vai al calendario: febbraio 2009
Perdono... come diciamo nel Padre Nostro
Quaresima 2009/ Catechesi Arcivescovo
Una società senza speranza e senza progetti non ha futuro
La città rinnovata dal dialogo
Il perdono secondo Gesù Cristo è una scelta che si presenta ardua e complessa, anche se umanamente e affettivamente stimolante, ed è, a mio parere, realisticamente percorribile ad alcune precise condizioni [impossibile agli uomini, ma non a Dio perché Dio può tutto].
Cerco di enuclearne qualcuna.
Una condizione preliminare ritengo sia quella di partire alla pari, come persone che si ritrovano ugualmente sconfitte e ugualmente desiderose costruire un rapporto positivo... Le eventuali colpe non sono né mie nè altui... tutto si è svolto nel quadro di un complesso di fattori diversi sfuggiti al controllo di entrambi...
Comunque l’unico che perdona è Dio... non ci sono tra le presone umane uno che perdona e uno graziato... tutti siamo dei perdonati...
Uno secondo elemento è, a mio parere, la scelta di riscoprirsi e reinventarsi veramente da capo, azzerando i giudizi precedenti...
Il perdono è qualcosa che postula un seguito.
Occorre una progettualità nuova che non riésuma i progetti interrotti, che hanno condotto alla incomprensione e alla conflittualità, ma ne immagina di totalmente nuovi... perché siamo persone nuove e costruiamo una relazione nuova... Ci mettiamo insieme per... Guardiamo verso... Vogliamo… Abbiamo queste risorse da mettere in gioco... Abbiamo questi limiti da accogliere e a cui fare fronte insieme... ecc...
Una terza condizione che mi appare essenziale è quella di vivere questa nuova esperienza in una dimensione non semplicemente religiosa, ma di fede quotidiana attuale e comune, alimentata da ampie esperienze di ascolto della Parola, di preghiera, di vita di comunità, condivise...
Senza di me non potete fare nulla... (Giovanni 15) Una casa costruita
sulla roccia... (Matteo 7) Io sono con voi tutti i giorni fino al compimento
di questo mondo... (Matteo 28) Dacci ogni giorno il nostro pane di ogni
giorno... (Luca 11) ecc...
Tutto dice la necessità di attingere ispirazione e forza dal Signore con
assiduità e frequenza... Paolo radica saldamente tutte le sue scelte morali
e quelle che propone agli altri nella contemplazione del mistero di Dio che
si manifesta visibilmente in quello che Gesù ha fatto...
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Le riflessioni in onda su Telenova e Radio Marconi per cinque martedì dal 3 marzo.
Il venerdì il Cardinale risponderà su Chiesadimilano.it e su YouTube.
Ricolmi dello Spirito: la vita nuova in Cristo
3 marzo 2009
Parrocchia San Paolo, Milano
La morale: risposta ad una chiamata
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” Lettera
agli Efesini (4,1-7)
10 marzo 2009
Istituto Nazionale dei Tumori, Milano
Non c’è fede senza prova
“Nessuno si lasci turbare in queste prove”
Prima lettera ai Tessalonicesi (2,20-3,8)
17 marzo 2009
Istituto Don Gnocchi, Milano
La morale: cammino di santità
“Possiate progredire ancora di più”
Prima lettera ai Tessalonicesi (4, 1b-12)
24 marzo 2009
Collegio universitario Ludovicianum, Milano
Comprendere qual è la volontà del Signore
“Non da stolti, ma da saggi”
Lettera agli Efesini (5, 15-20)
31 marzo 2009
Seminario Arcivescovile, Seveso
La morale: corsa verso Cristo
“Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”
Lettera agli Ebrei (12, 1b-3)
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lunedì 16 febbraio 2009 alle ore 21.00 Circolo ACLI di Turro via Pimentel 7
Padre Bartolomeo Sorge, Direttore di “Aggiornamenti Sociali”
Viviamo in un clima di stanchezza e di delusione, dal punto di vista sociale e politico. Non circolano grandi idee, progetti ariosi, slanci collettivi. C’è un intreccio di eventi che producono come conseguenza una caduta di speranza. E la disaffezione mortifica le possibilità e i progetti che, da sogno, vorrebbero diventare concretezza.
