vai al calendario: settembre 2009
Festa di San Giovanni Crisostomo
Azione Cattolica 2009-10/ "La gioia dell'incontro"
Lettera ai cercatori di Dio - 5
Proposta anno oratoriano 2009/10
Messaggio dell'arcivescovo per la giornata del seminario/ "Non trascurare il dono che è in te"
11 settembre - incontro interreligioso ad Assisi
Il Cardinale: Un anno di "riposo in Dio"
20 settembre ore 10/ Ricomincia la Domenica dei piccoli
Domenica 13 ore 10.00
Messa in onore di san Giovanni Crisostomo
presiede mons. RENZO MARZORATI nel 50° di Ordinazione
Lunedì 14 ore 21.00
Concelebrazione in onore di san Giovanni Crisostomo
presiede don GIOVANNI BASILICO nel 15° di Ordinazione
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con
che cosa lo si renderà salato?
A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta
sopra un monte,
né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e
così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
(Mt 5, 13-15)
Anche tu sei sale della terra, un bene prezioso per tutta la Comunità.
Ci ritroviamo insieme per scoprire cosa significa essere “sale” oggi nella nostra quotidianità.
Insieme, perché la fede ci sembra più forte, le difficoltà pesano meno e rincontrarsi è bello.
Se dovessimo sintetizzare in due parole il percorso dell’anno associativo che ci accingiamo a vivere utilizzeremmo il termine: RELAZIONI; strettamente collegato ad un altro: PERSONA.
Siamo, infatti, invitati dal nuovo cammino associativo a mettere al centro le persone, costruendo con esse rapporti vivi, ricchi, empatici, di qualità.
Una qualità che nasce dallo scoprire che Gesù è il centro di tutte le nostre relazioni e del nostro essere in cammino con gli altri.
E’Lui il “filo rosso” che ci lega e ci rende fratelli nell’umanità e nella fede.
Ti aspettiamo !
mercoledì 23 settembre ore 21.00 in Sala Parrocchiale
Azione Cattolica San Giovanni Crisostomo
5. La sfida di Dio -2 -
La possibilità della fede
“Aumenta la nostra fede!” A questa richiesta degli Apostoli - voce di tutti coloro che sono alla ricerca di Dio con umiltà e desiderio - Gesù risponde così: “Se avrete fede pari a un granellino di senapa, direte a questo monte: ‘spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17,20). Credere non è anzitutto assentire a una dimostrazione chiara o a un progetto privo di incognite: non si crede a qualcosa che si possa possedere e gestire a propria sicurezza e piacimento. Credere è fidarsi di qualcuno, assentire alla chiamata dello straniero che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia lui a esserne l’unico, vero Signore.
Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da lui nell’ascolto obbediente e nella docilità del più profondo di sé. Fede è resa, consegna, abbandono, accoglienza di Dio, che per primo ci cerca e si dona; non possesso, garanzia o sicurezza umane. Credere, allora, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi. “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una voce che grida: gèttati, ti prenderò fra le mie braccia!” (Søren Kierkegaard).
Eppure, credere non è un atto irragionevole. È anzi proprio sull’orlo di quell’abisso che le domande inquietanti impegnano il ragionamento: se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient’altro che il buio? Credere è sopportare il peso di queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore all’invisibile amante che chiama.
Lottare con Dio
In questa lotta con l’invisibile il credente vive la sua più alta prossimità all’inquieto cercatore di Dio: si potrebbe perfino dire che il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. In realtà, chi crede ha bisogno di rinnovare ogni giorno il suo incontro con Dio, nutrendosi alle sorgenti della preghiera, nell’ascolto della Parola rivelata. Analogamente, si può pensare che il non credente pensoso nient’altro sia che un credente che ogni giorno vive la lotta inversa, la lotta di cominciare a non credere: non l’ateo superficiale, ma chi, avendo cercato e non avendo trovato, patisce il dolore dell’assenza di Dio, e si pone come l’altra parte del cuore di chi crede.
Da queste considerazioni nasce il no alla negligenza della fede, il no a una fede indolente, statica e abitudinaria, come il no a ogni rifiuto ideologico di Dio, a ogni intolleranza comoda, che si difende evadendo le domande più vere, perché non sa vivere la sofferenza dell’amore. E nasce parimenti il sì a una fede interrogante, a una ricerca onesta, capace di rischiare e di consegnarsi all’altro, quando ci si senta pronti a vivere l’esodo senza ritorno verso l’abisso del mistero di Dio, su cui la sua Parola è porta.
Se c’è una differenza da marcare, allora, non sarà forse tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di cercare incessantemente Dio e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio al pensiero dell’ultima patria. Qualunque atto, anche il più costoso, sarebbe degno di essere vissuto per riaccendere in noi il desiderio della patria vera e il coraggio di tendere a essa, sino alla fine, oltre la fine, sulle vie del Dio vivo.
