vai al calendario: maggio 2009
Il Papa in visita al campo profughi di Aida
Famiglia, educazione e risorse in via Padova
Immigrazione/ Perché dobbiamo dire grazie allo straniero che è in noi
Fatiche e difficoltà delle famiglie nella nostra città/quartiere
Domenica 24 maggio/ Festa del Ringraziamento
La mia visita al Campo Profughi di Aida questo pomeriggio mi offre la gradita opportunità di esprimere la mia solidarietà a tutti i Palestinesi senza casa, che bramano di poter tornare ai luoghi natii, o di vivere permanentemente in una patria propria. Grazie, Signor Presidente, per il suo cortese saluto. E grazie anche a Lei, Signora Abu Zayd, e agli altri speaker. A tutti gli ufficiali della Agenzia per il soccorso e il sostegno delle Nazioni Unite, che si prendono cura dei profughi, manifesto l’apprezzamento che provano innumerevoli uomini e donne di tutto il mondo per l’opera fatta qui ed in altri campi nella regione.
Estendo un saluto particolare ai bambini e agli insegnanti della scuola. Attraverso il vostro impegno nell’educazione esprimete speranza nel futuro. A tutti i giovani qui presenti dico: rinnovate i vostri sforzi per prepararvi al tempo in cui sarete responsabili degli affari del popolo Palestinese negli anni a venire. I genitori hanno qui un ruolo molto importante. A tutte le famiglie presenti in questo campo dico: non mancate di sostenere i vostri figli nei loro studi e nel coltivare i loro doni, così che non vi sia scarsità di personale ben formato per occupare nel futuro posizioni di responsabilità nella comunità Palestinese. So che molte vostre famiglie sono divise – a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di movimento – e che molti tra voi hanno sperimentato perdite nel corso delle ostilità. Il mio cuore si unisce a quello di coloro che, per tale ragione, soffrono. Siate certi che tutti i profughi Palestinesi nel mondo, specie quelli che hanno perso casa e persone care durante il recente conflitto di Gaza, sono costantemente ricordati nelle mie preghiere… Quanto le persone di questo campo, di questi Territori e dell’intera regione anelano alla pace!.... Voi ora vivete in condizioni precarie e difficili, con limitate opportunità di occupazione. È comprensibile che vi sentiate spesso frustrati.
Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente, ad uno Stato Palestinese indipendente, restano incompiute. E voi, al contrario, vi sentite intrappolati, come molti in questa regione e nel mondo, in una spirale di violenza, di attacchi e contrattacchi, di vendette e di distruzioni continue. Tutto il mondo desidera fortemente che sia spezzata questa spirale, anela a che la pace metta fine alle perenni ostilità. Incombente su di noi, mentre siamo qui riuniti questo pomeriggio, è la dura consapevolezza del punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra Israeliani e Palestinesi – il muro. In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte – al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali – è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri. Quanto aspiriamo a vedere i frutti del ben più difficile compito di edificare la pace! Quanto ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro!
Da entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio per superare la paura e la sfiducia, se si vuole contrastare il bisogno di vendetta per perdite o ferimenti. Occorre magnanimità per ricercare la riconciliazione dopo anni di scontri armati. E tuttavia la storia ci insegna che la pace viene soltanto quando le parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le recriminazioni e a lavorare insieme a fini comuni, prendendo sul serio gli interessi e le preoccupazioni degli altri e cercando decisamente di costruire un’atmosfera di fiducia. Deve esserci una determinazione ad intraprendere iniziative forti e creative per la riconciliazione: se ciascuno insiste su concessioni preliminari da parte dell’altro, il risultato sarà soltanto lo stallo delle trattative.
L’aiuto umanitario, come quello che viene offerto in questo campo, ha un ruolo essenziale da svolgere, ma la soluzione a lungo termine ad un conflitto come questo non può essere che politica. Nessuno s’attende che i popoli Palestinese e Israeliano vi arrivino da soli. È vitale il sostegno della comunità internazionale. Rinnovo perciò il mio appello a tutte le parti coinvolte perché esercitino la propria influenza in favore di una soluzione giusta e duratura, nel rispetto delle legittime esigenze di tutte le parti e riconoscendo il loro diritto di vivere in pace e con dignità, secondo il diritto internazionale. Allo stesso tempo, tuttavia, gli sforzi diplomatici potranno avere successo soltanto se gli stessi Palestinesi e Israeliani saranno disposti a rompere con il ciclo delle aggressioni. Mi vengono alla mente le splendide parole attribuite a san Francesco: “Dove c’è odio, che io porti amore; dove c’è l’offesa il perdono…dove c’è tenebra, luce, dove c’è tristezza, gioia”.
