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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 21   13 giugno 2009


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- INDICE -

Anno sacerdotale

Lettera ai cercatori di Dio - 1

Saggi musicali di fine anno

Un pensiero di San Giovanni della Croce

Pensare... è bello... e forse anche utile

"Lettera ai cercatori di Dio"


ANNO SACERDOTALE

L'Anno sacerdotale in programma dal 19 giugno 2009 al 19 giugno 2010 sarà l'occasione per “riscoprire la bellezza e l'importanza del sacerdozio e dei singoli ordinati”, con una particolare attenzione “all'indispensabile e prioritaria promozione delle vocazioni al ministero ordinato”. È l'auspicio contenuto nella lettera inviata dalla Congregazione per il Clero a tutti i vescovi del mondo.

Il Papa, lo scorso 16 marzo, durante l'assemblea plenaria del dicastero, aveva annunciato l'evento ecclesiale sottolineando la necessità di “una tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale”.

L'indizione dell'Anno sacerdotale si inserisce, pertanto, in questa ricerca della “perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l'efficacia del loro ministero”.

Esso avrà inizio nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, giornata della santificazione sacerdotale, nella basilica di San Pietro, con la celebrazione dei vespri presieduti dal Pontefice.

L'Anno giubilare coincide con il 150° della morte di san Giovanni Maria Vianney, “vero esempio di pastore a servizio del gregge di Cristo”. Per sottolineare questa ricorrenza, durante le celebrazioni di apertura, la reliquia del santo verrà portata a Roma dal vescovo di Belley-Ars e il curato verrà proclamato dal Pontefice “patrono di tutti i sacerdoti del mondo”…

Il tema scelto per l'Anno giubilare è “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”, a indicare “il primato assoluto della grazia, «Noi amiamo perché Egli ci ha amato per primo» (1Gv 4, 19) e, nel contempo, l'indispensabile cordiale adesione della libertà amante, memori che il nome dell'amore, nel tempo, è: «fedeltà!»”…

L'Anno sarà occasione privilegiata per un “approfondimento teologico-spirituale e di missione pastorale feconda innanzitutto per gli stessi sacerdoti, chiamati a rinnovare la consapevolezza della propria identità e, per conseguenza, a rinvigorire la tensione missionaria che scaturisce dall'intimità divina, dallo «stare» con il Signore. Fecondità pastorale che si dilata a ogni ambito e persona della Chiesa”...

È opportuno “riservare la giusta visibilità attraverso i mass media”.

Tutto ciò senza perdere di vista che l'Anno sacerdotale è un evento “non spettacolare, ma che si vorrebbe fosse vissuto soprattutto come rinnovamento interiore nella riscoperta gioiosa della propria identità, della fraternità del proprio presbiterio, del rapporto sacramentale con il proprio vescovo”….

L'Anno si concluderà con una Giornata mondiale per i sacerdoti, celebrata con il Papa nella solennità del Sacro Cuore di Gesù del giugno 2010.


LETTERA AI CERCATORI DI DIO

1. Felicità e sofferenza

Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi. Questa inquietudine ci accomuna tutti. Sembra quasi che sia la dimensione più forte e consistente dell’esistenza, il punto di incontro e di convergenza delle differenze. Non può essere che così: è la nostra vita quotidiana il luogo da cui sale la sete di felicità. Nasce con il primo anelito di vita e si spegne con l’ultimo. Nel cammino tra la nascita e la morte, siamo tutti cercatori di felicità.

Certo, questa esperienza comune si frastaglia in mille direzioni differenti. Tutti possiamo riconoscerci nel bisogno di felicità: ma quale felicità cerchiamo? come la cerchiamo? quali strumenti ce ne assicurano il possesso? e gli altri, in questa appassionata ricerca, che posto hanno?

Qualcuno ha accusato la tradizione cristiana di opporsi alla voglia di felicità, di guardare eccessivamente al futuro dimenticando il presente. Qualche volta è stato contestato ai credenti in Cristo l’eccessivo prezzo da pagare per assicurare la felicità, o si sono loro rimproverati i modelli dal sapore rinunciatario, persino un poco masochista, presentati come condizione per raggiungere la felicità. Qualcuno è arrivato alla decisione di dover liberare l’uomo da Dio per restituirgli il diritto alla felicità.

Le provocazioni ci sfidano e ci aiutano a pensare, facendoci riscoprire alla radice dell’esperienza cristiana la figura di Gesù, che ci ha offerto il volto di un Dio amante della vita e della felicità dell’uomo. Peraltro, le crisi nel rapporto tra vita e felicità non riguardano solo noi cristiani. Chiunque ama la vita e cerca la gioia duratura per sé e per gli altri, non riuscirà certamente ad accontentarsi di proposte che legano la felicità unicamente al possesso, alla conquista, al potere, al solo piacere, all’egoismo personale o di gruppo.