Credere sarà allora abbracciare la Croce della sequela, non quella comoda
e gratificante che avremmo voluto, ma quella umile e oscura che ci viene
donata, per dare compimento “a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella
mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col.1,24). Crede chi
confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dello amore, chi spera
contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla
croce di Cristo, e non Cristo sulla croce delle proprie attese. Crede chi è
stato già raggiunto dal tocco di Dio e si è aperto alla sua offerta d’amore,
anche se non ha ancora la luce piena su tutto.
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2. C’è di più perché c’è la Chiesa
Dopo aver proclamato, nel precedente triennio pastorale, che “l’amore di Dio è in mezzo a noi”, ora – in questo anno oratoriano 2009-2010 - siamo chiamati a dimostrare questo amore dentro la comunità, a partire dal luogo in cui si pratica la cura dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti che è l’Oratorio.
“C’è di più” è la dimostrazione dell’amore di Dio che si manifesta in una vita completamente donata, quella di Gesù e quella dei suoi discepoli – dei cristiani di ieri e di oggi - che: lo hanno seguito, si fidano di Lui e per questo costruiscono le fondamenta solide di un nuovo tipo di convivenza che è la comunità cristiana.
Potremo dire che c’è di più perché c’è la Chiesa che, animata dai doni abbondanti di Dio, continua a formare nuove generazioni a vivere il senso della condivisione di un cammino.
3. C’è di più perché ci siamo noi
Dovremo dire che il “più” della vita cristiana è la croce. Diremo che i piccoli e grandi sacrifici sono necessari, ma che niente di ciò che si dona può “andare perduto”, anzi viene raccolto e moltiplicato come bene prezioso per essere il patrimonio di una vita piena e felice, così come Dio la vuole.
Davanti al mistero della croce e del sacrificio, ogni ragazzo e adolescente può accorgersi di essere amato, voluto e desiderato.
Ognuno può comprendere di essere cercato perché, con il dono di quel che ha, può far parte di un progetto più grande che lo coinvolge in prima persona e lo proietta in qualcosa di infinitamente più smisurato che è la vita nuova di Gesù, quella che ciascuno ha ricevuto come dono nel giorno del Battesimo.
Da quel giorno il Signore, ed è questo un messaggio che dovremo proclamare, non smette di considerare ciascuno come prezioso ai suoi occhi, essenziale per la sua Missione, addirittura parte di sé per un progetto che parla di amore.
Potremo dire che c’è di più perché ci siamo noi. Per tale ragione è importante che ciascuno impari a esserci e a mettersi in gioco nella logica del dono, scoprendo che dare agli altri quel che si ha moltiplica il proprio patrimonio umano e spirituale e prepara a fare le proprie scelte con un certo stile. Il dono di sé per gli altri diventa così la chiave di lettura di ogni vocazione.
Carissimi fedeli,
vi devo confidare che, mentre ascoltavo gli interventi dei preti nelle
Assemblee sinodali del Clero, pensavo: “I miei preti hanno voglia di
diventare santi, rifuggono la mediocrità, non si arrendono alla gestione
‘alla meno peggio’ dell’esistente, ma vogliono aprirsi ancora di più al dono
dello Spirito per essere veri discepoli del Signore e autentici servi della
Chiesa e di ogni uomo”. E avevo nel cuore una certezza: il desiderio dei
preti di essere santi e la loro testimonianza di santificazione nel
ministero sono la proposta più forte, l’incoraggiamento più persuasivo,
l’attrattiva più affascinante per le vocazioni al ministero ordinato, al
sacerdozio ministeriale.
In questa Giornata per il Seminario, il nostro pensiero si rivolge a tutti
coloro che si stanno preparando al sacerdozio per il bene della Chiesa. A
loro vanno la nostra stima e il nostro affetto per la coraggiosa scelta che
li vede uniti a Cristo quali suoi discepoli, fedeli ad una chiamata
singolare. Li vogliamo ringraziare per questo e li affidiamo alla bontà del
Padre.
A loro e a tutti i chiamati rinnoviamo l’invito che con tanta trepidazione e fiducia l’apostolo Paolo rivolge al discepolo Timoteo: “Non trascurare il dono che è in te” (1Tm 4,14), cioè il dono del ministero sacerdotale. E ancora: sii buon ministro di Cristo Gesù, nutrito dalle parole della fede (1 Tm 4,6). E’ l’invito valido per tutti i sacerdoti: si lascino guidare sempre dal Signore Gesù, si mettano quotidianamente in ascolto delle sue “parole di vita eterna”, siano di esempio e di sostegno a tutti coloro che incontrano nel loro ministero. Rimanendo uniti a Cristo, che è il salvatore di tutti gli uomini (1Tm 4,10), siano annunciatori di quella speranza affidabile che li aiuta a non dimenticare mai quanto hanno ricevuto con l’imposizione delle mani (1Tm. 4,14).
L’Anno Sacerdotale che stiamo vivendo chiede a tutti i chiamati al sacerdozio di intensificare sempre più la loro vita spirituale nell’esercizio stesso del ministero, secondo la parola del Santo Padre Benedetto XVI: “L’importanza primaria del sacerdote – dice il Papa – è portare agli altri Cristo, dimenticandosi di se stesso, in quanto Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote”. E ancora: “La missione del sacerdote è ecclesiale perché nessuno annuncia o porta se stesso, ma dentro ed attraverso la propria umanità ogni sacerdote deve essere ben consapevole di portare un Altro, Dio stesso, al mondo” (16 marzo 2009).
