vai al calendario: febbraio 2009
Scout/ Jericho: incontro con un popolo e la sua terra (prima parte)
La città rinnovata dal dialogo
Catechesi per adulti... "Sulle orme di San Paolo"
Giornata diocesana della solidarietà: "Famiglia, lavoro e solidarietà"
Inizia da Tel Aviv la nostra route in Terrasanta. Durante il viaggio da
questa grande e moderna città israeliana a Jericho il paesaggio cambia, e
cominciamo a intravedere i segni di questa bella e difficile terra, in
questi giorni ferita da una guerra che sta facendo molte vittime civili,
anche bambini. L’obiettivo, consigliatoci dal Cardinal Martini, che ci
eravamo posti di non giudicare, si scontra fin da subito, con la realtà. Al
primo check point, che segna uno dei tanti confini tra Israele e Palestina,
noi passiamo senza troppi problemi, ma per chi deve uscire da Jericho, una
barriera ininterrotta di macchine, taxi, camioncini, gente che aspetta forse
da ore, e forse aspetterà ancora… Impariamo che qui si vive giorno per
giorno, non c’è tanto spazio per i progetti e per i sogni…
A Jericho ci accoglie Abuna Feras, padre francescano, prete della piccola chiesa cattolica della città. Dopo un breve momento insieme, cominciamo da subito a giocare con i ragazzi: calcio, basket… Vicino alla chiesa si trova una moschea con il suo alto minareto. Conosciamo anche i primi bimbi, Alex e Tamer, sono solo due di loro. Mangiamo insieme la nostra prima cena palestinese e balliamo con i bambini sul ritmo di musiche arabe.
Poi la bellissima accoglienza divisi in gruppetti, ciascuno in quella che poi diventerà la “propria” famiglia adottiva: “You‘re welcome!”. Parole di benvenuto e di affetto. Non di circostanza, ma calde e vive. E dopo un po’ riusciamo a inserirci nei discorsi, e al loro arabo, si intermezzano timide parole di inglese che diventano sempre di più e prendono vita e colore. Cinque minuti fa non ci eravamo mai visti, ora è come se fossimo diventati veramente parte della famiglia. Ci cominciano ad offrire vino, biscotti, té, caffè… In alcune famiglie per fare posto a noi, bambini, ragazzi, a volte anche i genitori, hanno dormito sui divani nei salotti. Questa è vera ospitalità e accoglienza. Nel bel mezzo della notte molti di noi sono svegliati, per la prima volta, dal canto del muezzin che sembra non finire mai.
La mattina ci accorgiamo di quanto, qui, siano abbondanti e belle le colazioni. Con questi profumi e sapori nel cuore cominciamo le giornate, rendendoci conto che queste famiglie ci stanno offrendo tutto ciò che hanno dal primo giorno! E ci accorgiamo che, se in Italia a volte ci si vergogna a chiedere ancora, qui ci vergogniamo a dire basta, siamo pieni, perché tutto quello che ci offrono per loro è prezioso ed è dono!
Partiamo con il pullmino per Qumran. Ma ad un check point quello che non ci saremmo mai aspettati: ci impediscono di andare avanti. Nessuna spiegazione. Poi capiamo che probabilmente i soldati non hanno voluto farci proseguire perché il nostro autista veniva da un campo profughi. Non volevano che lavorasse. Per noi niente di male. Ma diventa difficile non giudicare. Partiamo allora per una camminata nel deserto.
I colori della terra: rosso, bianco, giallo, ocra. Silenzio. L’acqua che scorre, di una vivace lentezza, come il nostro passo, il fiume: vita nel deserto. Una piccola oasi e una casa di pastori, i beduini e i loro poveri accampamenti. Sembra di essere tornati al tempo di Gesù. Riusciamo a goderci il silenzio e a riflettere. Si condividono ogni tanto piccole e semplici parole. Arriviamo al monastero di San Giorgio in Koziba, incastonato nella roccia del deserto. Ci accolgono dei beduini. Visitiamo il monastero e poi un operaio che lavora lì ci offre il caffè… impariamo a rispondere “scukran!”, grazie! Impariamo la gratuità. Ripartiamo camminando tra le montagne e ad un certo punto la valle si apre e davanti a noi appare Jericho, colpita dal raggi di sole. Ci saziamo di questi colori e di questa città.
