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Foglio settimanale: n. 23   11 luglio 2009


- INDICE -

Il Papa all'Occidente: ripensare il modello economico

Orario estivo

Pax Christi/ La gloria di Dio risplende sul volto di ogni persona

Comunicato dei Vescovi delle Diocesi di Lombardia

Lettera ai cercatori di dio - 3

G8/ Lettera del Papa a Sivlio Berlusconi


IL PAPA ALL'OCCIDENTE: RIPENSARE IL MODELLO ECONOMICO

La “Caritas in Veritate” ribadisce la necessità evidenziata già dalla “Centesimus Annus” e che l’attuale crisi dimostra non essere stata recepita fino in fondo. Ma contiene una visione positiva e punta allo sviluppo umano integrale.

«Secondo la Caritas in Veritate, la crisi in atto mette in evidenza che la necessità di ripensare anche il modello economico cosiddetto “occidentale”, richiesta dalla Centesimus Annus circa venti anni fa, non è stato attuato fino in fondo». Alla presentazione della terza enciclica di Benedetto XVI il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, entra subito nel merito della questione per proporre una chiave positiva, fiduciosa della situazione attuale e per ribadire che la crisi deve diventare «occasione di discernimento e di nuova progettualità». Appare chiaro, infatti, che «dall’enciclica emerge una visione in positivo, non un incoraggiamento sentimentale, dato che vengono individuati con lucidità e preoccupazione tutti i principali problemi del sottosviluppo di vaste aree del pianeta».

Il documento pontificio giunge a diciotto anni dalla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II e punta sull’elemento dell’evangelizzazione, mentre - aggiunge il cardinale Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum - «finora l’accento era piuttosto sull’azione per promuovere la giustizia».

Rispetto alla Centesimus Annus, l’enciclica di Benedetto XVI affronta organicamente il fenomeno della globalizzazione, come trasversale a tutti gli ambiti della società. «Il tema della Caritas in Veritate - sottolinea il cardinale Martino - non è lo sviluppo dei popoli, ma lo sviluppo umano integrale, senza che questo comporti una trascuratezza del primo».

Una prospettiva allargata, dunque, ma solidamente ancorata al terreno della carità. Perché, come precisa il cardinale Cordes, «la dottrina sociale della Chiesa impegna in primo luogo il cristiano a “incarnare” la sua fede. «Il progresso, per essere veramente tale - spiega il titolare di Cor Unum -, deve far crescere l’uomo nella sua completezza». Nella consapevolezza, però, che «lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato». Da qui assume spessore particolare il fatto che l’ultimo numero - il 79 - è dedicato alla preghiera e alla necessità della conversione: «Dio rinnova il cuore dell’uomo perché questi possa dedicarsi a vivere nella carità e nella giustizia».

Per monsignor Giampaolo Crepaldi, neo vescovo di Trieste e finora segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in quest’ultima enciclica la cosiddetta “questione antropologica” diventa a pieno titolo “questione sociale”. Due, in particolare, le nuove tematiche affrontate nel testo, l’ambiente e la tecnica che, precisa Crepaldi, è una novità assoluta: «L’idea di fondo è che la crisi delle grandi ideologie politiche abbia lasciato il campo alla nuova ideologia della tecnica o meglio della “tecnicità” come mentalità».

Per l’economista Stefano Zamagni, «la dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia».

Rita Salerno

 


ORARIO ESTIVO

dal 12 luglio

celebrazioni nei giorni festivi: ore 8.00, 10.00, 18.00 (e’ sospesa la messa delle ore 11.30)

vigilie e giorni feriali: ore 18.00.

ufficio parrocchiale: da lunedì a venerdì dalle 9.00 alle 12.00

N.B. telefono 02 4548 1410 (con segreteria e numero per urgenze)

 


PAX CHRISTI/ LA GLORIA DI DIO RISPLENDE SUL VOLTO DI OGNI PERSONA

Dolore e orrore perchè il razzismo è ormai “a norma di legge”

“Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 –“Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso”, al Deutoronomio 10,19 – “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli”.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l’unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di “non-persone”, di esseri umani, uomini e donne invisibili. E’ una perdita totale di senso morale e di sentimento dell’umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.

Il dolore nasce dall’orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall’idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l’essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica. Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti.

A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della “tratta”, ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici.

Siamo il paese di Caino? Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l’unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l’insicurezza di tutti.

Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l’altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. E’ una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune.