Sentiamo spesso parlare di democrazia in pericolo, ma non ci accorgiamo che la causa sta anche nella apatia che ci impedisce di pensare, discutere, approfondire. La voglia di decisionismo, le ventate antisolidali, l’ipocrita deferenza verso la Chiesa non vengono dal di fuori o per colpa di pochi, ma dal ventre profondo della società civile.
Vince il pragmatismo del quotidiano, non un’idea di un futuro migliore. Non c’è più rappresentanza di interessi e bisogni collettivi, ma rappresentanza di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell’esistenza, senza passioni e spessori di essenza.
Purtroppo il senso di insicurezza ci fa percepire gli altri come nemici o concorrenti. Ma dalla paura non nasce la democrazia, anzi il suo contrario: affidarsi al potere che, in cambio di obbedienza assoluta, ci dà una vita più rassicurante.
In un suo recente libro il sociologo A. Touraine sostiene l’idea che siamo in una società “postsociale”. Egli, con una attenta ricognizione di quanto è avvenuto in occidente nell’ultimo decennio, vede un peggioramento della situazione per una disgregazione della società, provocata dalla paura della violenza e della guerra e soprattutto dalla accentuata chiusura delle culture su se stesse: ciò fa aumentare atteggiamenti difensivi, improntati alla rivendicazione esclusiva dei propri diritti.
Spesso noi valorizziamo la “società civile, indicandola come il contenitore di tutto il positivo della società italiana e finiamo con l’evocarla come una soluzione per tutti i problemi. Bisogna ricominciare a pensarci come attori e non solo spettatori della vita politica, anche perché il sistema democratico non è mai chiuso e, quindi, deciso una volta per tutte: si aprono sempre opportunità per persone con idee nuove. Si tratta di pensare alla cittadinanza come a un incarico politico. La democrazia è un sistema politico molto esigente, poiché si fonda sulla libertà e dunque sulla responsabilità di tutti.
Occorre rimettere in collegamento la libertà individuale con la responsabilità sociale, col senso di appartenenza ad un “noi”. Questo è possibile quando si riesce a cogliere nel “noi” non un ostacolo, ma la condizione stessa della libertà di ciascuno.
Occorre recuperare una speranza civile, amare questo nostro Paese, nonostante la distanza che separa le Istituzioni dalle persone. Occorre mettersi in gioco e sporcarsi le mani. Occorre amare il confronto e il dialogo. Occorre ritornare a credere che la politica è l’arte di uscire insieme dalle crisi. Occorre dare voce ad un cattolicesimo di popolo, nella sua infinita ricchezza, e a quel mondo laico che con noi vuole condividere un cammino nel quale al riconoscimento dei diritti corrisponda una profonda assunzione di doveri.
Il nostro Paese abbonda di risorse umane, sociali, politiche, intellettuali ed economiche. Esse sono la grande “riserva” di capitale sociale che fa fatica a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere tutte le proprie energie vitali.
La Commissione interdecanale per la formazione all’impegno sociale e politico
Dopo
l’episodio del check-point abbiamo fatto retro-front e ci siamo diretti
verso il deserto di Giuda, avevamo in programma una visita a un antico
monastero ortodosso, anche se per il giorno seguente.
Già visto dai finestrini del pulmino, il deserto compariva a entrambi i lati sconfinato, all’inizio ancora addolcito dalla pianura di Jericho, poi sempre più secco e senza coltivazioni man mano che ci inoltravamo, fino ad apparire come una vastità sterminata di colline rocciose, sommerse in un’immobilità permanente.
