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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 7   21 febbraio 2009


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- INDICE -

...Serviamo il Signore nella gioia...

Quaresima 2009/ Catechesi Arcivescovo

Caritas: sobrietà e solidarietà

Scout/ Suor Donatella e il Caritas Baby Hospital: le difficoltà "oltre il muro"

Riflessioni e consigli del Papa per la quaresima


...SERVIAMO IL SIGNORE NELLA GIOIA...

Non darti in balìa della tristezza
e non tormentarti con i tuoi pensieri.

La gioia del cuore è la vita dell’uomo,
l’allegria dell’uomo è lunga vita.

Distraiti e consola il tuo cuore,
tieni lontana la profonda tristezza,
perché la tristezza ha rovinato molti
e in essa non c’è alcun vantaggio.

Gelosia e ira accorciano i giorni,
le preoccupazioni anticipano la vecchiaia.

Un cuore limpido e sereno si accontenta dei cibi
e gusta tutto quello che mangia.

(Siracide 30, 21-25)

 


QUARESIMA 2009/ CATECHESI ARCIVESCOVO

Le riflessioni in onda su Telenova e Radio Marconi per cinque martedì dal 3 marzo.

Il venerdì il Cardinale risponderà su Chiesadimilano.it e su YouTube.

Ricolmi dello Spirito: la vita nuova in Cristo

3 marzo 2009
Parrocchia San Paolo, Milano
La morale: risposta ad una chiamata
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” Lettera agli Efesini (4,1-7)

10 marzo 2009
Istituto Nazionale dei Tumori, Milano
Non c’è fede senza prova
“Nessuno si lasci turbare in queste prove”
Prima lettera ai Tessalonicesi (2,20-3,8)

17 marzo 2009
Istituto Don Gnocchi, Milano
La morale: cammino di santità
“Possiate progredire ancora di più”
Prima lettera ai Tessalonicesi (4, 1b-12)

24 marzo 2009
Collegio universitario Ludovicianum, Milano
Comprendere qual è la volontà del Signore
“Non da stolti, ma da saggi”
Lettera agli Efesini (5, 15-20)

31 marzo 2009
Seminario Arcivescovile, Seveso
La morale: corsa verso Cristo
“Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”
Lettera agli Ebrei (12, 1b-3)


CARITAS: SOBRIETÀ E SOLIDARIETÀ

di don Roberto Davanzo

Siamo grati all’Arcivescovo per il segnale di sensibilità che la notte di Natale ha voluto offrire ai cristiani della diocesi ambrosiana, ma - a giudicare dall’eco che ne è scaturita - non solo a loro.

L’onda di piena di questa crisi partita dalla sponda americana dell’oceano Atlantico ancora non è arrivata sui nostri territori in modo impetuoso. Ma, a giudicare dalle misure che ai diversi livelli la pubblica amministrazione sta adottando, si ha un po’ la sensazione che sia questione di qualche mese e che, al suo arrivo, andrà a colpire fasce di popolazione che mai prima d’ora erano state interessate dallo spettro della povertà.

Ed è questa una delle aggravanti che più rappresentano motivo di preoccupazione: dovranno fare i conti con la crisi persone e famiglie abituate ad uno stile di vita se non lussuoso, comunque dignitoso, fatto di abitudini difficilmente modificabili, tipiche di questa nostra società dei consumi.

Si intuisce allora perchè l’Arcivescovo nella notte di Natale non ha parlato solo di solidarietà, ma ha fatto riecheggiare una parola, sobrietà, che anche all’interno delle nostre comunità cristiane ogni tanto evochiamo, ma - francamente - senza crederci troppo.

Già, perchè il vero frutto, la vera forza provocatoria dell’iniziativa lanciata dal Card. Tettamanzi non potrà certo essere quella di risolvere chissà quali e quante situazioni di crisi, bensì quella di aver gettato una pietra nello stagno di una illusione: che questo nostro stile di vita - almeno quello di chi tra di noi sta meglio - non potrà andare avanti troppo all’infinito, che è venuto il tempo di chiedersi con franchezza se è verosimile immaginare che tutta l’umanità possa permettersi di continuare sui binari di un egoismo indifferente alle legittime aspettative di una vita dignitosa e prospera da parte di ogni componente la famiglia umana.

Ecco allora la parola chiave, “sobrietà”, che è tutt’altro che indigenza, che è tutt’altro che incapacità di godere delle cose buone che la vita ci offre, ma è saperlo fare riconoscendo a chiunque ho accanto il diritto di aspirarvi.

