vai al calendario: novembre 2009
Tutti i Santi... un Santo in più... don Carlo
Visita di benedizione natalizia
Dalla omelia per la Beatificazione di don Carlo Gnocchi
Insieme vogliamo rendere grazie a Dio per il dono fatto alla Chiesa di un nuovo beato nella persona di don Carlo Gnocchi.
Una gratitudine che estendiamo all’immensa schiera delle persone che hanno incontrato, conosciuto, stimato, amato don Carlo e ne hanno testimoniato il cammino di santità; quanti hanno tenuto viva la memoria di questo sacerdote ambrosiano continuandone le opere e lasciandosi ispirare dal suo carisma di carità intelligente e coraggiosa verso i giovani, i soldati, i piccoli, i malati, i sofferenti, i poveri, gli emarginati; tutti noi presenti e partecipi a questo solenne Rito di beatificazione, compresi quanti ci seguono grazie ai mezzi di comunicazione…
Questo rendimento di grazie al Signore, mentre dice la nostra gioia spirituale, diventa per noi un richiamo particolarmente forte a riscoprire la fondamentale e comune vocazione alla santità: questo e non altro è il grande progetto d’amore e di felicità che dall’eternità Dio ha stabilito per tutti e per ciascuno di noi: ci vuole santi, come lui è santo!
Questo è il progetto che abita il cuore di Dio e di conseguenza non ci può essere nel nostro cuore un desiderio, un’aspirazione, un bisogno più forti e radicali che di fare nostro questo progetto e con la massima generosità possibile. Così cammineremo sulla strada della santità: una strada divina ma al tempo stesso umana e umanizzante.
Beatificando don Carlo la Chiesa dichiara autorevolmente che il desiderio di farsi santo è stato il sentimento dominante del suo cuore e insieme il principio fecondo della sua comunione d’amore con Dio e della sua infaticabile attività al servizio dell’uomo: una santità mistica e umanamente contagiosa e missionaria; una santità che lo conduceva a vivere nell’intimità di Dio e ad aprirsi e donarsi agli uomini in ogni ambito della loro esistenza.
Di questo progetto divino di amore e di felicità don Carlo era profondamente convinto e non temeva affatto di proporlo, peraltro in modo affascinante ed esigente, ai suoi giovani: «Nulla è più santificante e salvifico della santità. Credetelo. […] La santità irradia tacitamente Fede e bontà. […] Ben più e ben meglio delle discussioni e delle industrie umane, la santità ha il magico potere di convertire. Credetelo!» (Andate e insegnate, in Scritti, Milano 1993, 51-52). Così parlava ai giovani dei suoi oratori di Cernusco sul Naviglio e di San Pietro in Sala a Milano, ripetendo quasi come slogan la celebre frase di Leon Bloy: «Non vi è al mondo che una tristezza: quella di non essere santo»…
Come credenti ci viene affidata la missione di portare nel nostro mondo il fuoco della santità, il fuoco dell’amore, il fuoco della vera gioia. Ma come portarlo? …
Don Carlo è stato inquieto cercatore di Dio e coraggioso cercatore dell’uomo.
È nella ricerca del volto di Cristo impresso nel volto d’ogni uomo che don Carlo ha consumato la sua vita. Lo ha cercato in ogni soldato, in ogni alpino - ferito o morente -, in ogni bimbo violato dalla ferocia della guerra, in ogni mutilatino vittima innocente dell’odio, in ogni mulattino frutto della violenza perpetrata sull’innocenza della donna, in ogni poliomielitico piegato nel corpo dal mistero stesso del dolore.
Sta qui il segreto dell’amore di don Carlo per l’uomo: la vivissima coscienza che nel cuore di ogni essere umano abita lo splendore del volto di Dio. Ma ogni cristiano è chiamato ad amare sino alla fine e senza paura ogni essere umano, sapendo che in tutti è l’impronta incancellabile del volto di Dio, di tutti Creatore e Padre…
Don Carlo ha saputo coinvolgersi con dedizione entusiasta e disinteressata non solo nella vita della Chiesa, ma anche in quella della società. E lo ha fatto coltivando con grande intelligenza e vigore l’intimo legame tra la carità e la giustizia: una carità che “tende le mani alla giustizia”, egli diceva.