La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell’esistenza. “Non c’è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c’è sicurezza senza l’aiuto reciproco, senza l’esercizio dei diritti e dei doveri dentro un’azione comune per il bene comune.

Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana”. Per il Papa ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione […]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008). Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.

La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).

Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. E' stata oscurata la gloria di Dio.


COMUNICATO DEI VESCOVI DELLE DIOCESI DI LOMBARDIA

al temine della sessione estiva Conferenza Episcopale Lombarda - Caravaggio, 7 luglio 2009

“Il fenomeno delle migrazioni impressiona per la quantità di persone coinvolte, per la problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato […] Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori” (n.62).

Provocati anche dalle parole della nuova Enciclica di papa Benedetto XVI “Caritas in veritate” appena pubblicata, i Vescovi lombardi sentono il dovere pastorale di rivolgersi ai fedeli delle comunità cristiane della Lombardia per invitarli alla riflessione.

Il consenso ad alcune parti della legge contenente “Disposizioni in materia di sicurezza”, emerso anche nelle comunità cristiane, fa nascere interrogativi e suscita preoccupazione.

Sembra che la paura – in qualche circostanza purtroppo non priva di ragioni – troppo spesso amplificata artificialmente, spinga ad una reazione emotiva che non aiuta a leggere in verità il fenomeno della migrazione e ostacola la considerazione della dignità umana di cui ogni persona – anche quando migrante – è portatrice.

Straniero non è sinonimo di pericolo o di delinquente: la maggior parte degli immigrati che vivono e lavorano tra noi lo fanno in modo onesto e responsabile a tal punto da costituire una presenza fondamentale e insostituibile per molte attività produttive e per la vita di molte famiglie.

Per sostenere questo sguardo libero da precomprensioni e paure eccessive, le nostre comunità cristiane devono rinnovare lo sforzo educativo sui temi dell’accoglienza e della dignità di ogni persona, principi irrinunciabili dell’autentica razionalità e ancor più dell’insegnamento evangelico.

In una società moderna - come vuole essere la nostra - che si fonda sul rispetto delle leggi, sul senso di responsabilità da parte di tutti, i cristiani sono chiamati ad operare con gli uomini di buona volontà affinché sia praticata la giustizia e rispettata la dignità delle persone, di tutte le persone.

I cristiani pertanto devono farsi promotori di atteggiamenti e di una legislazione che riconoscano i diritti delle persone oneste (anche quando immigrate); promuovano e sostengano la responsabilità sociale di questi “nuovi cittadini” provenienti da altri Paesi; favoriscano la solidarietà verso tutti i soggetti più deboli; realizzino procedure praticabili, sensate ed efficienti per la regolarizzazione degli stranieri presenti da tempo nella nostra regione ma formalmente irregolari solo perchè la burocrazia rallenta e complica l’applicazione di regole già in vigore.

Favorire l’integrazione degli immigrati presenti nella nostra regione alla ricerca di condizioni di vita oneste e dignitose è la via più promettente per realizzare una convivenza serena che vinca la paura e giovi al bene comune.


LETTERA AI CERCATORI DI DIO

3. Lavoro e festa

Il lavoro è un diritto e una responsabilità. Nel lavoro entrano in gioco la nostra dignità di persone, il senso e la qualità della nostra vita, l’esercizio quotidiano della nostra relazione con gli altri. Ne siamo convinti e non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi. Guardiamo con senso di preoccupazione e di rimprovero le persone che hanno poca voglia di lavorare. Percepiamo la difficoltà e perfino il dramma di chi non riesce a trovare lavoro. La negazione del diritto al lavoro, di cui soffrono ancora tante donne e uomini di questo tempo, specialmente fra i giovani, non può lasciarci indifferenti.

Come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 22), riconosciamo al lavoro una grande dignità, un significato profondo. Vogliamo perciò interrogarci insieme sul suo significato, per comprendere meglio questa dimensione importante della nostra esistenza e le attese che essa porta con sé.

Perché il lavoro?

Per il lavoro impegniamo la maggior parte della nostra esistenza. Se perdiamo il senso del lavoro, perdiamo il senso stesso della nostra vita. Veniamo da esperienze e da modelli di tessuto sociale in cui il lavoro era gravato da condizioni disumane: dannoso alla salute, carico di pericoli, segnato da orari insopportabili, pagato in nero. Oggi, certamente, molte cose sono cambiate, anche se non sempre e non per tutti.