L’esperienza della fragilità

Come credenti, abbiamo una convinzione irrinunciabile, che ci viene dalla nostra esperienza cristiana. Su di essa cerchiamo il confronto con tutti coloro che preferiscono la vita alla morte e cercano la felicità come la qualità profonda di questa stessa vita. La vita è bella nonostante tutte le prove e le disavventure, perché esistiamo e sperimentiamo l’amore.

Non per tutti, certo, è così. La vita è segnata in tutte le sue fasi e le sue forme dalla fragilità: la fragilità del nascituro, del bambino, dell’anziano, del malato, del povero, dell’abbandonato, dell’emarginato, dell’immigrato, del carcerato. In tutte le età ci sono sofferenze fisiche, psichiche, sociali. Come avviene per la felicità, anche l’esperienza del dolore ci accomuna tutti.

Come in ogni situazione umana si sperimenta la fragilità, così ogni ambiente vitale è frutto di un fragile equilibrio. Nei volti delle famiglie ci sono spesso più lacrime da asciugare che sorrisi da raccogliere. Nella vita ci sono sofferenze che arrivano contro ogni nostra aspettativa e ci sono anche sofferenze che nascono dai nostri errori e dalle nostre colpe, quelle che costruiamo con le nostre mani: quando, ad esempio, diamo la prevalenza all’avere sull’essere; quando ci carichiamo di cose inutili; quando diamo la precedenza alle cose sulle persone, agli interessi materiali sugli affetti.

La fragilità rimane una grande sfida: da sempre essa ha suscitato interrogativi, problemi, dubbi. Un personaggio della Bibbia è diventato una sorta di riferimento per coloro che hanno il coraggio di riflettere sul dolore. Si tratta di Giobbe: con il suo nome chiamiamo chi soffre ingiustamente e chi giustamente ha motivi per lamentarsi.

Con Giobbe ci chiediamo: perché dobbiamo soffrire e morire?

Molti non conoscono le parole che la Bibbia mette sulle labbra di Giobbe nel momento in cui il contatto con il dolore diventa bruciante. Parole simili, forse, le abbiamo gridate noi stessi, una o tante volte:

Perisca il giorno in cui nacqui…
Perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e due mammelle mi allattarono? …
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi di illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate…
Ricordati che un soffio è la mia vita,
il mio occhio non rivedrà più il bene. (Giobbe 3,3. 11-12; 7,2-3. 7)

Quale felicità?

Facciamo fatica ad accettare la scuola della sofferenza per scoprire che cosa sia la vita e la felicità. Nonostante tutte le nostre riflessioni e le nostre proteste, infatti, la debolezza, il dolore, la morte rimangono un mistero.

La cultura moderna, non sapendo dare una risposta a queste sfide, cerca di nasconderle con l’ebbrezza del consumismo, del piacere, del divertimento, del non pensarci. In tal modo, però, si nega il significato profondo della debolezza e della vulnerabilità umane e se ne ignora sia il peso di sofferenza, sia il valore e la dignità: e questo rende interiormente aridi e induce a vivere in modo superficiale.

L’esperienza della fragilità, del limite, della malattia e della morte può insegnarci alcune cose fondamentali. La prima è che non siamo eterni: non siamo in questo mondo per rimanerci per sempre; siamo pellegrini, di passaggio. La seconda è che non siamo onnipotenti: nonostante i progressi della scienza e della tecnica, la nostra vita non dipende solo da noi, la nostra fragilità è segno evidente del limite umano. Infine, l’esperienza della fragilità ci insegna che i beni più importanti sono la vita e l’amore: la malattia, ad esempio, ci costringe a mettere nel giusto ordine le cose che contano davvero.

La fragilità è una grande sfida anche per la fede nel Dio di Gesù Cristo. Il Signore ci ha creati per la vita, per la felicità. Perché, allora, permette il dolore, l’invecchiamento, la morte? Quante domande di fronte a un dolore o a un lutto che fa sanguinare il cuore! Si può perfino dire che la sofferenza e la morte sono la più grossa sfida contro Dio. C’è chi si è dichiarato “ateo” per amore di Dio, per giustificare la sua assenza e il suo silenzio davanti al dolore innocente.

Che cosa possiamo sperare?

Le domande si moltiplicano. Ciascuno ha le proprie. A pensarci bene, cambiano le parole, ma il grido resta, comune e condiviso da tutti: abbiamo una gran voglia di vita, di felicità, di sicurezza e di tranquillità, e il dolore, la fragilità e la morte sembrano fatti apposta per distruggere tutto questo. Dobbiamo rassegnarci? Spegnere la voglia di vita, raffreddando i nostri slanci? Dobbiamo riconoscere che questa non è la nostra casa e rimandare tutto a un dopo, a quando saremo finalmente a casa?

