Lettera ai cercatori di Dio - 3 e 4
A quale titolo la Chiesa parla?
Per il suo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica… La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione.
Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.
Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” (parola) che crea “diá-logos” (oltre la parola) e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos (parola) dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità.
Nell'attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.
3. Lavoro e festa (continuazione)
La dignità di chi lavora e la festa
Tra domande e risposte che toccano il lavoro e la nostra responsabilità verso gli altri e verso il creato, trova collocazione un’esigenza che è ormai patrimonio di quasi tutta l’umanità, almeno sul piano teorico. La tradizione cristiana la sottolinea con forza: è l’esigenza del riposo e della festa.
Sì, c’è un modo concreto per esprimere la dignità di chi lavora: sospendere l’attività lavorativa con il riposo settimanale, a somiglianza di Dio che, dopo avere creato il mondo, si riposò. L’uomo partecipa al lavoro e al riposo di Dio: entrambi sono per lui una benedizione e un dono, fecondi di vita e necessari per affermare la dignità della persona umana.
Il riposo settimanale non ha solo lo scopo di far recuperare le forze fisiche, al fine di lavorare di più e meglio nei giorni seguenti: questo sarebbe il riposo dello schiavo. Riposare e celebrare la festa sono espressione della “libertà” dell’essere umano, esperienza di comunione in famiglia e di incontro fraterno nella comunità, possibilità di ravvivare la relazione con la natura. Per i cristiani il riposo e la festa domenicali sono in modo particolare partecipazione alla vita del Signore Risorto, anticipazione e pregustazione della vita futura nella comunità radunata nel suo nome. Partecipando all’Eucaristia domenicale i cristiani sono chiamati a liberarsi dall’idolatria del denaro, del possesso, del lavoro ossessivo e a crescere nella sobrietà e nella solidarietà con i più deboli.
Certo, è più facile dirlo che farlo. La realtà sociale e la trama intricata in cui essa si svolge, esige da tanti uomini e donne una disponibilità che non consente giorni vuoti o tempi rigidi. La festa e il riposo restano per molti un’aspirazione, troppo lontana per essere sperimentata. Ma non è giusto rassegnarsi e non ci aiuta a crescere in umanità constatare le esigenze, senza venirvi incontro e immaginare alternative. Dobbiamo cercarle insieme, mettendo a frutto fantasia, amore, competenza e responsabilità. In questa ricerca tutti siamo chiamati a collaborare, perché la posta in gioco riguarda tutti. E lo sguardo della fede ci è di grande aiuto.
4. Giustizia e pace
Nel mondo di oggi gli avvenimenti ci rincorrono: è impossibile fuggirli, perché il mondo si è fatto stretto e isolarsi non può essere una soluzione. Questa nuova dimensione dell’esistenza ha un profondo significato etico. Comporta, infatti, che non possiamo nasconderci nemmeno davanti alle nostre responsabilità morali. Anche in questo senso il mondo è diventato piccolo. Non possiamo chiudere gli occhi. Non possiamo cercare un senso più alto alla vita o lo stesso volto di Dio senza interrogarci sulla realtà così com’è e sul nostro posto e la nostra responsabilità in essa.
In questo contesto, parliamo di pace e riconosciamo il suo stretto rapporto con la giustizia e il rispetto dell’ambiente. Spesso tutto si ferma lì. I buoni progetti e le grandi proclamazioni restano lettera morta, mentre dominano le divisioni e le ingiustizie che scatenano violenze, conflitti e guerre. Le molte parole che pronunciamo e le moltissime che ascoltiamo ci lasciano l’amaro in bocca. Ci sembrano vuote, simili a bandiere che si agitano al vento, senza incidere sui destini generali e sulla costruzione concreta della pace.
Di ciò soffriamo e non sappiamo con chi prendercela, per essere seri con noi e con gli altri. Per chi crede è motivo di consolazione - e anche di inquietudine - la convinzione che il dono supremo di Gesù è proprio la pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Giovanni 14, 27). Persino coloro che non sono teneri nei confronti della Chiesa, riconoscono e apprezzano i suoi interventi sul tema della pace. La Chiesa chiede spesso gesti di pace concreti, semplici e quotidiani: la pietà per le vittime, l’aiuto ai superstiti, la solidarietà con i profughi, la preghiera per tutti.
Perché questo grido, condiviso dagli uomini di buona volontà a ogni livello, resta inefficace e le armi continuano a gridare più forte delle opere di pace? Perché l’ingiustizia continua a pesare su tante situazioni umane, negando di fatto la costruzione della pace?