Affiorano però problemi nuovi, connessi alla globalizzazione, alla delocalizzazione, alla concorrenza, alle difficoltà delle imprese, alle ricorrenti crisi economiche. È cresciuto il livello medio della ricchezza, ma nel contempo si sono allargate le aree della povertà e dell’emarginazione. La forte innovazione tecnologica ha spesso determinato nel lavoratore insicurezza sul suo posto di lavoro e incertezza sul destino della sua professionalità. Ne deriva una sete di giustizia e di dignità, sempre più diffusa ed esigente.

In quali condizioni lavorare, per non diventare schiavi del lavoro e perché in esso si esprima la nostra dignità di persone? Ce lo chiediamo con l’ansia di chi non si accontenta di parole e riconosce di affrontare questioni vitali, personali e sociali. Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere. Non lavoriamo per fare soldi - o almeno non dovremmo farlo solo per questo -, lavoriamo per vivere dignitosamente. Non lavoriamo solo per noi, ma per far vivere coloro che non sono ancora in grado di lavorare, i bambini, e coloro che non possono più lavorare, gli anziani. Il lavoro deve servire a realizzare la nostra dignità di persone. Non è una merce che si compra e si vende, ma un’attività umana libera e responsabile.

La crescita in consapevolezza e in responsabilità ci ha aiutato a scoprire un’altra ragione del nostro lavoro: lavoriamo per il benessere della collettività e dell’umanità in generale. In tal senso, il lavoro è un obbligo morale verso il prossimo: in primo luogo verso la famiglia, poi verso la società a cui si appartiene, la nazione di cui si è cittadini, l’intera famiglia umana. Noi siamo eredi del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto e insieme costruttori del futuro di coloro che vivranno dopo di noi.

Quanti riconoscono orizzonti più alti di quelli che costruiamo con le nostre mani e collocano, in qualche modo, il riferimento a Dio creatore nella loro esperienza quotidiana, individuano un’ulteriore ragione del lavoro umano. A noi pare importante e offre un respiro di speranza alla nostra fatica, anche se ci rendiamo conto di quanto questa visione possa essere esigente: mediante il lavoro l’uomo collabora con Dio nel portare a termine la creazione.

Lo riferisce una delle prime pagine della Bibbia. Dopo aver creato il mondo, Dio comanda all’uomo e alla donna: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1,28).  Soggiogare la terra vuol dire prendere possesso dell’ambiente e governarlo, rispettando l’ordine posto in esso dal Creatore e sviluppandolo a proprio vantaggio, per soddisfare i bisogni propri, della famiglia e della società. In questo consiste l’impresa della scienza e del lavoro per umanizzare il mondo, al fine di farne la dimora dell’uomo, una casa di giustizia, di libertà e di pace per tutti.

Quando Dio ha creato il mondo, non lo ha creato compiuto: la creazione non è finita. L’uomo ha preso possesso lentamente della terra, forgiandola, adattandola alle sue esigenze, sviluppando le potenzialità del creato per il suo bene e per la gloria di Dio. In modo particolare oggi stiamo assistendo a trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa. Esse ci fanno vedere come l’uomo abbia capacità sconfinate, di cui sono strumento le nuove tecnologie.

Non siamo però padroni del creato. Dobbiamo collaborare con Dio nel portarlo a compimento, rispettando la natura e le leggi insite in essa. Dio ci ha affidato il creato, perché potessimo custodirlo e perfezionarlo, non per sfruttarlo e manipolarlo a nostro piacimento. Ce lo ricorda ancora il libro della Genesi: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). Il lavoro - vissuto in condizioni rispettose della giustizia e della dignità umana, oltre che dell’ambiente affidatoci dal Creatore - è la via in cui l’uomo realizza questo compito.

Problemi e sfide

Nel mondo del lavoro, però, non mancano le contraddizioni e i problemi: “Va bene lavorare - osserva qualcuno - ma con questi ritmi e con questa tensione non c’è più tempo né per me, né per la mia famiglia”. Molti giovani sono costretti a constatare: “Dicono che ogni uomo ha diritto a un lavoro, ma da tempo non riesco a trovare un’occupazione che mi dia garanzie”. Non è facile trovare le parole adeguate per confrontarsi con queste sfide. Del resto, le parole da sole non bastano. Ci vogliono fatti. Quali? Come possiamo produrre fatti nuovi in un contesto sociale quale è quello che spesso sperimentiamo, dove valgono regole e dominano logiche, che tante volte calpestano la dignità della persona umana e il suo diritto al lavoro?