Noi possiamo continuare la sua opera chiedendo oggi alla giustizia di tendere le mani alla carità. Don Carlo è stato mirabile nell’operare una sintesi concreta di pensiero e di impresa, appellando alle diverse istituzioni pubbliche e insieme alle molteplici forme di volontariato, ponendo come criterio necessario e insuperabile la centralità della persona umana sempre onorata nell’inviolabilità della sua dignità e nella globalità unitaria delle sue dimensioni – fisiche, psichiche e spirituali -, insistendo sull’opera educativa e culturale come decisamente prioritaria per lo sviluppo autentico della società. Mai egli ha dimenticato il privilegio e comandamento evangelico del servizio agli “ultimi”.
Don Carlo ha vissuto la sua vocazione come impegno leale nel mondo, senza sminuire – anzi arricchendo – il suo essere di sacerdote. Impegno nel mondo così come si presentava al suo tempo: lontano dalle nostalgie del passato, calato cordialmente nel presente, aperto, profetico e anticipatore del futuro, mai nel segno del pessimismo o della paura.
Egli era convinto che il tempo nel quale Dio lo aveva chiamato a vivere era il migliore possibile. Nell’opera Educazione del cuore scrisse: «Amiamo di un amore geloso il nostro tempo, così grande e così avvilito, così ricco e così disperato, così dinamico e così dolorante, ma in ogni caso sempre sincero e appassionato. Se avessimo potuto scegliere il tempo della nostra vita e il campo della nostra lotta, avremmo scelto… il Novecento senza un istante di esitazione»…
Al mondo moderno don Carlo augurava un tempo nuovo, un nuovo tipo di umanità; augurava la personalità cristiana, cioè “cristianesimo e cristiani attivi, ottimisti, sereni, concreti e profondamente umani; che guardano al mondo, non più come a un nemico da abbattere o da fuggire, ma come a un (figlio) prodigo da conquistare e redimere con l’amore…”.
Sono parole preziose anche per noi: amiamo il nostro tempo; impegniamoci nel nostro mondo; portiamo in tutti gli ambienti della nostra vita le speranze umane e la “speranza grande” che ci viene da Cristo, il vincitore della morte e di ogni male…
Un ultimo pensiero vogliamo trarre dal Vangelo che ci ripropone il mandato missionario di Gesù risorto: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”. A questo mandato hanno obbedito gli apostoli e tutti gli autentici discepoli del Signore. Ha obbedito il beato Carlo Gnocchi. Vogliamo obbedire anche noi.
Sì, siamo pienamente consapevoli della nostra debolezza e talvolta della nostra infedeltà: come nella pagina evangelica è stato per gli Undici, anche noi veniamo rimproverati dal Signore Gesù per la nostra “incredulità e durezza di cuore”. Ma siamo altrettanto consapevoli di non essere lasciati soli, perché possiamo beneficiare dello stesso aiuto che ha sostenuto gli Apostoli: “Allora essi partirono per predicare dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.
Ritorna la questione iniziale: si tratta di dire di “sì” con tutto il cuore al progetto di santità voluto da Dio per ciascuno di noi e di viverlo nella fiducia e nell’umile e generosa carità d’ogni giorno, dalla quale dipende la salvezza del mondo.
Ci doni il Signore di condividere la convinzione e la decisione di don
Gnocchi, che così scriveva nel 1945 ad un confratello nel sacerdozio: “Non
desidero che la mia santificazione, dalla quale sono infinitamente lontano.
Forse mi manca il coraggio delle decisioni supreme eppure comprendo che oggi
solo la carità può salvare il mondo e che ad essa bisogna assolutamente
consacrarsi” (Lettera a don Sterpi).
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Sono convinto che l'uscire dall'attuale crisi è questione non solo di nuove regole per l'economia in vista di modelli e sistemi realmente rinnovati, ma anche e innanzitutto di "stili di vita"; di una vita plasmata dalla sobrietà dalla solidarietà. Non nel senso che sobrietà e solidarietà debbano essere pensate come semplici “rimedi” magari efficaci ma transitori, in attesa di potervi prossimamente rinunciare! Esse viceversa sono le colonne portanti per una vita che già qui, nel tempo e su questa nostra terra, può trovare il proprio equilibrio e la propria felicità, in armonica relazione con sé, con gli altri, con il mondo, con il suo Creatore! Sono proposte in ordine a una vita, personale, familiare e sociale qualitativamente migliore, non in qualche modo "attenuata” o sminuita!
