «Come non considerare tra i più piccoli anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso - infatti - da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria».

In particolare, il Papa chiede che ai figli degli immigrati «sia data la possibilità della frequenza scolastica e del successivo inserimento nel mondo del lavoro». Di qui, ribadisce Benedetto XVI, l’esigenza di facilitare «l’integrazione sociale grazie a opportune strutture formative e sociali». «Un aspetto tipico della migrazione minorile - annota il Pontefice - è costituito dalla situazione dei ragazzi nati nei Paesi ospitanti, oppure da quella dei figli che non vivono con i genitori emigrati dopo la loro nascita, ma li raggiungono successivamente. Questi adolescenti fanno parte di due culture con i vantaggi e le problematiche connesse alla loro duplice appartenenza, condizione questa che tuttavia può offrire l’opportunità di sperimentare la ricchezza dell’incontro tra differenti tradizioni culturali».

Non sempre il diritto di un minore non accompagnato, non rimpatriabile stando alle convenzioni internazionali, è rispettato. Diversi di questi minorenni entrano in clandestinità per il fatto che i genitori, a volte l'intera famiglia, pongono tutte le loro speranze nella riuscita del minore che emigra. Questo si trasforma in un forte peso psicologico per il ragazzo che non vuole deluderli e perciò egli è pronto a subire ingiustizie, violenze e maltrattamenti pur di ottenere il permesso di soggiorno, e soprattutto un lavoro per poter aiutare la famiglia di origine, che tanto ha “investito” su di lui.

Rita Salerno 

 


VIA RUBATTINO...

Lo sgombero del campo nomadi di via Rubattino di dieci giorni fa continua ad interpellarci: la complessità dei problemi che hanno prodotto in questa azione di forza che non risolve la situazione, ma crea disagi più gravi, non può lasciarci indifferenti.

Da una parte il problema c’è e non si può eludere, dall’altra le reazioni emotive, di qualunque segno siano, non giovano. Occorre guardare la situazione con uno sguardo libero che vada oltre gli interessi di parte e dia spazio a vera umanità e alla dimensione etica.

In questa ottica mi sembra di individuare alcuni punti fermi imprescindibili.

1. Tutti siamo egualmente persone umane, nessuno escluso, e come tali tutti abbiamo diritto di essere rispettati e trattati, a prescindere da condizioni sociali, etniche, culturali o religiose, da posizione giuridica, e da eventuali meriti o demeriti.

2. La famiglia rimane una realtà fondamentale per la persona umana e costituisce un diritto nativo di ogni uomo, è precedente alle istituzioni umane, che le devono rispetto, e va in ogni modo promossa e tutelata.

3. In particolare i minori hanno diritto ad essere accolti, a crescere in una famiglia, ad accedere all’istruzione, all’assistenza medica e a tutte le forme di sostegno alla loro crescita.

4. La società civile è tenuta a farsi carico di tutti i cittadini, anche quando risulta oneroso o disagevole prendersi cura delle membra più fragili della collettività.

Alla luce di questi valori desidero esprimere alcune considerazioni sullo sgombro di via Rubattino.

1. Mi lascia sorpreso e sgomento la scelta dei pubblici amministratori di smantellare un insediamento, pure abusivo e inadeguato, senza avere previsto prima una concreta alternativa. Non si può cancellare con un decreto o delle ruspe una realtà di persone che di fatto ci sono e devono poter esistere ed essere aiutate a collocarsi positivamente nella società.

2. La soluzione di una sistemazione che comporterebbe di smembrare le famiglie mi risulta eticamente inaccettabile, sia per se stessa, sia per il fatto che crea nuovi e più gravi problemi a tutti e in particolare ai minori.

3. L’interruzione brusca e senza alternative di un processo di integrazione scolastica e umana di oltre trenta minori mi appare dissennatamente irresponsabile e costituisce anche una grossolana mancanza di rispetto del lavoro di oltre un anno delle Insegnanti della Scuola di via Pini, delle Famiglie dei compagni di classe di questi minori e delle Associazioni di Volontariato che si sono generosamente impegnate in questo progetto di integrazione.