Non è difficile constatare come, purtroppo, la cultura occidentale abbia messo alla base dell’idea del lavoro una prospettiva economicistica e materialistica, che finisce con il riservare il primato al denaro. Questo è uno dei più gravi errori del nostro tempo, da cui deriva un principio perverso nella vita sociale: avere sempre di più, secondo la logica per cui la ricchezza deve produrre nuova ricchezza e bisogna perciò tendere sempre al massimo profitto. Una delle conseguenze più tragiche è sotto gli occhi di tutti: uno sviluppo squilibrato, che crea diverse velocità di crescita, per cui i popoli ricchi diventano sempre più ricchi e i popoli poveri sempre più poveri. Questa disparità va accentuandosi anche tra le componenti di una stessa comunità.

Non tutto, però, è così. A uno sguardo attento si offrono certamente non poche realizzazioni positive, che rassicurano il nostro impegno e alimentano la nostra speranza. Possiamo dirlo con consapevolezza proprio guardando al nostro popolo, ricco di tante persone impegnate e coraggiose, che hanno saputo trasformare le terre più aride e rendere i contesti di produzione più difficili luoghi di umanità benestante, promuovendo la qualità della vita di tutti.

Tanto però resta ancora da realizzare. Siamo consapevoli che molto di quello che c’è da fare riguarda la direzione e il senso del nostro impegno, la qualità del nostro lavoro e dell’ambiente in cui esso si svolge, la sicurezza che prevenga ogni possibile danno ai lavoratori. Abbiamo tutti domande inquietanti e possediamo frammenti di risposte concrete. Condividendo le une e le altre, possiamo progettare un futuro forse più felice del presente, da condividere come protagonisti.

La dignità di chi lavora e la festa

Tra domande e risposte che toccano il lavoro e la nostra responsabilità verso gli altri e verso il creato, trova collocazione un’esigenza che è ormai patrimonio di quasi tutta l’umanità, almeno sul piano teorico. (continua sul prossimo numero)


G8/ LETTERA DEL PAPA A SILVIO BERLUSCONI

Domenica 5 luglio scorso Benedetto XVI ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, una lettera in occasione del G8, che si riunisce a L’Aquila, dall’8 al 10 luglio.

"Create posti di lavoro per tutti e riformate l'architettura finanziara del mondo affinché la ricchezza giunga anche ai Paesi poveri". Il Papa scrive a Silvio Berlusconi, presidente di turno del G8, e detta "un'agenda della speranza". "I provvedimenti volti a condurre il mondo fuori dalla crisi economica - scrive il Pontefice - saranno efficaci solo se avranno anche una valenza etica". Nella lunga missiva spedita alla vigilia dell'assise dell'Aquila, Benedetto XVI non dimentica un appello ad ascoltare "la voce dell'Africa e dei Paesi meno sviluppati". "Cancellate il debito estero dei Paesi poveri", suggerisce Ratzinger.

Un miliardo di uomini soffre la fame e attende dal G8 passi concreti per ritrovare un futuro dignitoso. Il Papa non dimentica i più poveri e "auspica che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere gli impegni assunti al vertice Onu circa l'eliminazione della povertà estrema entro il 2015."

Un'analisi puntigliosa quella che Benedetto XVI ha inviato agli otto Grandi, intesa a rinnovare l'urgenza di un equo sistema commerciale internazionale ispirato a principi etici: "Mi riferisco, ad esempio, all'effettiva creazione di posti di lavoro per tutti che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità di educare i figli".

Convinto che la scolarizzazione sia "condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia e per la lotta contro la corruzione", il Pontefice scrive agli potenti della terra di raggiungere "l'obiettivo di un'educazione di base per tutti", e ricorda che l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico aveva fissato al 2015 il termine entro il quale tagliare l'ambizioso traguardo.

Con la stessa forza con cui Giovanni Paolo II chiese il condono del debito estero, il suo successore si appella infine ai governi del mondo intero, "affinché l'aiuto allo sviluppo sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione".

Ieri è stata la volta di vescovi e ong. Incontrando Berlusconi, le associazioni cattoliche e la Chiesa hanno consegnato un appello perché siano stanziati 50 miliardi di dollari per i Paesi del Sud del mondo, sia completata la cancellazione del debito dei Paesi poveri e sia infine stilato un accordo che preveda la riduzione dell'emissione dei gas serra di almeno il 30% entro il 2020.

 

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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