A ciascuno di voi rinnovo l’invito ad un profondo impegno nel coltivare la pace e la non violenza, seguendo l’esempio di san Francesco e di altri grandi costruttori di pace. La pace deve aver inizio nel proprio ambiente, nella propria famiglia, nel proprio cuore. Continuo a pregare perché tutte le parti in conflitto in questa terra abbiano il coraggio e l’immaginazione di perseguire l’esigente ma indispensabile via della riconciliazione. Possa la pace fiorire ancora una volta in queste terre! Dio benedica il suo popolo con la pace!
Betlemme, 13 maggio 2009
martedì 12 ore 21.00: in famiglia
dott.ssa Carla Lunghi - dipartimento di sociologia della Università
Cattolica
lunedì 18 ore 21.00: nell’educazione
dott. Simone Zagheni - Cospes di Arese
lunedì 25 ore 21.00: risposte…
fatti presenti e prospettive future nella nostra comunità
[Dal libro “Perché dobbiamo dire grazie allo straniero che è in noi” dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, dal 15 maggio in libreria per i tipi della casa editrice San Paolo; il brano proposta è stato pubblicato dal quotidiano ‘La Repubblica’]
Mi verrebbe d’iniziare con l’antica citazione biblica: “Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10,19). Come a dire, che il fenomeno migratorio, sia pure in modalità e intensità diverse, accompagna sempre la storia dei popoli. E che esso deve suscitare, come prima e più immediata forma di solidarietà, la condivisione obiettiva di una medesima situazione. (...)
Ma qual è la situazione da noi oggi, nelle nostre città e nei nostri paesi? Potrei rispondere in termini quanto mai sintetici dicendo, anzitutto, che troppe volte e con troppa insistenza negli ultimi tempi si è pensato agli stranieri soltanto come a una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere. Con l’immediata conseguenza che il peso dei pregiudizi e degli stereotipi hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, finendo per causare spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza.
Ma la realtà presenta anche un’altra faccia: noncuranti delle tante e, troppe, eccessive polemiche, molte persone - in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario - hanno operato e continuano ad operare per assistere questi “nuovi venuti” nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo o, degli indumenti, la cura dei più piccoli. In concreto, penso alla Caritas e alle sue molteplici emanazioni, alla “Casa della Carità” in Milano, a quegli interventi delle amministrazioni locali che hanno saputo distinguersi per intelligenza, umanità e creatività. Penso al “buon cuore” anche di tanti semplici cittadini e ai loro piccoli ma sinceri gesti di aiuto. Siamo così di fronte a una solidarietà in atto, che si fa “dialogo” concreto: un dialogo forse ancora troppo flebile - e per questo da incoraggiare e da sostenere - ma che dice il riconoscimento della comune condizione umana cui tutti, italiani e stranieri di qualsiasi etnia, apparteniamo.
Cade qui una riflessione elementare, la cui forza razionale invincibile conduce all’adesione, anche se poi la prassi, purtroppo, può divenirne una smentita. Ci sono così tante “etnie” e “popoli” diversi, ma tutte le etnie hanno la loro radice e il loro sviluppo nell’unica etnia umana, così come tutti i popoli si ritrovano all’interno del tessuto vivo e unitario dell’unica famiglia umana. (...)
Troviamo qui l’approccio culturale nuovo che deve caratterizzare la nostra valutazione e il nostro comportamento - certo nel segno della solidarietà ora affermata - nei riguardi dei migranti.
Lo indicavo così nel Discorso alla Città per la Vigilia di sant’Ambrogio 2008: “Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l’originalità della propria identità”.
Riprendendo ora la riflessione generale, vorrei riproporre qualche spunto nel segno di una concretezza quotidiana e con un riferimento più specifico alle due realtà della famiglia del lavoro. Il primo passo da compiere dovrebbe condurci a superare una paura: quella che ci impedisce di riconoscere in pienezza l’uguale dignità sul lavoro degli immigrati. In realtà, per non pochi di noi essi sono visti come una minaccia, non solo perché considerati come uomini e donne che disturbano la tranquillità del nostro quieto vivere e del nostro paese, ma anche perché a noi “rubano” il lavoro.
E se invece vengono accolti, rischiano di essere trattati come una forza lavoro a buon mercato, in particolare per quelle attività che noi ci rifiutiamo di compiere perché ritenute troppo faticose o poco dignitose. Ma, anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni, diverse forze sociali danno prova di solidarietà attiva con i migranti, creando nuove forme di accoglienza e di inclusione sociale, a cominciare dal lavoro. Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di fin troppo facile contrapposizione. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare una integrazione all’insegna della solidarietà e della legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da città spaventate e non poco preoccupate, anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana. Una testimonianza che deve interpellare tutti e ciascuno. (....) Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c’è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione di se stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale. È importante allora acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l’opportunità di farlo. (..)