Nel punto in cui si è fermato il pulmino la strada si allargava in uno spiazzo sassoso dove c’erano alcuni beduini e un asino legato in cima a una duna. Al nostro arrivo alcuni di loro ci sono venuti incontro per vendere delle kefiah di vario colore, facendocene indossare qualcuna per prova. Due o tre di noi sono rimasti a guardare dei singolari braccialetti esposti su un tavolo, mentre la maggior parte di noi è salita oltre la duna e si è messa sul sentiero che scendeva verso l’oasi.
Davanti a noi comparivano i resti di un acquedotto romano che un tempo serviva a trasportare l’acqua dalla sorgente fino a Jericho. Oggi, invece, l’acqua scorre in un canaletto di pietra, che costeggia tutta la vallata, e scende giù nei pressi del monastero.
Continuiamo a salire e scendere, salire e scendere, fino a vedere davanti a noi la sorgente.
Tutta la zona era totalmente invasa dalla vegetazione: la piccola oasi appariva come uno squarcio rigoglioso nell’aridità del deserto. Le piante, con un fogliame verdissimo, sviluppavano le radici nell’acqua limpida, nella quale si nascondeva anche qualche granchio all’ombra di una roccia e una grande quantità di piccole lumache che popolavano i ciottoli immersi nell’acqua.
Quel luogo, così intensamente vivo in confronto al resto del deserto, infondeva un senso di tranquillità, come se la cappa opprimente del deserto si dissolvesse nella superficie dell’acqua, liscia, senza un’increspatura.
Dall’oasi abbiamo seguito un sentiero che avanzava pari passo con il corso d’acqua. E qui, mentre l’acqua scorreva placida alla nostra destra, abbiamo scorto alcuni uccelli dalle piume blu, che si aggiravano fuggevoli tra le fronde degli arbusti.
Ovunque qua e là, tra le pietre, sbucavano piante grasse simili a fiori, con lunghi petali verdi protesi al sole. Sembravano tante dita che pregavano il cielo, forse per una pioggia liberatrice, forse per una goccia sola, da bere, per avere ancora sete.
Oltre il corso d’acqua, infatti, tutto aveva l’aria di aver sete: la terra, le rocce, i rami sparsi sulla sabbia, tutta la distesa desertica, con la sua monocromia che terminava solo all’orizzonte, dove una linea omogenea, come tracciata da un pennarello, segnava il confine tra la terra e il cielo.
Nello stesso cielo, azzurro, senza una nuvola, lo sguardo vagava senza soffermarsi su un punto preciso, e non si perdeva mai, anzi il cielo pareva di averlo davanti, di toccarlo, con una sua definita corporeità.
Tutto nel deserto era chiaro, tutto aveva uno scopo, così che i pensieri che naturalmente fluivano in testa trovavano la loro ragione, la loro tranquillità, rassomigliando a quel fiumiciattolo sulla destra, che con impercettibile movimento avanzava, nel suo letto di pietra, alla sua velocità, col suo tempo, con tutto il tempo che gli serviva, perché niente in quel luogo lo faceva affrettare.
Ogni cosa era come doveva essere. E ogni cosa che non era come doveva essere, conformandosi alla spontaneità del deserto, diventava come doveva essere.
Così anche la vita trovava posto nel deserto.
Lentamente arriviamo al monastero di San Giorgio in Koziba, costruito nella roccia del Wadi Qelt, stratificatasi di era in era dallo scavare di un fiume, oggi asciutto.
Vista da sotto, la costruzione sembrava una creatura viva, avviluppata su se stessa e incastonata nella roccia fino a diventare un tutt’uno con la montagna.
Dopo una visita guidata del muratore, che si è gentilmente offerto di mostrarci le stanze più belle del monastero, ci siamo rimessi sulla strada, questa volta per tornare a casa.
