vai al calendario: giugno 2009
Tempo di verifiche/ Consiglio pastorale
Il "pacchetto sicurezza" mette a rischio i diritti fondamentali della persona
Pensare... è bello... e forse anche utile
Il
Nuovo Testamento fonda l’universalità della missione nello speciale rapporto
che Gesù risorto ha con ogni uomo.
Il Vangelo dev’essere annunciato a ogni uomo, perché Gesù è la verità dell’uomo, ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e in terra, perché ha fatto la volontà del Padre fino alla morte aprendo così per ogni uomo la via verso la pienezza della vita. Di qui le caratteristiche della missione:
(C.M.Martini Partenza da Emmaus).
Al termine di un anno pastorale, il terzo di questo Consiglio, si vuole sostare un poco per ripercorrere il cammino percorso e riflettere insieme su quanto di buono è emerso e sulle difficoltà che abbiamo incontrato, sulla nostra presenza in consiglio, e anche sulle nostre assenze…
Per questo, ciascun consigliere si propone di:
Trasmissione della fede
Per una comunità cristiana viva, è essenziale annunciare la gioia del Vangelo e chiamare tutti alla adesione, a Gesù,e a Dio suo Padre nello Spirito santo, per la fede nella comunità…
In merito al “pacchetto sicurezza” e alle norme relative all’immigrazione e preoccupati per il concreto rischio di vedere messi in discussione alcuni tra i diritti umani fondamentali, proponiamo le seguenti riflessioni.
È per noi già fonte di perplessità ricorrere all’uso del termine “sicurezza” mettendolo in relazione alle modifiche delle norme sui ricongiungimenti familiari e sul riconoscimento dello status di rifugiato politico: quasi che queste regole possano avere a che fare con la sicurezza dei cittadini e non, invece, essere considerate provvedimenti di un eventuale “pacchetto famiglia”.
La lunga serie di divieti, poi, declinati nel Disegno di legge n°733/08, sembra far prevalere una logica repressiva mirante a “rendere la vita impossibile” allo straniero che si trovi in situazione di irregolarità dal punto di vista dell’ingresso o del soggiorno. Lo dimostrano, ad esempio, alcuni provvedimenti oggetto di dibattito, suscettibili ancora di modifica e/o ratifica, relativi a chi non è in possesso del permesso di soggiorno:
Se le norme passassero l’Italia rinnegherebbe di fatto alcuni diritti fondamentali della persona, che si è invece impegnata a tutelare in sede di convenzioni internazionali.
Rispetto alle proposte contenute nel pacchetto sicurezza almeno tre sono gli interrogativi che riteniamo vadano posti al legislatore e all’opinione pubblica.
a) Nel Disegno di legge non viene indicata nessuna norma volta a ridurre il fenomeno dell’irregolarità. Questa, nel nostro Paese, ha raggiunto il numero di 650.000 persone, non solo per la elevata pressione migratoria, ma soprattutto per l’irrazionalità dell’attuale sistema di regolazione. [Dati dai Dossier Caritas. La rilevazione precedente aveva stimato il numero degli irregolari in 364.000 unità. La situazione è dovuta per più del 70% non a “sbarchi” ma, paradossalmente a irregolarità “sopravvenute” dopo un ingresso regolare]. Su questo punto, occorre superare una “grande ipocrisia” secondo la quale si può fare ingresso in Italia solo dopo la stipula del contratto di lavoro, un “dopo” che rischia di non avvenire mai o troppo tardi. Forse va studiato un diverso meccanismo per far incontrare domanda e offerta una volta giunti nel nostro Paese. Fino a che questo nodo non sarà sciolto, gli interessi convergenti della pressione migratoria e del sistema imprese\famiglie faranno sì che l’Italia si riempia di lavoratori irregolari, in attesa per anni di “essere regolarizzati” (previo ritorno in patria) con il farraginoso sistema dei flussi.
b) Le norme sembrano ignorare che l’ingresso e il soggiorno irregolari non sono semplicisticamente catalogabili come forme di “illegalità”: chiunque, per il solo fatto di essere una persona umana, porta con sé un bagaglio minimo di diritti, che devono essere rispettati; diritti scritti a chiare lettere nell’art. 2 del Testo Unico dell’immigrazione: il diritto alla salute, a un minimo di assistenza sociale, alla scuola per i figli, a difendersi in giudizio contro un eventuale provvedimento di espulsione ecc.