Ma questa casa, lontana e non sperimentabile, c’è davvero o resta un’illusione, più o meno com’è per tanti tentativi che costruiamo con le nostre pretese e che ci lasciano l’amaro in bocca? Qualcuno va oltre, pensando: smettiamola di sognare e accontentiamoci di quello che possiamo avere tra le mani. Pazienza, poi, se dobbiamo sottrarlo, violentemente o astutamente, ad altri. Questa è la vita. Non è più saggio rassegnarsi?

La nostra esperienza quotidiana è spesso tentata di cadere nella rassegnazione e nel cinismo, eppure si spalanca continuamente verso una forte necessità di speranza. Ma che cosa significa sperare? La speranza ha a che fare con la gioia di vivere. Suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare. Sentiamo che la speranza richiede e suscita unità nel cuore: dà senso e motiva ogni nostro sentimento, ogni nostra aspirazione, ogni nostro progetto. Promuove anche unità nella storia: nelle tante cose che pensiamo e che facciamo ogni giorno ci può essere un filo conduttore che collega e illumina tutto quanto. Se c’è speranza, c’è pazienza e c’è la vigilanza che sa vagliare e spinge all’impegno in ogni cosa.

Non si può vivere senza speranza: sarebbe come vivere senza riuscire a dare una prima iniziale risposta all’interrogativo “perché sono al mondo”? Tutti abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, per dire qualcosa di vero sul nostro futuro. Ha senso sperare che ciò che desideriamo si attui; così pure ha senso sperare di avere successo nei singoli aspetti su cui puntiamo. C’è una speranza a livello personale e c’è una speranza a livello storico-cosmico. Il tempo e le circostanze sono importanti per dare un contesto e un contenuto alle nostre speranze.

C’è una speranza che nasce e cresce grazie ai rapporti con le persone; anzi certi rapporti, aperti al dialogo e alla collaborazione, generano speranza, perché ci fanno sentire accolti e cercati e ci stimolano all’azione. Ma è possibile pensare e desiderare la speranza come dono che viene a noi in modo imprevedibile, come intervento non soltanto umano? Un dono che trascende le nostre possibilità, la nostra progettualità, i nostri orizzonti?

Nei momenti più felici, come in quelli più profondi, anche quando sono sofferti, sogniamo una speranza che crede e che ama: la speranza di chi si sente amato, cercato, sostenuto nel quotidiano, in un crescendo di senso, di gioia, di operosità costruttiva, che va oltre la fine di tutto. È questa la speranza che viene da Dio?

 




UN PENSIERO DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE

Quelli dunque che sono molto attivi e che pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche e con le loro opere esteriori ricordino che sarebbe di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a Dio, senza parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero almeno la metà del tempo nello starsene con Lui in orazione, anche se non fossero giunti ad un’orazione così alta com’è questa.

Certamente allora con minor fatica otterrebbero più con un’opera che con mille per il merito della loro orazione e per le forze spirituali acquistate in essa, altrimenti tutto si ridurrà a dare veramente colpi di martello e a fare poco più che niente, talvolta anzi niente e anche danno.

Dio non voglia che il sale diventi insipido, poiché allora quantunque sembri che produca all’esterno qualche effetto buono, di fatto non fa niente, essendo certo che le buone opere non si possono fare se non in virtù di Dio.

(San Giovanni della Croce, Cantico Spirituale B, strofa 29, 3).


PENSARE... È BELLO... E FORSE ANCHE UTILE

La crisi del post-moderno ci porta a uno dei motivi fondamentali che riguardano la dicibilità di Dio e cioè il problema della sofferenza umana.

Non sono ormai più né la ragione, né la libertà, forme virili della modernità, l’ostacolo per il riconoscimento di Dio.

La difficoltà maggiore è ormai proprio il dolore, nei confronti del quale nessuna teodicea consolatoria è più possibile.

E’ proprio il problema del dolore a riaprire le porte a un nuovo incontro con Dio e con il suo vero volto.

Sia la fede in Dio che l’ateismo hanno le loro radici più profonde nella sofferenza senza senso, la sofferenza degli innocenti, la morte dei bambini, il dolore dei giusti. In realtà il dolore umano pone la domanda di Dio nella giusta direzione di un appello di fede: più che di domanda teorica sul “perché Dio permette che ciò accada”, la domanda esistenziale della fede nello spasimo della sofferenza è: “Dio, dove sei? Dove è Dio?”.