Con" stili di vita" ispirati a sobrietà e solidarietà in vista di un'economia più giusta ed equa intendo in breve, una serie di atteggiamenti profondi, da acquisire specialmente mediante i processi educativi, in grado di originare "modelli di vita" rinnovati, con le loro inevitabili ricadute sui "sistemi di vita”, quelli che poi strutturano l'intera vita economico sociale. Stili e scelte di vita che, per un cristiano, rappresentano forme di autentica carità e altrettante occasioni di testimonianza evangelica.
+ DionigiTettamanzi
Non c'è futuro senza solidarietà
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L'incontro col Risorto
I discepoli superano lo scandalo della morte di Gesù in croce, riservata ai ribelli e ai criminali, facendo appello all’iniziativa di Dio che lo ha risuscitato dai morti. La fede nella risurrezione non è estranea al modo di pensare degli ebrei suoi contemporanei. A contatto con la cultura persiana, a partire dal tempo dell’esilio nel quinto secolo a.C., essi avevano elaborato l’idea della risurrezione dei giusti, soprattutto dei martiri uccisi a causa della loro fedeltà alla legge di Dio, collocandola nell’orizzonte della loro fede tradizionale: Dio, che ha creato il mondo con la forza della sua parola, farà risorgere dalla polvere della terra quelli che sono morti, reintegrandoli nella loro condizione di viventi.
Nel caso di Gesù, però, i suoi discepoli non dicono che Dio lo risusciterà alla fine del mondo, come farà con i martiri e i giusti. Essi affermano che Dio lo ha già risuscitato, perché egli si è fatto vedere e li ha incontrati come il Signore che appartiene al mondo di Dio. Perciò concludono che Gesù non è solo il Messia promesso da Dio per liberare Israele, ma è il Messia che da sempre è in relazione con Dio. Gesù non è un altro Dio, concorrente con quello della tradizione biblica, ma è il Figlio di Dio in piena comunione di amore con il Padre.
Come è avvenuto che i fuggiaschi del Venerdì Santo sono diventati i coraggiosi testimoni del Risorto, pronti a dare la vita per lui? Che cosa è successo fra l’ora dell’abbandono di Gesù sulla croce e l’inizio sorprendente dello slancio missionario della Chiesa nascente? Secondo quanto riferiscono i racconti delle apparizioni del Risorto, Gesù si è presentato ad alcune donne e uomini, mostrandosi “a essi vivo, dopo la sua passione” (Atti degli Apostoli 1,3). Questi incontri sono avvenuti in luoghi e in tempi non facilmente armonizzabili tra loro. Una medesima sequenza, tuttavia, emerge in tutti i racconti, consentendoci di riconoscere i caratteri propri dell’incontro con il Signore risorto.
L’iniziativa è sempre del Risorto: è lui che appare. Al principio della fede cristiana non c’è l’emotività di un’ora estrema, ma l’azione di Dio che si offre all’uomo. La fede nasce dall’annuncio; essa ci è donata dal di fuori, attraverso l’ascolto della Parola che salva, in cui ci raggiunge il Verbo della vita. L’incontro col Risorto non è qualcosa che diviene nell’intimo dei discepoli, ma qualcosa che avviene a loro. In tutti i racconti delle apparizioni è poi presente un processo di riconoscimento da parte dei discepoli, che li porta dal dubbio iniziale alla confessione gioiosa: “È il Signore!”. L’incontro con il Cristo che cambia la vita si compie attraverso una maturazione che rispetta la libertà dell’assenso e comprende il rischio del combattimento e la resa della fede.
Infine, dall’incontro col Signore vivente nasce la missione: le persone cui il Risorto si mostra non sono più le stesse dopo l’incontro con lui. La loro vita è cambiata: sono ormai i testimoni, coraggiosi e fedeli, del Cristo Gesù, gli innamorati apostoli della buona notizia. L’incontro è un’esperienza trasformante, che inaugura una vita nuova, piena di coinvolgimento e di passione.