Sulla via del ritorno si affacciano scene della Bibbia e dei Vangeli:
pastori bambini con il loro gregge di capre, una mamma e un bimbo su un
asinello, altri beduini e una piccola e semplice chiesa copta.
In parrocchia la messa e la condivisione di pensieri e preghiere. Poi ogni
momento è buono per divertirci con i ragazzi li in oratorio. La sera
raggiungiamo ciascuno la propria famiglia e si parla, si sta insieme… quello
che abbiamo fatto durante il giorno, musica, film, scout, scuola…
Ogni momento diventiamo sempre più figli e fratelli!
Benedetta, Clan dello Strafalari – Milano 68
venerdì 6 febbraio 2009
INTO THE WILD
USA 2007 - regia di Sean Penn
con: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian
Dierker
Il film racconta la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all'interno della natura selvaggia, all'inseguimento di un qualcosa che faciliti la conoscenza di sé.
Tutte le persone che Chris incontrerà lungo il suo peregrinare oltre a colmare un vuoto familiare, fonte di profonde sofferenze, amplificano l'idea di un percorso a stadi funzionale a liberarsi da qualsiasi dipendenza da ogni tipo di comfort e privilegio. L'acquisizione della saggezza avviene quasi per osmosi attaverso la spontaneità e la profondità degli incontri fatti.
Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, Penn
miscela tematiche così diverse e complesse con maestria. Il fascino della
selvatichezza dell'ambiente, le difficoltà dei legami di sangue,
l'individualismo contro il bisogno di amore e le contraddizioni
dell'idealismo nelle sue spinte critiche ma anche arroganti. La sua regia
gioca di forti contrasti nell'alternare gli ampi spazi dei diversi paesaggi
mostrati al costante senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una pura
estensione dell'enormità della natura.![]()
4. Dalla contrapposizione all'incontro (continuazione)
Una Chiesa che si offre al dialogo
Il dialogo è esercizio che riguarda e impegna anche la nostra Chiesa ambrosiana, chiamata a donare la verità che salva: una verità che coincide con l’amore stesso di Dio e con la sua vita, una verità da comunicare con fedeltà limpida e forte, coraggiosa e gioiosa, ma che insieme – proprio per essere attenta alle diverse condizioni concrete delle persone – deve saper proporre con bontà e mitezza. In una parola, una verità annunciata e testimoniata in dialogo.
Giovanni XXIII, eletto papa cinquant’anni fa, così diceva da Patriarca di Venezia a proposito dello stile che la Chiesa deve assumere per stare in dialogo con il mondo:
«Sempre la verità, ma dirla e scriverla con rispetto e cortesia. Dirla agli altri, come vorremmo sentircela dire ed in modo da non attentare mai ai sacri diritti della legge divina e umana, dell’innocenza, della giustizia, della pace…».
Di Paolo VI vogliamo ricordare la sua prima enciclica Ecclesiam Suam, tutta incentrata sul tema del dialogo. In particolare, circa l’annuncio della verità, leggiamo:
«Come deve premunirsi [la Chiesa] dal pericolo d'un relativismo che intacchi la sua fedeltà dogmatica e morale? Ma come insieme farsi idonea a tutti avvicinare per tutti salvare, secondo l'esempio dell'Apostolo: Mi son fatto tutto a tutti, perché tutti io salvi?
Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. (…)
Il clima del dialogo è l'amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l'esempio e il precetto che Cristo ci lasciò».
Come si vede, il dialogo per la Chiesa non è un semplice scambio di opinioni umane, perché nasce e muove dalla verità evangelica che il Signore Gesù le ha affidato affinché sia annunciata con amore a tutti. Una Chiesa, che si radica sull’immutabile fondamento che è Gesù Cristo, non teme di aprirsi al dialogo; anzi, proprio per questo suo radicamento, il dialogo con tutti gli uomini e le donne è per essa grazia e responsabilità, dono e missione, fortuna immensa e dovere gravissimo e irrinunciabile. Così posso leggere nella passione struggente dell’apostolo Paolo l’eco di quella che riempie il cuore della Chiesa: «Guai a me se non annuncio il Vangelo».