Essa si chiede se Dio condivida la nostra sofferenza: e così, apre la via alla domanda di un Dio compassionevole.

(Una “rilettura” di Dio nella cultura contemporanea. Città Nuova, Roma 1995).

La comunione trinitaria si oppone all’individualismo, all’isolazionismo e all’essere persona asociale.

La comunione trinitaria si oppone tanto al capitalismo liberale quanto al socialismo: il primo spersonalizza le persone riducendole a mezzi di produzione, il secondo ne annulla le differenze.

La comunione trinitaria si oppone alle società chiuse: ad imitazione della società delle persone divine che apre se stessa alla creazione, le società delle persone umane devono spalancare i propri confini.

La comunione trinitaria si oppone, infine, al gerarchismo nella Chiesa.

(Mowry Lacugna, Dio per noi. La Trinità e la vita cristiana, Queriniana, Brescia 1997)

Gesù disse con forza a chi gli chiedeva se era re: «Il mio Regno non è di questo mondo» (Giovanni 18,36). Questa verità è difficile da ricordare. Il visibile ci rende continuamente smemorati dell'invisibile.

«Questo mondo» ci condiziona talmente che abbiamo difficoltà a pensare che ne esista un altro. E ci stupiamo continuamente, peggio ci scandalizziamo.

Se muore un bambino interroghiamo l'invisibile con un doloroso «Perché?». Se dopo esserci costruita la casa, creata una famiglia, aver vissuto con figli e figlie restiamo soli nella vecchiaia, assistendo allo sfacelo del nostro passato ci stupiamo ancora e aggrappandoci ai resti disperatamente tiriamo calci per prolungare ancora un po' il nostro soggiorno quaggiù senza assolutamente tenere conto che le realtà invisibili debbono assorbirci per trasformarci e portarci via dalle realtà terrene.

La terra non è fine a se stessa. Ciò che vedo ora è solo un inizio: lo sviluppo lo vedrò dopo. La morte è l'istante che precede la luce. E’ lo stato di attesa. E’ la fede in Dio creatore. E’ la speranza posta nel Dio dell'impossibile. E’ l'amore richiestoci per possedere definitivamente l'Amore.

(Carlo Carretto)

Per il fuoco, essere, vuol dire consumare e quando cessa di farlo, cioè di diffondersi, è morto […]. Se smetto di evangelizzare significa che la carità si è ritirata da me. Se non sento più il bisogno di comunicare la fiamma vuol dire che essa non arde più in me […]. La vita del cristiano è in questo stesso dono, perché donare vuol dire partecipare alla vita divina, che è dono.

(H. De Lubach, Per una teologia delle missioni)


"LETTERA AI CERCATORI DI DIO"

E’ stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa.

Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio. Li riconosciamo in tanti uomini e donne del nostro tempo, guardando alla situazione di inquietudine diffusa, che non ci sembra possibile ignorare. È un’inquietudine che abbiamo riconosciuta anche in noi stessi e che si esprime nella domanda, presente nel cuore di molti: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te?

Ci rendiamo conto che, abitualmente, questa domanda viene espressa con parole molto diverse da quelle appena accennate. Sappiamo anche che a volte è soffocata, disturbata, fraintesa o sembra lanciata inutilmente, verso orizzonti indecifrabili. Abbiamo però l’impressione che l’interrogativo sul mistero ultimo che tutti ci avvolge, e di conseguenza sul senso della nostra esistenza, sia veramente diffuso. Ci preoccupa anzi il dover constatare che a volte e per ragioni diverse esso venga spento sul nascere o corra il rischio di insabbiarsi.

È questo che ci ha sollecitati a scrivere una “lettera” a coloro che cercano e spesso faticano a trovare una risposta alle domande più profonde del loro cuore e anche a coloro che non cercano più, rassegnati o delusi. Vorremmo fosse un dialogo tra amici, lo spunto per trovarsi a riflettere insieme con verità e trasparenza. Una “lettera” che è piuttosto un insieme di lettere, un po’ come lo sono alcune dell’apostolo Paolo, per usare un esempio familiare a chi conosce le Sacre Scritture.

Chiediamo a chi leggerà queste pagine di interpretarle come un gesto di amicizia. Le abbiamo intitolate “Lettera ai cercatori di Dio”, perché riteniamo che chi cerca ragioni per vivere, in qualche modo e nel profondo della sua attesa cerchi Dio: vogliamo proporre una strada per incontrare Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente venuto fra noi, colui che sovverte i nostri schemi e le nostre attese, ma è anche il solo che riteniamo possa darci l’acqua che disseta per la vita eterna.

Si tratta dunque:

(di prossima pubblicazione)


 

 

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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