È onesto - ed è bello - riconoscere l’apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e, in termini certo più ristretti ma quanto mai concreti ed efficaci, alla vita delle nostre famiglie. Tanti - in assoluta prevalenza donne - appena giunti in Italia da paesi stranieri si fanno carico - nelle case degli italiani d’origine - dei servizi della casa, della cura dei bambini, dell’assistenza agli anziani e malati.
Ed è con spirito di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo riconoscere
che queste stesse donne - le chiamiamo “badanti” - con i loro figli sono le
prime persone che pagano il costo di una separazione forzata,
dell’esclusione dai diritti, della privazione per se stesse e per i propri
familiari. Di conseguenza, come non chiedere che - insieme ai vantaggi che
vengono a noi dalla loro presenza e attività - si giunga presto a
riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di
lavoro?
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Si è svolta martedì sera la prima serata (delle tre programmate per questo mese di maggio, le altre due si svolgeranno lunedì 18 e lunedì 25 ore 21,00) dedicata alle FATICHE ed alle condizioni di difficoltà e di rischio che toccano da vicino il quotidiano delle persone e delle famiglie a Milano e nel nostro Quartiere.
In realtà l’apprezzato intervento della dottoressa Carla Lunghi, ricercatrice del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, ha avuto un respiro ancora più esteso, quanto meno a livello territoriale e sociologico, andando a considerare nella sua analisi un ampio spaccato della società italiana ed anche europea al fine di contestualizzare meglio le problematiche affrontate ed aumentare la consapevolezza delle dinamiche familiari, comunitarie e sociali con cui tutti in fondo abbiamo a che fare.
A tal proposito sono state considerate, tra le altre, le seguenti questioni:
• su come attualmente, molto più che nelle precedenti generazioni, l’individuo sia chiamato a vivere una “pluralità di forme familiari”; non quindi solo un “modello” di famiglia tradizionalmente inteso nonni-genitori-figli, bensì nuclei monogenitoriali (italiani e non), situazioni intrecciate in cui i “genitori” possono non essere entrambe i genitori naturali per motivi di separazioni, non vicinanza di nonni, aumento dei nuclei familiari con un solo figlio, in cui, a fronte di una potenziale maggior attenzione al figlio stesso, possono esserci rischi di una maggior difficoltà da parte dei bimbi ad avere una più naturale capacità di relazionarsi “tra pari” grazie alla presenza di fratelli e così via;
• su come (naturale conseguenza a livello sociologico del punto precedente) ci sia il rischio di una cultura “puerocentrica”, in cui in fondo il bimbo possa essere vissuto in modo più inconsciamente egoistico da parte dei genitori stessi e caricato di eccessive aspettative;
• su come si registri nel tessuto sociale, a fronte di un “falso” benessere in qualche modo ancora pubblicizzato dai media, un aggravarsi delle condizioni di insicurezza e di precarietà a motivo della precarietà stessa del lavoro, dei conseguenti disagi per spostamenti e cambiamenti repentini ed immotivati, dell’instabilità coniugale di fatto, della convivenza con culture nuove, dell’assottigliarsi degli spazi per relazionarsi in modo più tranquillo ed autentico;
• su come tutto ciò possa comportare una imprevedibilità stessa degli eventi rischiosi e quindi delle maggiori difficoltà ad individuare per tempo le contromisure da adottare in termini di risorse, di prevenzione etc , laddove in passato i “riti di passaggio” tra generazioni e situazioni consentivano di assorbire i cambiamenti in modo più funzionale e fisiologico.
Quanto sopra non è certamente esaustivo rispetto alla ricchezza degli spunti dati dalla dottoressa Lunghi nel suo intervento iniziale e dai numerosi interventi dei presenti, che sono seguiti; e tuttavia serve per dare quantomeno un’intuizione di alcuni contesti rilevanti che sono stati affrontati al fine di introdurre anche che cosa ci può aiutare a vivere meglio queste sfide.
In tal senso, i contributi che ci sentiamo di segnalare (tenuto conto del fatto che il tema della serata era comunque imperniato sulla analisi delle “fatiche”, devolvendo alle altre due serate in programma un maggiore approfondimento sulle “risposte”) sono:
• l’importanza di attivare e mantenere tutte le risorse relazionali possibili;
• la rilevanza di coltivare un livello di “buona” comunicazione all’interno della famiglia e della relazioni, cosa non semplice dato che la buona comunicazione non significa solo quantità di parole o discorsi proposti o scambiati ma piuttosto autentica capacità di ascolto, cura dei toni, …degli atteggiamenti, rispetto dell’altro e dei suoi tempi etc…
• sapersi ascoltare reciprocamente …. parole semplici…ma se ben ci riflettiamo quante risorse, quante capacità, quanta attenzione richiedono ?!....ma anche quanto sono importanti e vitali a tutti i livelli ?!