Con questi stessi sentimenti, per il mio ministero di Vescovo e a nome della Chiesa ambrosiana, stasera rinnovo alla Città, a tutti - Istituzioni e cittadini – l’impegno a rendere concreto il volto della Chiesa, così come l’ha delineato Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam Suam:«La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» .
Dialoghiamo, serviamo insieme questa Città, per il bene di tutti e di ciascuno. Certo, ognuno per la sua parte, con le sue competenze, nei suoi ambiti. Ma tutti insieme con lo stesso grande desiderio: dialogare per servire sempre meglio questa Città e chi – in ogni modo - la abita.
Domenica 18/01/2009 si è svolto il primo incontro di catechesi per adulti che ha avuto come tema il primo capitolo della lettera di san Paolo agli Efesini. L’articolazione dell’incontro ha dato ad ogni partecipante la possibilità di una meditatio personale intensa e profonda.
Dopo la lettura del brano ed il commento di don Piero, che ci introdotti ad un momento di silenzio e riflessione, ci siamo divisi in due gruppi dove abbiamo raccolto le considerazioni personali stimolate dal testo e da alcune domande guida, infine ci siamo ritrovati tutti insieme per mettere in comune quanto emerso dai gruppi.
Ecco alcune delle conclusioni:
Il prossimo incontro si terrà domenica 15 febbraio alle 15.30, vi aspettiamo.
Azione Cattolica S.G.C.
"...per dare un anima alle nostre città, ai loro quartieri, perchè si diffonda uno stile di vita che sia davvero una traccia dell' amore di Dio nel mondo".(Cardinale D.Tettamanzi).
Domenica durante la festa della famiglia abbiamo ascoltato la testimonianza diretta di "Vittoria", una operatrice della fondazione Fratelli San Francesco, impegnata nel triangolo Tarabella – Cesana - Palmanova che ci ha presentato la figura e l’opera dei custodi sociali sul nostro territorio.
I custodi sociali,come Vittoria, sono operatori presenti nel quartiere con lo scopo di raccogliere e segnalare i bisogni e offrire così servizi personalizzati nelle situazioni di disagio.(es. piccoli aiuti domestici, disbrigo di pratiche mediche, acquisto di medicinali ecc...). Molto spesso sono un anello di congiunzione tra le istituzioni presenti (comune,caritas,casa della carità ecc...) ed il territorio.
Nella nostra zona seguono un alto numero di anziani, su alcune vie ben definite, assegnate loro dal comune di Milano, facilitando così l' accesso e l' utilizzo corretto dei servizi pubblici e privati sul territorio, con un' azione di informazione, di accompagnamento e orientamento dove esiste un bisogno. La sede per la nostra zona è Centro Multiservizi Anziani,in via S. Elembardo 4.
Sono pochi e non bastano a coprire le tante realtà di solitudine e di povertà.
Anche noi... dopo la Messa torniamo a casa non per chiuderci nelle nostre case, ma per celebrare il quotidiano, continuando a vivere ed a leggere la storia nella consapevolezza di questa con-vocazione. Nessuna realtà è indifferente e nessuna persona è estranea. Torniamo a casa come i discepoli magari desiderosi di starcene un po' in pace, ma pronti a obbedire alle parole di Gesù che ci chiama a condividere... una strada che abitata dal suo Spirito è la strada della salvezza.
In queste poche righe c' è tutto quello che dovremmo fare per noi e per gli altri, non una vita straordinaria, ma una vita di attenzione agli altri, piccoli e semplici gesti, per cui suonare il campanello del nostro vicino o fare la spesa a un ammalato o una telefonata, dovrebbero essere la normalità. Spesso, per timore di essere fraintesi, non lo facciamo.