Il divieto di matrimonio (non quelli fasulli ovviamente), il divieto di accedere comunque ai servizi sociali o addirittura di denunciare allo stato civile la nascita del figlio, così come le altre norme richiamate, non paiono per nulla rispettose di tale principio.
c) Infine, queste norme - come tutte quelle dettate da esigenze di immagine e di consenso - non appaiono immuni da elementi di irrazionalità. Se la “penalizzazione” dell’ingresso illegale venisse davvero applicata, si prospetterebbero in Italia 650.000 processi, volti a comminare sanzioni pecuniarie che nessuno straniero vorrà o potrà pagare, e che comunque si svolgeranno a totale carico dei contribuenti, ivi compresa l’assistenza legale agli imputati mediante il gratuito patrocinio. Terminati detti processi, gli impedimenti all’espulsione materiale dello straniero resterebbero esattamente quelli che erano prima: difficoltà di trovare un mezzo per il rimpatrio, di reperire le somme per pagare il mezzo, di concordare il rimpatrio con lo Stato di appartenenza.
Aggiungiamo che, nel frattempo, i “colpevoli” saranno entrati in contatto con migliaia di pubblici ufficiali (medici, infermieri, insegnanti, ecc.) i quali dovrebbero presentare denuncia e che, se non lo facessero, rischierebbero, a loro volta, un processo per violazione dell’art. 361 codice penale. Quel che ne risulta è una illogica moltiplicazione di attività giudiziarie senza che la questione della irregolarità possa con questo fare un passo neppure minimo verso la soluzione. A meno che non si varino norme dal valore simbolico, nella tacita speranza che le stesse non vengano effettivamente rispettate e fatte applicare dai giudici: con il risultato di infliggere un colpo davvero mortale al già debole senso dello Stato e della legalità. Infine, nei confronti della pressione migratoria, l’effetto “dissuasivo” dell’una o dell’altra legge è sempre stato praticamente nullo, come ben dimostra la vicenda di questi mesi, quando un progressivo irrigidimento delle norme ha coinciso con un aumento vertiginoso degli sbarchi.
Di fronte a questa situazioni, non ci appelliamo al pur importante dovere comune di solidarietà, ma alla ricerca di soluzioni efficienti e razionali quale dovere primario della politica.
L’esasperazione della logica repressiva (per esempio rinchiudere nei CIE, per mesi e mesi, 650.000 persone in attesa di rimpatrio) non è né efficiente né razionale, perché nessun fenomeno complesso può essere regolato in quella sola logica.
Occorre invece porre in essere un’intelligente politica di incentivi al rispetto della regolarità, che preveda, ad esempio, il prolungamento del permesso di soggiorno per chi dimostra stabilità di occupazione e l’abolizione del divieto di reingresso per chi ottempera all’espulsione e regolarizza la sua posizione
Per fare questo occorre però che venga messa da parte la pretesa di leggere qualsiasi fenomeno sociale nella sola ottica della sicurezza e che si mettano in atto anche quegli interventi promozionali, di sostegno e di integrazione, quali vie positive e lungimiranti per edificare nel tempo una società inevitabilmente multietnica e multiculturale.
Documento sottoscritto da: Azione
Cattolica Ambrosiana, Acli,
Comunità di S. Egidio, Gruppo Promozione Donna, Movimento dei Focolari.
In quel Pane il volto preciso di Dio
Il gesto del pane e del vino, le parole di commento, tutto converge nell'indicare la vita di Gesù come una vita donata.
Il gesto eucaristico svela la «verità» di Gesù, cioè quella tensione interiore che ha guidato la sua vita fin dall'inizio.