• sapere cogliere, pur attraverso situazioni di rischio, anche dove sono nuove opportunità e nuove ricchezze emergenti; si pensi ad esempio ad una interculturalità ed alla diversità vissute come arricchimento e scoperta del nuovo e non come creazione di situazioni di ghettizzazione, di pregiudizio o di ingiustizia; si pensi a come valorizzare la positiva coesione interna delle famiglie e il loro naturale sapersi aprire e dare supporto reciproco …e tanto altro ancora!
Per questo riteniamo vitale ed importante condividere questi contenuti con tutti, invitandoVi a partecipare ai prossimi due incontri (che, ripetiamo, si svolgeranno lunedì 18 e lunedì 25 ore 21,00), durante i quali, a fronte delle analisi della prima serata scorsa, potremo riprendere ed approfondire ciò che ci sta a cuore e cioè come affrontare le EMERGENZE EDUCATIVE (il 18 maggio) e quali sono (già attive e da attivare) le RISPOSTE DELLA NOSTRA COMUNITA’ (il 25 maggio).
Vi aspettiamo!
(A. L.)
Riflessioni sul tema... in libertà...
Invio due righe di riflessione su ieri sera... intuirà che non amo questo genere di incontri, lascio quindi a Lei, il compito di valutare, se queste righe possono aiutare altri genitori o confondere maggiormente.
Ieri sera c' è stato il primo degli incontri dedicato alle fatiche delle famiglie nella nostra città e nel nostro quartiere tenuto dalla dottoressa Carla Lunghi.
Non mi voglio dilungare su quanto è stato detto durante l'incontro, altri lo faranno.
Voglio invece soffermarmi sulla riflessione che ho cercato di fare alla fine della serata. Volevo portarmi a casa, un segno di speranza, non solo per me che probabilmente dovevo già considerarmi fortunata, come dicono le statistiche, perché ho più di un figlio, una "buona comunicazione" all' interno della famiglia e riesco a mantenere delle "risorse relazionali".
Non volevo essere fortunata. Rappresentavo una famiglia nel tessuto sociale di questo quartiere, in condizioni di precarietà con un solo figlio, con delle grosse aspettative, con una separazione alle spalle, ecc.ecc. Una delle tante famiglie che vivono nel mio quartiere con cui parlo tutti i giorni.
Pensavo e ripensavo, a quanto avevo sentito.
Per me,secondo le statistiche, non c' era quasi nessun segno di speranza... Poi mi è venuta in mente una frase del "Piccolo Principe"... “....non si vede bene che col cuore… l' essenziale è invisibile agli occhi...
E allora ho chiuso gli occhi e ho lasciato che parlasse il mio cuore.
Ho visto i miei figli e i volti e i sorrisi dei ragazzi con cui ho trascorso alcuni giorni di formazione con loro e altre famiglie. Ho sentito le loro risate, i loro desideri, le loro speranze, la volontà di andare oltre ai problemi, il desiderio di costruire qualcosa oltre alle loro condizioni famigliari. Ragazzi che vivono in questo quartiere. Sono loro il mio e il nostro segno di speranza.
Le statistiche?...sono solo statistiche...
(R.G.)
Ciao a tutti,
dicono che con il tempo si diventa più saggi,io non sono molto d' accordo,
certamente le esperienze belle o brutte che siano " scavano" molto di più,
come se da esse si volesse trarre energia nuova.
Ho aspettato che l' esperienza fatta ad Avolasio si cementasse dentro di me,per poterla raccontare, vista dai miei occhi. Occhi di donna. di genitore, di credente.
Gli occhi di donna, hanno ricordato un tempo dimenticato, un tempo di tiepide ma forti sensazioni; un tempo di desideri inespressi, lontani ma uguali a quelli dell' adolescente di oggi.
Gli occhi di genitore hanno visto un bel gruppo e si sono sentiti fieri di "vedere" questi ragazzi proprio con quegli occhi e con il desiderio di poterlo raccontare ad altri genitori e forse un giorno poter condividere le difficoltà e le aspettative che hanno nei nostri confronti. Hanno anche visto la gioia,l' entusiasmo e il piacere di stare insieme e la condivisione dei propri limiti e delle proprie debolezze.
Gli occhi del credente hanno ringraziato Dio, perché ci ha fatto così diversi e così unici; per il lavoro che avete fatto,per la pazienza, la perseveranza e il coraggio di andare avanti che avete avuto.
Ne è valsa la pena. Tanto lavoro c' è ancora da fare.
Queste sono solo parole, un po' retoriche scritte una dietro l' altra e mi perdoni Romolo, abituato forse a famose testate giornalistiche se io mi racconto così...
“.. .è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante...” (da Il Piccolo Principe)
Grazie…
Rita