La pace nel nostro quotidiano
La guerra ha fatto ormai irruzione nella quotidianità e il suo affacciarsi potenzialmente al fianco di ognuno di noi ne mostra in maniera precisa il volto devastante. Se la guerra è entrata nelle nostre case, è ancora più urgente che parta proprio da noi l’opera di pacificazione e di nuova umanizzazione delle relazioni sociali: il tessuto quotidiano ha ormai una forte valenza pubblica, in quanto è luogo di incontri e di progetti. È per questo che una risposta all’urgenza della pace deve cominciare dalla vita di ogni giorno. La prima meta cui tendere è quella di dare ai gesti quotidiani un significato di pace e di fratellanza, stando responsabilmente al proprio posto, facendo con dedizione il proprio dovere. Il nostro lavoro quotidiano, la vita in famiglia, con i vicini e con ogni “prossimo”, l’impegno a creare condizioni di vita e di lavoro giuste per tutti, può assumere una sfumatura nuova di pacificazione e di accoglienza, di intesa e di comprensione.
Non è un alibi per nascondere altre e più gravi responsabilità. Ne siamo consapevoli e perciò affermiamo questa convinzione, chiedendo confronto, attenzione e decisione. La pace è frutto anche dell’amore: la giustizia è condizione della pace, anche se da sola essa non basta, perché alla giustizia spetta rimuovere gli impedimenti della pace, come l’offesa e il danno, ma la pace stessa è atto proprio e specifico della carità. Essa si costruisce giorno per giorno con amore nella ricerca dell’ordine voluto da Dio e può fiorire quando tutti riconoscono le proprie responsabilità in ordine alla sua promozione.
Quello che è certo è che la violenza non costituisce mai una risposta giusta. La violenza è male, inaccettabile come soluzione ai problemi, indegna dell’uomo. La violenza è menzogna, poiché è contraria alla verità della nostra umanità. Essa distrugge ciò che vorrebbe difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani.
Oggi abbiamo più che mai bisogno della testimonianza di profeti disarmati, purtroppo oggetto di scherno in ogni epoca: coloro che, per salvare la dignità dell’uomo, rinunciano all’azione cruenta e ricorrono a mezzi di difesa che sono alla portata dei più deboli, rendono testimonianza alla forza dell’amore e del perdono, senza pregiudizio per i diritti e i doveri degli altri uomini e delle società. Essi attestano con la vita la gravità dei rischi fisici e morali del ricorso alla violenza, che causa rovine e morti. Essi possono essere i veri costruttori di pace, gli operatori di giustizia di cui il mondo ha tanto bisogno.
Il rispetto del creato
Una forma concreta di costruzione della pace è anche il rispetto del creato. Tante volte ci è capitato di fermarci a contemplare la bellezza dei nostri monti, di un tramonto sul mare, dei campi e dei fiori. Sono momenti che un “cantore” del creato come san Francesco d’Assisi ha saputo tradurre nelle parole dello stupendo Cantico delle creature:
Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messer lo frate sole,
lo quale è iorno; et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile et humile ed pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa
et produci diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Le cose, però, non vanno sempre così. L’esperienza di alcuni momenti belli
vissuti davanti agli spettacoli della natura è offuscata dalla
consapevolezza della minaccia a cui è esposto l’ambiente. L’inquinamento sta
crescendo e minaccia sconvolgimenti. Molte scoperte tecniche e scientifiche
hanno arrecato benefici all’umanità, ma si sono rivelate assai pericolose
nella loro applicazione. La questione ecologica è di enorme importanza per
il mondo e per l’uomo. Se l’umanità non cambia rotta, rischia di
auto-distruggersi. Che cosa fare allora? Ci sono dei criteri in base ai
quali difendere l’ambiente?
Come tutti, anche i discepoli di Gesù si trovano spesso spiazzati di fronte a queste domande. I problemi nuovi possono trovare orizzonte di soluzione nei grandi principi di sempre, ma le risposte concrete devono essere maturate insieme, consapevoli che anche questo è un grave problema di giustizia: per noi, per gli uomini di questo tempo e per consegnare una casa abitabile a chi verrà dopo di noi.
In compagnia solidale e responsabile con tutta l’umanità, e soprattutto con quanti soffrono per gli abusi perpetrati sul creato, riconosciamo l’urgenza di ripensare il modello di sviluppo, personale e collettivo, ispirandolo a uno stile di vita sobrio e giusto, che ci consenta di governare la natura senza tiranneggiarla, unendo all’operosità la contemplazione, sull’esempio di uomini come san Benedetto e san Francesco.
Il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana dovrà essere la norma ispiratrice di ogni progresso economico, industriale e scientifico, che voglia essere autenticamente tale per tutti e per la grande casa del mondo. La sfida della giustizia e della pace, nelle relazioni fra i singoli e i popoli e in quelle con l’intero creato, riguarda tutti e ci interpella sulle radici etiche e gli orizzonti ultimi del nostro impegno storico. In questo senso, ci sembra che lo sguardo della fede – aperto a misurarsi sul giudizio di Dio, Signore del creato, e sul suo progetto di bene per ogni sua creatura – possa costituire uno stimolo e un aiuto per tutti.