Già dall’inizio del Wadi Qelt si scorgeva Jericho, in fondo alla valle, come un triangolo di case e minareti luccicanti. Mentre gli andavamo incontro, nel sentiero di ritorno, la vista si allargava aprendosi su tutta la città, rivelandone i particolari, dalle numerose pozze d’acqua ai campi coltivati, dalle persone per strada alle capre ancora al pascolo nella periferia, finche incominciò a riecheggiare nell’aria il canto dei muezzin, come se fosse la voce del deserto che ci guidava a casa.
Francesco, Clan dello Strafalari – Milano 68
IL DESERTO NELLA CITTÀ
A chi mi ha chiesto di aiutarlo a cercare in città l’unione con Dio, l’intimità con l’Assoluto, la pace e la gioia del cuore, l’Invisibile presente, la realtà divina, l’Eterno… non dubito nel dare una risposta che ho provato sulla mia pelle… deserto... deserto… deserto… Deserto è la ricerca di Dio nel silenzio…
Se l’uomo non può più raggiungere il deserto, il deserto può raggiungere l’uomo…
Fatti un piccolo deserto nella tua casa, nel tuo giardino, nella tua soffitta… Non staccare il concetto di deserto dai luoghi frequentati dagli uomini… si, dobbiamo fare il deserto nel cuore dei luoghi abitati… Il deserto segue l’uomo là dove si trova…
Carlo Carretto
5. Il dialogo costruisce e rende forte la città
Sono convinto che solo il dialogo, inteso come lo abbiamo descritto, costruisca e renda forte la Città. La Città, come ogni convivenza sociale e civile, poggia sulla relazione. La trama di rapporti che animano la Città non può essere solo di tipo mercantile, ma deve diventare un evento in cui ogni interlocutore si mette in gioco con fiducia, si apre all’altro, lo ascolta, gli risponde senza pregiudizi o precomprensioni, senza desiderio di asservire l’altro.
La Città si fa nuova
È chiaro che dalla qualità del dialogo dipende il volto della Città, il suo essere aperta, accogliente, attenta ai suoi cittadini; ai piccoli, agli anziani, ai malati. Ed è proprio dalla capacità di dialogo (nel senso di “mettersi in relazione”) che è scaturita la storia di questa splendida Città: un dialogo e una possibilità di relazioni favoriti anche dalla posizione geografica, all’incrocio di tante ed importanti vie di comunicazione.
Ed è una storia che va custodita e continuata. Per questo è importante e decisivo che la stessa Città, attraverso le sue Istituzioni, renda possibile e favorisca il dialogo in tutte le sue forme. Non mostri un volto chiuso e inospitale.
Una Città così sarà continuamente “nuova” nel senso bello ed alto del termine: resa nuova dai mille incontri, dalle mille opportunità, dai mille ascolti, dalle mille accoglienze.
Sappiamo quanto il quaerere semper nova appartenga alla nostra tradizione ambrosiana! E questo poi contagerà in modo benefico tutti gli abitanti di Milano, li renderà ancora più partecipi del cammino e della storia della Città.
L’Expo 2015: un’occasione di dialogo e di incontro
Un esercizio opportuno, concreto, carico di futuro, può essere in questo senso l’appuntamento dell’Expo 2015, che rappresenta una vera e propria occasione di dialogo per la Città al suo interno. E non solo: per la Città con il territorio circostante, per la Città con la Regione, l’intero Paese, l’Europa, il mondo.
Da tempo Milano non aveva una simile occasione per ripensarsi, per immaginare, progettare, discutere e realizzare il proprio futuro.
Vorrei tanto che non rischiassimo di sciupare questa opportunità con discussioni su questioni solo economiche, ragionando di affari, legittimi ma pur sempre parziali. Qual è la ricchezza più vera che dovremmo attenderci – noi e gli altri – dall’Expo?