Importante è quindi suscitare e sostenere, nella nostra Parrocchia e nei nostri caseggiati, una rete di persone a cui poter fare riferimento, non solo quando c’è un disagio materiale, ma ben più ampiamente per costruire relazioni di reciproca conoscenza, di sostegno spirituale e di umanità, nella nostra comunità cristiana e verso tutti.
Dacci tu, Signore, il coraggio e la forza di farlo.
Famiglia e lavoro oggi: luci ed ombre
«Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno “diventa uomo”, fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo (…).
Nell’insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano (…). Infatti, la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo». (Laborem Exercens nn. 9-10)
Non vanno dimenticati i problemi che intaccano il corretto rapporto tra famiglia e lavoro. Pertanto si deve riconoscere, secondo la dottrina sociale della Chiesa, che il giusto ruolo delle istituzioni è quello di servire la famiglia, non viceversa. In questa prospettiva emerge la necessità che siano più concretamente incoraggiate le forme di lavoro compatibile con le esigenze familiari, l’impresa familiare, l’associazionismo e la solidarietà tra famiglie, l’apporto e la rappresentanza sindacale.
L’enciclica Centesimus annus, dieci anni dopo la Laborem exercens, considerava «urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l’assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell’educazione dei figli sia nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti tra le generazioni» (n. 49).
Il Papa invoca un impegno bipartisan a favore di chi si trova in difficoltà. Anche dopo la crisi, la famiglia, gli immigrati e il lavoro rimangono altrettante priorità
Dalla politica giunga un impegno bipartisan contro le pesanti ricadute della crisi mondiale sulle fasce più deboli. Lo ha chiesto il Papa ricevendo ieri gli amministratori di Roma e del Lazio per i tradizionali auguri di inizio d’anno. Una udienza con un forte invito all’unità e alla collaborazione.
Le istituzioni, ha incitato Benedetto XVI, si devono rimboccare le maniche superando tutte le «divisioni» per affrontare le «ricadute» della crisi, e questo non solo per affrontare l'«emergenza», ma per un progetto di futuro. Devono fare «sinergia» di fronte alle necessità di famiglie, anziani, immigrati e problemi della convivenza. Prendano poi sul serio l’«emergenza educativa» i cui sintomi sono anche i tanti giovani morti negli incidenti stradali e il vuoto di valori che li spinge verso droga e alcol.
Rilevato il «clima di stima e sincera amicizia» con le amministrazioni locali, il Papa ha rinnovato l'offerta di collaborazione della Chiesa per costruire un tessuto sociale più vivibile, attraverso l’altro l’assistenza ai poveri, gli oratori e i centri parrocchiali. Apprezzando il sostegno della Regione Lazio alla sanità cattolica, nonostante la situazione difficile dell’ultimo anno, Papa Ratzinger ha tenuto a sottolineare che le strutture sanitarie cattoliche svolgono un ruolo sociale con «competenza, professionalità, oculatezza nella gestione finanziaria e premura verso i malati e le loro famiglie».
In tema di superamento delle divisioni e sinergie, il Papa ha invitato soprattutto alla «più ampia collaborazione possibile» contro l’«emergenza educativa» le cui ricadute sono evidenti anche negli «episodi di violenza giovanile» e negli incidenti stradali «dove muoiono tanti giovani». Senza più valori di riferimento, ha ammonito, i nostri ragazzi sono in balia di desideri effimeri, nichilismo e cattivi maestri.
L'attenzione ai settori più deboli della società, ha sottolineato ancora il Papa, richiede a tutti «stili di vita più sobri, ispirati a solidarietà e responsabilità». «Il compito affidatovi dai cittadini non è facile», ha riconosciuto il Papa, spesso bisogna prendere «decisioni non semplici e talora impopolari»; ma bisogna «contribuire a costruire un mondo migliore per le nuove generazioni».
A margine dell’udienza il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha annunciato lo stanziamento di un milione di euro per assistenza sociale, deciso dalla Provincia su ispirazione del Fondo “famiglia-lavoro” istituito a Milano dal cardinale Tettamanzi.