Quanto vorrei che i preti e coloro che sono chiamati al ministero ordinato siano nelle comunità cristiane profondamente appassionati dell’annuncio del Vangelo a tutti e insieme capaci di appassionare con identica profondità le nostre comunità! Infatti “il Vangelo è per tutti, non solo per i “nostri”, per quelli cioè che ci sono più vicini, che sono più affini a noi per tradizione, mentalità, cultura, modo di vivere”.
Carissimi fedeli, l’urgenza missionaria e la gioia per il dono di grazia ricevuto siano l’anima della nostra preghiera a Dio perché non manchino mai alla sua Chiesa e per il bene di tutta l’umanità le vocazioni sacerdotali.
Preghiamo per tutti coloro che sono chiamati perché rinnovino e confermino ogni giorno il loro “si” al Signore: un “si” gioioso che sboccia dal cuore di uomini generosi e tenaci, fedeli nel tenere lo sguardo fisso su Gesù (cfr Eb 12,2) sempre, soprattutto nelle situazioni più impegnative e faticose, senza paura ma con l’animo colmo di speranza e di coraggio.
Nessuna comunità e nessun fedele possono sentirsi estranei alla preghiera per le vocazioni. Vorrei che, in questo Anno Sacerdotale e nel contesto di una diminuzione del clero, più convinta e insistente sia la partecipazione a precisi momenti di intercessione in cui pregare il padrone della messe e invocare da lui la grazia di nuovi umili e gioiosi operai. Senza mai dimenticare, anzi riservando una cura tutta particolare per ricordare ai nostri ragazzi, adolescenti e giovani che proprio loro sono i primi protagonisti di una preghiera che li tocca in un modo del tutto personale: è in questione il senso più bello e più coinvolgente della loro vita, quello voluto da Dio che, per realizzare il suo progetto d’amore nella storia, “chiama” e “manda” ciascuna persona, rendendola soggetto responsabile di una vocazione e di una missione nel mondo.
Rinnovo ancora una volta l’invito a tutte le comunità e realtà ecclesiali perchè programmino, ogni primo giovedì del mese, un'adorazione eucaristica per il dono di nuove vocazioni e per la santificazione dei sacerdoti. Il Signore tutti ci benedica!
+ Dionigi card. Tettamanzi
“Siamo convinti che la politica mondiale abbia bisogno di un solido paradigma basato sui valori morali per rivolgersi alle sfide di oggi. Attraverso la nozione di “sicurezza condivisa” noi possiamo portare all’attenzione il carattere globale di quanto ci sta a cuore sul piano morale e religioso. Stiamo usando il termine “sicurezza” in una maniera nuova. Aggiungiamo la parola “condivisa” per esprimere una convinzione fondamentale: il benessere di ciascuno è legato al benessere degli altri e del nostro ambiente. La sicurezza condivisa mette a fuoco la fondamentale interrelazione tra le persone e con l’ambiente. Include anche un rispetto generale per l’interconnessione e la dignità di ogni forma di vita e riconosce il fatto essenziale che tutti viviamo in un unico mondo. Infine siamo convinti che per superare la violenza sia necessaria e possibile la giustizia con capacità di compassione e di perdono”.
“C’era una volta una volpe, furba e presuntuosa...
Un giorno spinta dalla fame, gironzolando qua e là, trovò una vigna dagli alti tralicci. Ecco disse:” finalmente qualcosa di prelibato”. Tentò allora di saltare spingendo sulle zampe con quanta forza aveva in corpo…ma nulla.
Calma, si disse:” io così furba non posso arrendermi ma, devo escogitare qualcosa per raggiungere quell’uva”. Dopo un breve riposo riprese a saltare ma dopo alcuni balzi, non potendo neppure toccarla, così disse mentre mestamente si allontanava: “ Pazienza, non è ancora matura, non mi va di spendere troppe energie per un frutto ancora acerbo”.
Sento forte il bisogno che questo anno pastorale sia vissuto da tutti come l'occasione per:
+ una sosta contemplativa e rigenerante,
+ un tempo di gratuità e di lode
+ affinché,
- prima di immaginare altri passi da compiere e altre iniziative da realizzare,
- possiamo anzitutto e insieme riconoscere i grandi doni con i quali Dio ci raggiunge
- e rinnovare con gioia il nostro cammino verso la meta che Benedetto XVI indica come obiettivo dell'Anno Sacerdotale:
+ accoglienza sul sagrato della chiesa dalle 9.45 alle 10
+ alle 10 si va nella saletta con tappeti e un piccolo altare ( candela – acqua – icona )
+ segno di croce e canto introduttivo
+ ogni bimbo dice il suo nome…
+ lettura…
+ riviviamo insieme quanto accade....
+ preghiera spontanea “grazie Signore per....”
+ all'offertorio entriamo in chiesa e portiamo il nostro dono…
+ partecipiamo alla celebrazione che continua