Nell'amore di Gesù non ci sono esclusi o emarginati, non ci sono i primi e gli ultimi. Nell'Eucaristia le prime comunità scorgevano non semplicemente la presenza di Dio, ma la presenza di un volto preciso di Dio.
Nell'Eucaristia bisogna scorgere e celebrare quel Dio che in Gesù si è manifestato come condivisione, amore e servizio.
Il gesto eucaristico è collocato da Marco in un contesto di tradimento (Giuda) e di abbandono (il rinnegamento di Pietro e l'abbandono dei discepoli). Si tratta di un elemento comune e tradizionale, ma sembra che Marco lo sottolinei con forza particolare. Tanto è vero che la cornice del tradimento e dell'abbandono si prolunga anche nel racconto del Getsemani e dell'arresto.
Nello stridente contrasto fra il gesto di Gesù e il tradimento degli uomini, la comunità ha colto al grandezza dell'amore del Cristo, la sua gratuità, al sua ostinazione.
Ma mi sembra che Marco colga anche un duplice avvertimento: la comunità è invitata a non scandalizzarsi allorché scoprirà nel proprio seno il tradimento e il peccato: è un'esperienza che Gesù stesso ha vissuto e che ha previsto per la sua Chiesa. Viene così tolto alla radice ogni motivo in base al quale poter dire: questa non è più la Chiesa amata da Dio.
Contemporaneamente la comunità è invitata a non cullarsi nella falsa sicurezza, e a non presumere di sé (come invece Pietro): il peccato è sempre possibile, ed è male fidarsi delle proprie forze.
Per tutto questo al celebrazione eucaristica è. insieme, giudizio e consolazione, mette in luce contemporaneamente l'ostinato amore del Cristo e il peccato e le divisioni della comunità. Anche le divisioni della comunità devono apparire. Ma non per dire: permangono le divisioni, tralasciamo l'Eucaristia. Bensì per concludere: nonostante le divisioni, Cristo ci salva.
Il vino deve essere bevuto e il pane deve essere mangiato: «Prendete, mangiate». La vita del Maestro deve essere condivisa dal discepolo.
Non basta affermare nel pane e nel vino la presenza del Figlio di Dio. Occorre prendervi parte.
L'Eucaristia è contemporaneamente presenza di Dio e progetto ecclesiale. Dalla prima comunione (quella di Dio con noi) scaturisce la seconda (quella fra noi): la via del Cristo (una vita in dono, per tutti, nonostante il rifiuto) definisce la sequela.
(Bruno Maggioni)
La crisi del post-moderno ci porta a uno dei motivi fondamentali che riguardano la dicibilità di Dio e cioè il problema della sofferenza umana.
Non sono ormai più né la ragione, né la libertà, forme virili della modernità, l’ostacolo per il riconoscimento di Dio.
La difficoltà maggiore è ormai proprio il dolore, nei confronti del quale nessuna teodicea consolatoria è più possibile.
E’ proprio il problema del dolore a riaprire le porte a un nuovo incontro con Dio e con il suo vero volto.
Sia la fede in Dio che l’ateismo hanno le loro radici più profonde nella sofferenza senza senso, la sofferenza degli innocenti, la morte dei bambini, il dolore dei giusti. In realtà il dolore umano pone la domanda di Dio nella giusta direzione di un appello di fede: più che di domanda teorica sul “perché Dio permette che ciò accada”, la domanda esistenziale della fede nello spasimo della sofferenza è: “Dio, dove sei? Dove è Dio?”.
Essa si chiede se Dio condivida la nostra sofferenza: e così, apre la via alla domanda di un Dio compassionevole.
(Una “rilettura” di Dio nella cultura contemporanea. Città Nuova, Roma 1995).
La comunione trinitaria si oppone all’individualismo, all’isolazionismo e all’essere persona asociale.
La comunione trinitaria si oppone tanto al capitalismo liberale quanto al socialismo: il primo spersonalizza le persone riducendole a mezzi di produzione, il secondo ne annulla le differenze.