Questa esperienza dei primi discepoli, che sfocia nel riconoscimento e nella proclamazione coraggiosa che Gesù è il Cristo, il Signore, suscita tensioni e alla fine provoca la rottura con la tradizione e la comunità ebraica. Paolo di Tarso, un ebreo persecutore dei cristiani nell’area siro-palestinese degli anni trenta, grazie all’iniziativa di Dio scopre che Gesù crocifisso è il suo Figlio.
Attraverso questa esperienza di incontro con Gesù Cristo risorto Paolo si sente chiamato a portare il Vangelo a tutti, senza distinzione fra ebrei e greci, invitando ognuno a una scelta decisiva. È una scelta che ci riguarda tutti, anche oggi, perché la qualità della nostra vita si costruisce scegliendo tra una modalità egoistica di condurre l’esistenza e il dono totale di sé nell’amore verso Dio e verso gli altri, che spinge a tessere rapporti di solidarietà con i più deboli nell’orizzonte del Regno di Dio.
Milano, 1 novembre 2009
Cari Parrocchiani di san Giovanni Crisostomo e gentili Abitanti del nostro Quartiere,
la tradizione ambrosiana della vista di benedizione natalizia alle famiglie ci riporta anche quest’anno, passando casa per casa, a bussare alla vostra porta.
Desideriamo incontrarvi e fare con voi una preghiera per sentire insieme presente nella famiglia e nella casa quel Dio che nel Natale ha voluto farsi uno di noi: Lui ci rimane vicino nelle gioie e nei dolori, ci strappa alle nostre solitudini e ci dona speranza.
Con il nostro venire, vorremmo farvi sentire pensati e amati dal Signore Gesù che accoglie sempre tutti con rispetto.
Desideriamo anche esprimervi con simpatia la cordiale vicinanza della comunità cristiana.
La visita di benedizione quest’anno sarà effettuata direttamente dai preti nei caseggiati di via Padova, numeri dispari, e delle vie Marinetti, Cavezzali, Mamiani, Piattoli, Prinetti, Scutari e Toselli.
Negli altri caseggiati l’augurio della Comunità e del Cardinale sarà recato da incaricati laici che vi faranno visita.
I giorni e gli orari della nostra visita natalizia saranno indicati mediante appositi cartelli affissi qualche giorno prima nelle portinerie.
Domenica 20 dicembre, al termine di tutte le Messe, verrà impartita una particolare benedizione per le famiglie che non avranno potuto accogliere il prete e pregare con lui nella loro casa.
don Piero, don Nicola , don Attilio con il Consiglio Pastorale![]()
Messa delle ore 18.00
2 lunedì Per tutti i nostri Defunti.
3 martedì Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Cambini, di via Cesana, di via Mamiani.
4 mercoledì Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Cavezzali, di via Esterle, di via Marinetti.
5 giovedì Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Palmanova e di via Padova [numeri pari].
6 venerdì Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Padova [numeri dispari] e di piazza Sesia.
7 sabato Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Anacreonte, di via Atene, di via Bengasi e di via Tarabella.
8 domenica Per tutti i nostri Defunti e in particolare per i Defunti delle famiglie di via Clitumno, di via Oropa, di via Piattoli, di via Prinetti, di via Scutari, di via Toselli, di piazza Sire Raul e largo Tel Aviv.
9 lunedì Per tutti i Defunti dell’ultimo anno e in particolare per coloro che sono morti nello scorso mese di ottobre.
INDULGENZE SUFFRAGIO DEI DEFUNTI:
1 - 8 novembre: visitando il Cimitero e pregando per i Defunti;
2 novembre: visitando la chiesa e pregando il Credo e il Padre Nostro.
PER IL DONO DELLA “INDULGENZA”:
+ Riconciliarsi con Dio e con la Chiesa nel sacramento della CONFESSIONE.
+ Unirsi a Cristo nel sacramento della COMUNIONE.
+ PREGARE secondo le intenzioni del PAPA per la Chiesa e per il mondo.
CON L’ANIMO DISTACCATO DA QUALSIASI AFFETTO AL PECCATO E IL PROPOSITO DI VIVERE IN GRAZIA DI DIO