4. Infine la negligenza noncurante con la quale le risposte a questa emergenza cominceranno ad essere prese in considerazione nel prossimo mese di gennaio, dopo le festività natalizie, mi scandalizza se lo raffronto con la premura con la quale responsabili pubblici fanno a gara ad inaugurare costosi simboli di un prestigioso Natale di facciata che non hanno nulla di cristiano.

La vicenda dello sgombro delle famiglie di via Rubattino, alla luce di queste considerazioni, mi appare come una dolorosa sconfitta per tutti: nessuno esce vincitore da situazioni traumatiche come questa. Sia chi subisce la pesantezza di scelte come questa, sia chi le auspica o le compie perché non sa trovare soluzioni diverse, è perdente.

Rimane spazio solo alla supplenza del Volontariato e della Chiesa… ma non è giusto che sia così

don Piero

 


UNA LETTERA... FIRMATA...

Carissimo don Piero,

non riesco a togliermi dagli occhi l' immagine della famiglia Rom che è passata sabato alla ricerca di vestiti puliti.

Sono veramente una "poca cosa" come cristiana, come cattolica se non faccio sentire anche la mia voce per gridare lo sdegno, la vergogna che provo di fronte alla prevaricazione del diverso.

Non voglio apparire una persona "modello" anche a me "il Rom", a volte suscita un sentimento di "fastidio"; fa parte dei retaggi di una educazione passata, per cui qualsiasi cosa non inserita nei cosiddetti canoni "normali" è da evitare.

Negli anni passati alcuni di loro sono cresciuti insieme a uno dei miei figli.

Le maestre della scuola di via Russo hanno fatto un bellissimo lavoro e sono riuscite ad inserirli perfettamente all'interno della classe.

Sarebbe stupido non dire, che i problemi non ci sono stati.

Alla fine di quell'anno scolastico tutta la classe (o quasi) ha trascorso una giornata intera nel campo rom e sono stati i nostri bambini a sentirsi "diversi" da loro, e meno fortunati:

...loro non avevano una casa e potevano spostarsi quando volevano, vivevano tutti insieme e condividevano anche molte cose.

...loro non erano obbligati a lavarsi e a mangiare la verdura

...vivevano all' aperto e spesso accendevano dei grossi fuochi per scaldarsi.....

Ancora oggi mia figlia conserva "le ceneri" di ciò che avevano bruciato in quel giorno davanti a un grosso falò... le loro paure...

Certo i bambini vedono solo alcuni aspetti e sicuramente non sanno niente di politica.

Ma noi che cristiani saremmo se non facessimo sentire la nostra voce a favore dell'emarginato e del diverso?

Essere discepoli è anche questo.

Aiutare e aiutarci ad andare "oltre " ai nostri limiti di persone perbene.

E' vedere "Gesù" nel diverso... nel sostenerci quando questa fatica ci diventa quasi impossibile.

E' ammettere di avere dei limiti ed affrontarli insieme.

Vergognoso è che all' inizio dell' inverno si decida di "spazzare via" un campo Rom senza avere nessuna alternativa, per quelle famiglie.

E ancora una volta ci si affida al volontariato e alle parrocchie.

Ancora una volta si aspetta che la situazione venga presa in mano dai nostri politici, mentre i nostri frigo sono pieni e le nostre case calde ed illuminate...

E anche io ancora una volta mi vergogno di non riuscire a fare niente se non, almeno, scrivere il mio sdegno!

R.G.

 

Grazie, è un dono bello accorgersi che ogni uomo è mio fratello, al di là delle fatiche, ed è bello sapere che, a differenza della parabola del povero Lazzaro, saranno questi fratelli ultimi ad allungarci la mano per farci entrare nel "seno di Abramo" che è la festa della comunione gioiosamente appagante di Dio.

Grazie! Buona giornata

donpi

Ringraziamo quanti ci hanno aiutato con generosità in questa emergenza.