Prendo spunto, ancora una volta, da sant’Ambrogio:
«Vuoi costruire una città come si conviene? È meglio il poco col timor di Dio che grandi tesori senza di esso. Le ricchezze dell’uomo devono giovare al riscatto della sua anima, non alla sua rovina. E il tesoro serve al riscatto, se uno ne fa buon uso; e, d’altro canto, è un laccio, se uno non ne sa usare. Che cosa, infatti, rappresenta per l’uomo il proprio denaro se non ciò che serve per un viaggio? Molto denaro è di peso; una quantità moderata, di utilità!».
In questo passo Ambrogio ci parla di una città molto particolare, l’anima dell’uomo, ma la sua metafora prende spunto dalla città reale. Ora riflettere seriamente su queste parole in vista dell’Expo non è affatto fuori luogo: le le ricchezze, le grandi quantità di denaro che verranno messe in gioco, non siano di rovina alla nostra Città ma strumento per realizzare qualcosa di ben più grande del profitto.
In questo passo Ambrogio ci parla di una città molto particolare, l’anima dell’uomo, ma la sua metafora prende spunto dalla città reale. Ora riflettere seriamente su queste parole in vista dell’Expo non è affatto fuori luogo: le ricchezze, le grandi quantità di denaro che verranno messe in gioco, non siano di rovina alla nostra Città ma strumento per realizzare qualcosa di ben più grande del profitto.
L’appuntamento del 2015 è momento favorevole per ripensare, immaginare, progettare, discutere e realizzare il futuro di Milano e del territorio. È occasione per riflettere sulla Città, sul senso dell’abitare, sulla famiglia e sulle opportunità che possiamo offrirle, sull’idea di scuola, di arte, di architettura. È occasione per incontrare quanti abitano la Città, conoscerli e conoscersi, capirsi e apprezzarsi nella diversità di cultura, fede, etnia, usi e lavoro.
È occasione per riannodare legami, per creare opportunità di lavoro, di conoscenza, di apertura al mondo, di costruzione di un futuro solido. Lo stesso tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” si offre a vaste e importanti riflessioni e iniziative concrete, che peraltro so essere già in parte avviate ad opera di Istituzioni e di Organizzazioni di volontariato in alcuni Paesi del mondo, dove l’emergenza alimentare è più forte e ha conseguenze.
In questo senso l’Expo è già cominciata: e questo inizio è un segno che fa ben sperare per la crescita culturale e operativa di una solidarietà sempre più ampia. Così come è certamente da apprezzare il fatto che l’Expo non voglia identificarsi con una grande e singola costruzione simbolica ma con la creazione di una “rete mondiale di cooperazione e solidarietà” per sradicare la fame e la povertà nel pianeta.
E ancora l’Expo è occasione per mostrare un volto che è manifestazione dell’anima e del cuore della Città. E il volto che Milano offrirà in questa esperienza sarà l’espressione del volto dei suoi protagonisti, dei soggetti coinvolti. Tutte le espressioni della Città, allora, ne siano parte: la cultura e l’arte, la ricerca scientifica e tecnologica, l’imprenditoria e il mondo del lavoro, la medicina e i servizi alla salute, l’associazionismo e il volontariato, la scuola e le realtà educative, la Chiesa.
Sì, anche la Chiesa ambrosiana. E con essa tutte le Chiese e le religioni presenti a Milano.
E si sappia dialogare anche con il territorio, con le periferie, con le province che fanno corona a Milano e compongono la Regione. Tante ricchezze già presenti chiedono solo di poter essere espresse.
Dialoghiamo, per realizzare al meglio l’Expo 2015, per una Milano che sia non solo meta d’arrivo di genti e di popoli della terra, ma anche punto di partenza di idee e di risorse per una solidarietà verso i Paesi più poveri del mondo. In particolare, tutti insieme e ciascuno nel proprio piccolo mondo, dialoghiamo - con franchezza - per il vero bene della nostra Città e di chi la abita.