La comunione trinitaria si oppone alle società chiuse: ad imitazione della società delle persone divine che apre se stessa alla creazione, le società delle persone umane devono spalancare i propri confini.
La comunione trinitaria si oppone, infine, al gerarchismo nella Chiesa.
(Mowry Lacugna, Dio per noi. La Trinità e la vita cristiana, Queriniana, Brescia 1997)
Gesù disse con forza a chi gli chiedeva se era re: «Il mio Regno non è di questo mondo» (Giovanni 18,36). Questa verità è difficile da ricordare. Il visibile ci rende continuamente smemorati dell'invisibile.
«Questo mondo» ci condiziona talmente che abbiamo difficoltà a pensare che ne esista un altro. E ci stupiamo continuamente, peggio ci scandalizziamo.
Se muore un bambino interroghiamo l'invisibile con un doloroso «Perché?». Se dopo esserci costruita la casa, creata una famiglia, aver vissuto con figli e figlie restiamo soli nella vecchiaia, assistendo allo sfacelo del nostro passato ci stupiamo ancora e aggrappandoci ai resti disperatamente tiriamo calci per prolungare ancora un po' il nostro soggiorno quaggiù senza assolutamente tenere conto che le realtà invisibili debbono assorbirci per trasformarci e portarci via dalle realtà terrene.
La terra non è fine a se stessa. Ciò che vedo ora è solo un inizio: lo sviluppo lo vedrò dopo. La morte è l'istante che precede la luce. E’ lo stato di attesa. E’ la fede in Dio creatore. E’ la speranza posta nel Dio dell'impossibile. E’ l'amore richiestoci per possedere definitivamente l'Amore.
(Carlo Carretto)
Per il fuoco, essere, vuol dire consumare e quando cessa di farlo, cioè di diffondersi, è morto […]. Se smetto di evangelizzare significa che la carità si è ritirata da me. Se non sento più il bisogno di comunicare la fiamma vuol dire che essa non arde più in me […]. La vita del cristiano è in questo stesso dono, perché donare vuol dire partecipare alla vita divina, che è dono.
(H. De Lubach, Per una teologia delle missioni)
E’ stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa.
Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio. Li riconosciamo in tanti uomini e donne del nostro tempo, guardando alla situazione di inquietudine diffusa, che non ci sembra possibile ignorare. È un’inquietudine che abbiamo riconosciuta anche in noi stessi e che si esprime nella domanda, presente nel cuore di molti: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te?
Ci rendiamo conto che, abitualmente, questa domanda viene espressa con parole molto diverse da quelle appena accennate. Sappiamo anche che a volte è soffocata, disturbata, fraintesa o sembra lanciata inutilmente, verso orizzonti indecifrabili. Abbiamo però l’impressione che l’interrogativo sul mistero ultimo che tutti ci avvolge, e di conseguenza sul senso della nostra esistenza, sia veramente diffuso. Ci preoccupa anzi il dover constatare che a volte e per ragioni diverse esso venga spento sul nascere o corra il rischio di insabbiarsi.
È questo che ci ha sollecitati a scrivere una “lettera” a coloro che cercano e spesso faticano a trovare una risposta alle domande più profonde del loro cuore e anche a coloro che non cercano più, rassegnati o delusi. Vorremmo fosse un dialogo tra amici, lo spunto per trovarsi a riflettere insieme con verità e trasparenza. Una “lettera” che è piuttosto un insieme di lettere, un po’ come lo sono alcune dell’apostolo Paolo, per usare un esempio familiare a chi conosce le Sacre Scritture.
Chiediamo a chi leggerà queste pagine di interpretarle come un gesto di amicizia. Le abbiamo intitolate “Lettera ai cercatori di Dio”, perché riteniamo che chi cerca ragioni per vivere, in qualche modo e nel profondo della sua attesa cerchi Dio: vogliamo proporre una strada per incontrare Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente venuto fra noi, colui che sovverte i nostri schemi e le nostre attese, ma è anche il solo che riteniamo possa darci l’acqua che disseta per la vita eterna.
Si tratta dunque:
(di prossima pubblicazione)