LETTERA AI CERCATORI DI DIO

“Io e il Padre siamo una cosa sola”

L’approfondimento della fede in Dio Padre, Figlio e Spirito, avviene nelle prime comunità cristiane che si confrontano con la radice ebraica, in cui si riconosce che Dio è “un solo Signore”. Nella tradizione del Vangelo di Giovanni si proclama apertamente che solo per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio, si conosce l’unico Dio vivo e vero. Dio, che nessuno ha mai visto e udito, si fa vedere e ascoltare per mezzo di Gesù Cristo, il solo che lo ha visto e udito. Gesù non è un altro Dio, ma il Figlio che dice le parole udite dal Padre e compie le opere che il Padre gli ha mostrato e comandato di fare. Nel dialogo con i discepoli prima della sua morte, Gesù trascrive il suo rapporto con Dio in questa dichiarazione: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giovanni 14,9).

Nella tradizione giovannea, attestata nella prima Lettera che porta il nome di Giovanni, si esplicita la rivelazione di Dio Padre in Gesù Cristo, il Figlio unico di Dio. Solo chi si lascia coinvolgere nel dinamismo dell’amore che viene da Dio scopre il volto del Padre. L’amore di Dio, che precede ogni risposta umana, si manifesta nella storia in Gesù Cristo, il Figlio unico inviato dal Padre, colui che affronta la morte come massima espressione del suo amore. Chi fa esperienza di questo amore riconosce che Dio è amore. Il sigillo e la conferma di questa esperienza di amore di Dio Padre, nel Figlio suo Gesù Cristo, è il dono permanente dello Spirito Santo.


Integrazione: Il cardinale Martini sul futuro di Milano
IL DIALOGO E LA FORZA DELL'ESEMPIO PER VINCERE LA PAURA DEGLI IMMIGRATI

«Dialoghi di riconciliazione», il cardinal Carlo Maria Martini risponde alle domande di don Massimo Mapelli.

 

Come ci si educa al dialogo e come si arriva alla riconciliazione tra la città e gli esclusi?

Oggi si urla troppo, e quando si urla non si è ascoltati ma si dà la possibilità all’altro di urlare ancora di più. Credo che per dialogare occorra ascoltare l’altro, conoscere le sue ragioni, sapere ciò che dice. Inoltre occorre stimare l’altro: se non si stima non si ascolta. Infine, occorre avere qualcosa da dare, ed essere consapevoli che abbiamo molto da ricevere anche dagli immigrati più poveri o culturalmente più lontani. Credo che la Casa della Carità operi basandosi su questi tre principi.

Come Milano può diventare la città dell’incontro e non dello scontro, della convivialità delle differenze?

Milano non appare subito come un crogiuolo di culture, ma piuttosto come un luogo in cui le culture si affiancano e si mettono un po’ per conto loro. Occorre quindi uno sforzo perché le culture dialoghino. E’ difficile che una città diventi un luogo di convivialità, ma si possono moltiplicare i luoghi di incontro e conoscenza. Come ricordavo nel primo discorso che feci sull’Islam a Sant’Ambrogio, negli anni 80, alcune culture trovano subito un dialogo, altre invece si sentono oggettivamente diverse, contrarie. Occorre quindi non solo accogliere bene le une, ma far sentire alle altre che è possibile un dialogo. E’ un lavoro lungo, e la Casa della Carità ha scelto la via giusta.

La Chiesa come può coniugare il suo essere una grande istituzione in una grande città?

Sono molto contento che la Chiesa di Milano abbia messo a disposizione due sacerdoti nella Casa della Carità . La Casa della Carità deve contribuire a creare un dialogo tra le diverse culture, deve essere un luogo esemplare. In questo momento, in questa città, la Chiesa è una grande istituzione, e ha delle responsabilità verso tutti, sapendo guardare le cose anche dal punto di vista del povero. Siamo tutti poveri, perché la povertà non è essere senza denari ma essere senza potere, senza ascolto, senza confidenza. L’esemplare perfetto della povertà è Gesù sulla croce, che viene addirittura eliminato perché non degno di vivere. Quindi la povertà è certamente un sacramento, e bisogna imparare a guardare dal punto di vista dei poveri: i senzatetto, i barboni, i carcerati ma anche molti altri. Ciascuno deve tirar fuori con coraggio la sua povertà e saper guardare agli altri.

Come ritornare a pensare insieme, quali segni di speranza possiamo vedere in questa situazione di paura e di crisi?