Questo è il cuore dell’iniziativa del Cardinale che, certo, avrà bisogno anche di risorse economiche per sostenere le famiglie più colpite dalla crisi e meno protette dagli ammortizzatori sociali che pure si stanno predisponendo.

Ma, al di là del fondo famiglia-lavoro e della capacità delle Parrocchie di intercettare ed accompagnare le famiglie che maggiormente risentiranno delle conseguenze di questo difficile momento, l’iniziativa dell’Arcivescovo si misurerà sulla sua forza educativa, sul fatto che nelle nostre Parrocchie si torni a parlare delle conseguenze della crisi e delle radici etiche dell’economia, di quelle radici che sono state recise dalla spregiudicatezza di quello che gli economisti chiamano “liberismo” e che si concretizza nell’idolatria del mercato visto come un assoluto che non tollera regole e controlli.

Ugualmente, l’efficacia dell’iniziativa del Cardinale si misurerà sulla edificazione di reti di mutuo aiuto tra famiglie di uno stesso caseggiato o di uno stesso quartiere, sulla scoperta che ogni comunità ha un “capitale sociale” che nessuna misura anticrisi potrà mai sostituire: la trama di relazioni, di vicinanza, di amicizia, che sconfigge il demone della solitudine, unica vera forza demoniaca capace di paralizzare di fronte alle situazioni di disagio e di impoverimento.

Nella sua omelia per la Messa di Natale l’Arcivescovo auspicava una “nuova primavera sociale fatta di volontariato, mutuo soccorso, cooperazione da far fiorire perché insieme – ne sono certo -, solo insieme è possibile affrontare e superare le difficoltà che sperimentiamo e che si prospettano”.

 


SCOUT/ SUOR DONATELLA E IL CARITAS BABY HOSPITAL: LE DIFFICOLTÀ "OLTRE IL MURO"

Sono meno di dieci i chilometri che separano Betlemme da Gerusalemme. Praticamente come Milano e qualsiasi paese dell’hinterland. Eppure, come abbiamo avuto modo di imparare, ci troviamo in una terra incredibilmente frammentata, dove tantissime realtà diverse convivono una a fianco all’altra. E quindi, qui, quei dieci chilometri diventano una distanza considerevole, enorme se in mezzo c’è, come tra Betlemme e Gerusalemme, un muro di cemento armato alto 8 metri.

Eretto nel 2003 da Israele, serve ufficialmente a impedire l’ingresso di terroristi palestinesi in territorio israeliano. E infatti gli attacchi compiuti da attentatori provenienti dai Territori sono diminuiti del 99%. Ma gli “effetti collaterali” (se di effetti collaterali si può parlare quando le conseguenze sono così gravi) ci sono, e pesantissimi. Il muro infatti isola sia i cittadini israeliani che quelli palestinesi; gli unici che lo possono attraversare liberamente sono gli stranieri.

Per comprendere la forza devastante di questa divisione, e per capire come si viva “dall’altra parte del muro” (quella palestinese), basta una chiacchierata con suor Donatella, che gestisce il Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’unico ospedale pediatrico attivo nei Territori. L’abbiamo incontrata un pomeriggio, subito dopo una prima rapida immersione nella città di Gerusalemme, così diversa dalla Jericho a cui eravamo ormai abituati.

Suor Donatella ci racconta le difficoltà di una struttura “di frontiera” come questa, che si regge sulle donazioni e su quello che pagano i pochi bambini le cui famiglie se lo possono permettere. Difficoltà enormi, soprattutto, nel reperire i medicinali, che per raggiungere l’ospedale devono oltrepassare il muro. Le tasse, però, sono molto alte per i farmaci che arrivano da fuori, ed è capitato anche che prodotti arrivati dall’estero via mare siano stati lasciati scadere in porto, prima che all’ospedale fosse permesso di ritirarli. E allora l’unico modo per averli rimane quello (illegale e rischioso, ma necessario) di chiedere ai pellegrini di ospitare, nella loro valigia, piccole quantità di medicinali e di far tappa al Caritas Baby Hospital.