Due motivazioni dietro l’inusuale presa di posizione dei vescovi lombardi sul pacchetto sicurezza: la Chiesa, maestra d’umanità, pensa all'uomo, a ogni uomo, e accoglienza ai migranti, anche clandestini. Un impegno concreto che deve essere riconosciuto.
di don Roberto Davanzo
A fronte dell’inusuale pronunciamento dei vescovi lombardi a proposito del “pacchetto sicurezza” può essere non retorico chiedersi il perché di una tale presa di posizione. A che titolo la Chiesa ha il diritto di intervenire su di una questione così complessa e oggetto di contrapposizione politica? Ha poi così senso rischiare di essere strumentalizzata da una parte o dall’altra?
Non credo si tratti di questioni di maniera dal momento che non è difficile imbattersi in reazioni sferzanti - spesso provenienti da ambiti del cattolicesimo - a fronte di dichiarazioni che vanno a impattare su questioni attinenti il costume o le scelte politiche. La Chiesa dunque ha il diritto-dovere di intervenire in materia di politica dell’immigrazione per almeno due motivi.
Il primo è che da sempre la Chiesa - non per suo merito, ma per il dono del Vangelo - si pone in mezzo agli uomini come maestra di umanità, senza la pretesa di imporre ad alcuno la propria visione delle cose, ma sempre impegnata a mostrare la ragionevolezza e la fondatezza razionale del modo di pensare all’uomo, a ogni uomo, che le deriva dalla rivelazione biblica.
Ma, se questo motivo non dovesse essere sufficientemente convincente, allora è necessario metterci di fronte a un dato di fatto inequivocabile e innegabile: la Chiesa può parlare di politiche migratorie almeno a motivo delle energie che da sempre mette in gioco a favore di un fenomeno che il nostro Paese sta vivendo con un ritardo di alcuni decenni rispetto ai più grandi Paesi europei. Un fenomeno che spesso l’Italia ha subito e che ancora oggi stenta a governare in modo efficace e non ideologico. Inoltre, la Chiesa può parlare anche di quel segmento che è l’immigrazione clandestina e di fronte al quale non si è mai tirata indietro nell’offrire sostegno e accoglienza a uomini e donne che per lo Stato formalmente erano degli “invisibili” e da domani saranno responsabili di un reato.
I diritti di ogni essere umano
In questo senso mi piacerebbe parlare delle mense per i poveri, dei corsi di italiano, dei presidi medici e farmaceutici gestiti da realtà del mondo cattolico che non hanno mai condizionato la loro opera a un permesso di soggiorno. Così come mi piacerebbe parlare dei doposcuola che accompagnano ragazzi figli di stranieri regolari e irregolari nel difficile cammino di una integrazione tanto evocata quanto priva di mezzi per potersi attuare. O dell’accoglienza rivolta sempre a ragazzi stranieri dagli oratori estivi, grembo straordinario da cui potrà nascere quell’umanità mista e meticcia che ci attende dietro l’angolo.
La Chiesa in tutti questi anni, lungi dal favorire l’immigrazione clandestina, ha semplicemente preso atto della presenza di queste persone che, se non possedevano certi diritti di cittadinanza, non per questo erano privi dei diritti che appartengono a ogni essere umano. Una cura e un accompagnamento che sono andati nel senso di preparare il terreno perché, quando avessero acquistato il permesso di soggiornare sul nostro territorio, potessero trovarsi con una sufficiente “attrezzatura” culturale.
Perdonate la polemica, ma qualcuno ha mai provato a immaginare che cosa potrebbe accadere nei nostri paesi e nelle nostre città se all’improvviso mense, oratori, strutture di accoglienza, ambulatori, doposcuola... dovessero chiudere i loro battenti? Qualcuno ha provato a immaginare quale forza stabilizzatrice e quale contenimento di fenomeni criminogeni abbia prodotto l’occuparsi della Chiesa del fenomeno migratorio anche nella sua componente “irregolare”?
Basterebbe questo a giustificare non solo il diritto della Chiesa a parlare, ma anche l’obbligatorietà -da parte delle pubbliche amministrazioni - di un ascolto sistematico e scientifico di quanto la Chiesa ha imparato e può mettere a disposizione dell’intera collettività nell’occuparsi degli immigrati.
Non siamo mai stati dei salottieri illuminati, ma sempre e soltanto
appassionati del bene di tutti e di ciascuno. Non pretendiamo che tutti
capiscano quali sono le radici che stanno alla base di questo insonne
impegno. Ma che almeno ci venga riconosciuto l’impegno e che se ne faccia
tesoro!
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