La paura genera paura, mette in contrasto noi con gli immigrati, che sentono le nostre paure, e per difendersi usano, per così dire, le mani. Qual è la via per vincere le paure e arrivare a una vera stima dell’altro? Credo nella via dell’esempio, e voi date l’esempio di questo. Con piccoli passi, uno dopo l’altro, senza grandi proclami o conferenze.

Come la Casa della Carità può diventare un luogo che abbraccia «i diversi colori di Dio», cioè le diverse religioni?

Questo tema si fonda sull’osservazione pratica, cioè sul fatto che tutte le religioni, qualunque siano, hanno: preghiera, adorazione, lode e ringraziamento. Quindi il dialogo non va fatto tanto tra le religioni, che sono dei “sistemi chiusi”. La religiosità che nasce dalla preghiera è invece un “sistema aperto”, cioè la persona è pronta a leggere anche nell’altro la stessa esperienza. Ricordo, ero una volta in un monastero buddista nell’estremo oriente, e parlai a lungo con un vecchio monaco. Il nostro linguaggio era diversissimo: io parlavo di Dio, lui parlava del nulla, ma capivamo che la nostra esperienza profonda era la stessa. La preghiera è certamente una via regale per introdursi all’attenzione e alla comprensione dell’altro.

 


IL CARDINALE SCRIVE A TUTTI I BAMBINI... E ANCHE A NOI...

Quest’anno il Cardinale ha scritto una lettera di Natale ai bambini, nella quale commenta il canto natalizio popolare “Tu scendi dalle stelle”.

Di fronte al fatto che “anche oggi Gesù Bambino continua a tremare”, il Vescovo ci invita a “riconoscere la presenza di Gesù nei poveri di oggi” e si domanda: “per scaldarlo come possiamo fare?”.

Il Cardinale ci suggerisce due parole: “solidarietà e sobrietà”. Oggi ci fermiamo sulla “sobrietà”, riportando un tratto della sua lettera.

 

E’ arrivato il momento di confidarvi anche la mia formula, che non è importante come quella di Gesù, ma, applicandola alla lettera, può aiutarci a fare del bene. Non l’ho inventata improvvisamente. E’ da tempo che conduco esperimenti su esperimenti.

Ho cominciato a provarla la Notte di Natale dello scorso anno, quando ho voluto rinunciare a parte dei miei risparmi che pure mi potevano fare comodo. E, durante la Messa di mezzanotte in Duomo, ho chiesto ai presenti di fare altrettanto, per donare tutti insieme – io e loro – dei soldi a chi fosse in difficoltà. In questo modo, abbiamo potuto aiutare tante persone bisognose a causa della perdita del lavoro.

Pensate, grazie alla generosità di molti, abbiamo raccolto più di cinque milioni di euro destinati a più di duemila famiglie!

E’ tanto, vero, ma ancora molti sono coloro che hanno bisogno. Sono certo che mi darete una mano. Non preoccupatevi: sarà facile con la mia formula, che consentirà a voi e a chi aiuterete di essere felici.

Allora è giunto il momento di svelarvela per iniziare subito questa bellissima missione. E’ la formula delle “Cinque R”. Eccole:

Ridurre le cose che si comprano, badando solo a quelle davvero essenziali;

Riciclare gli oggetti finché si possono usare (vestiti e giochi di un fratello o di un cugino più grande) e ciò che può essere rigenerato (attraverso, ad esempio, la raccolta differenziata dei rifiuti);

Riparare gli oggetti anziché buttarli al primo danno;

Rispettare, trattare bene le cose, gli ambienti e soprattutto le persone che li hanno realizzati con il loro lavoro;

Regalare con gioia e generosità qualcosa dei nostri risparmi a chi ora è nel bisogno. Fatevi spiegare come partecipare all’iniziativa del Fondo Famiglia Lavoro, che ho lanciato nella Notte di Natale.

Sono sicuro che questa formula segreta sarà preziosa anche per tanti adulti, che potranno, così, scoprire come essere felici. La formula è segreta ma autorizzo voi che siete miei amici a regalarla agli altri.


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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