I problemi, però, riguardano anche i medici, che sono palestinesi e nella maggior parte dei casi non specializzati. Gli specialisti non si trovano a molta distanza (basta andare a Gerusalemme), ma in mezzo c’è sempre il muro. Ci sarebbero anche dei medici israeliani disposti a venire a lavorare al Caritas Baby Hospital, ma Israele vieta loro di oltrepassare il muro, “per motivi di sicurezza”. E così si cerca di portare dall’altra parte, nel minor tempo possibile, i bambini che necessitano di interventi particolari. Con enormi difficoltà logistiche (l’ambulanza palestinese non può oltrepassare il muro, quindi deve essercene una israeliana su cui trasferire il bambino), ma soprattutto con tempi troppo lunghi.

Suor Donatella ci racconta che, recentemente, l’ospedale ha preso contatti con una dottoressa israeliana, che riesce a ottenere i permessi in tre giorni. Un tempo record, rispetto al passato, ma sempre estremamente lungo, troppo se in gioco c’è la vita di un bambino. E allora, quando non è possibile aspettare, a operare sono i medici palestinesi, guidati per telefono dagli specialisti israeliani che si trovano dall’altra parte del muro. Ma più volte è capitato che alcuni bambini non ce la facessero ad aspettare, e Suor Donatella si è trovata, impotente, a vederli morire.

Attraverso le difficoltà che il muro crea all’attività dell’ospedale, Suor Donatella ci racconta di tutti i problemi che ha causato a Betlemme. Molti palestinesi, che lavoravano a Gerusalemme, hanno perso il lavoro, per via degli estenuanti controlli al checkpoint, che possono durare ore e far arrivare in ritardo, e per le difficoltà nell’ottenere i permessi per andare dall’altra parte. Da quando il muro è stato costruito, il disagio sociale a Betlemme è cresciuto vertiginosamente, così come l’uso di droghe, prima molto limitato. Il problema, ci spiega, è che i giovani non hanno più posti dove andare, dove trovarsi: prima andavano a Gerusalemme.

Parlando della situazione in Terrasanta (quando la incontriamo, è scoppiata da qualche giorno la guerra a Gaza) Suor Donatella ci dice di essere “arrabbiata con Dio” perché la situazione è sempre più grave. Del resto, aggiunge, solo Lui ormai può mettere le cose a posto. Lei e le sue consorelle, comunque, non hanno perso la speranza, e da alcuni anni si ritrovano ogni venerdì a pregare il rosario davanti al muro. Come gli ebrei hanno il loro muro del pianto, ci racconta, così “noi abbiamo il nostro muro”. E non sono sole: contemporaneamente, in diverse chiese in Italia si prega il rosario con un pensiero particolare per la situazione in Terrasanta.

Dopo la chiacchierata, Suor Donatella ci fa visitare l’ospedale, mostrandoci le mamme (e in qualche caso i papà) che stanno accanto ai loro bambini e aiutano il personale sanitario ad accudirli. Un modo per non curare solo il bimbo malato, ma per educare anche i genitori (spesso molto giovani) a prendersene cura correttamente. Guardando i piccoli pazienti attraverso i vetri delle porte, siamo un po’ in imbarazzo, preoccupati di essere invadenti, di farli sentire “come allo zoo”. Suor Donatella, invece, ci rassicura: per loro la nostra non è invadenza, ma sintomo di interesse e di partecipazione alla loro situazione.

Dopo una foto ricordo con Suor Donatella, lasciamo l’ospedale. Sono ormai alcuni giorni che siamo in Terrasanta, e ormai ci siamo abituati ai checkpoint, ai soldati, ai confini. Tuttavia riattraversare il muro, questa volta non in pullman ma al checkpoint pedonale, ci fa comprendere tutta la sua drammaticità, dopo aver sentito, da chi ogni giorno deve fare i conti con la sua ingombrante presenza, quali (enormi) problemi provochi.

Simone, Clan dello Strafalari - Milano 68

I frutti della nostra sobrietà quaresimale saranno devoluti al Caritas Baby Hospital di Betlemme.


RIFLESSIONI E CONSIGLI DEL PAPA PER LA QUARESIMA

All'inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace".
Vorrei soffermarmi quest'anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno.

La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame". Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge, come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb, così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire"...

Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio". L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!". Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno... il vero digiuno… è compiere la volontà del Padre celeste, il quale "vede nel segreto, e ti ricompenserà". Egli stesso ne dà l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero cibo", che è fare la volontà del Padre. Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana. Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio.

Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica".

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo.

Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio… Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e... anche a vivere per i fratelli". La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per… valorizzare il significato autentico e perenne di questa antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo...

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore... Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?". Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.

Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte. Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”…

La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lettura della Parola, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale.

Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima.

Benedetto XVI

 


 

 

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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