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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 3   24 gennaio 2009


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- INDICE -

Festa della famiglia - 25 gennaio 2009

Comunicato

La città rinnovata dal dialogo

Scout/ Un augurio di buona strada dal Cardinale Carlo Maria Martini

La famiglia formatrice ai valori umani e cristiani

Terza ricerca sui conflitti dimenticati

Giornata per la vita


FESTA DELLA FAMIGLIA - 25 GENNAIO 2009

“….per dare un’anima alle nostre città, ai loro quartieri, perché si diffonda uno stile di vita che sia davvero una traccia dell’amore di Dio nel mondo.” [Cardinale D. Tettamanzi]

… ebbe compassione…

10. 30 Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. (Vangelo di Luca)

Signore, quanti uomini e donne, giovani e anziani, singoli e famiglie, si trovano ai margini della strada che percorro ogni giorno e soffrono disagi morali e fisici più o meno pesanti…

Mettimi nel cuore un poco della tua compassione, perché non giochi al ribasso, e non passi oltre, pensando che gli altri sono portatori di fastidi che non mi riguardano… Fatti loro… troppo complessi… e io che cosa posso farci?

E’ vero: Tu solo, Signore, sei onnipotente e io sono piccolo… ma quando ti sei fatto piccolo bambino e mio fratello, hai accolto in te anche la minuscola goccia della mia solidarietà… e l’hai resa grande in te…

Permetti oggi che, non solo come singolo, ma insieme con la mia famiglia e nella mia comunità, io mi faccia vicino, come so e come posso, e abbia il coraggio di fermarmi e prendere cura… anche pagando di persona. Amen


COMUNICATO

Il Consiglio Pastorale esprime la propria vicinanza e solidarietà al nostro Parroco in merito ai gesti offensivi ed anonimi di cui è stato oggetto nell’ultimo periodo.

Vogliamo ribadire che, pur tra tante difficoltà e con i nostri limiti umani, siamo in piena sintonia con la Chiesa Ambrosiana e con il pastore a cui questa nostra parrocchia è stata affidata.

Invochiamo il Padre comune perché illumini la mente ed il cuore di tutti noi e accompagni la nostra comunità nel suo cammino.

Consiglio Pastorale Parrocchiale S.G.Crisostomo

 

 


LA CITTÀ RINNOVATA DAL DIALOGO

4. Dalla contrapposizione all'incontro (continuazione)

I “luoghi” per il dialogo e l’incontro

Perfino con se stessi occorre tornare al dialogo. Non è scontato che ciò avvenga. È uno sforzo che richiede profondità e silenzio, tempo e libertà. Ed esige che si vada realmente alla ricerca di sé.

Se manca questa dimensione interiore, che ultimamente conduce all’incontro con Dio, è impossibile un vero dialogo.

Scrive sant’Ambrogio:
«Veramente dovremmo mantenere un reverente silenzio, perché il Signore si riposò da ogni opera del mondo. Si riposò poi nell’intimo dell’uomo. Si riposò nella sua mente e nel suo pensiero; infatti aveva creato l’uomo dotato di ragione, capace d’imitarlo, emulo delle sue virtù, bramoso delle grazie celesti. In queste sue doti riposa Iddio che ha detto: O su chi riposerò, se non su chi è umile, tranquillo e teme le mie parole?».

La dimensione spirituale, intima, dell’uomo è – secondo sant’Ambrogio - il luogo dove riposa Dio stesso, dove è possibile incontrarlo, entrare in relazione con lui, rispondere alla sua parola e sperimentare il suo amore. E l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, ponendosi in relazione con Dio può conoscere e ritrovare pienamente se stesso. Davvero straordinario e stupendo è l’uomo nella sua identità più radicale: l’uomo è il riposo di Dio, è colui che lascia che Dio lo cerchi, lo trovi e in pienezza di gioia vi si riposi!

Il dialogo autentico avviene proprio a partire da persone che conoscono se stesse. Non è una possibilità offerta solo alla donna e all’uomo di fede: anche chi non crede ha bisogno di riscoprire e prendere contatto con quei valori antropologici che hanno fondato e devono continuare a fondare la nostra civiltà: il desiderio del bene, del giusto, del bello, del vero…

Per custodire, realizzare e promuovere questa interiorità autentica sono necessari tempo e spazi adeguati. I ritmi di vita sempre più accelerati che ci sono imposti, ostacolano la cura dell’interiorità e della dimensione spirituale, minando in radice la qualità del dialogo. Possiamo aiutarci, per quanto di nostra competenza, governando i tempi del lavoro, del commercio, della cultura, dei servizi, anche del divertimento, per rendere più umana, più a misura d’uomo, la vita quotidiana?

In tante zone della Città, inoltre, mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città. Ne hanno un bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam. Abbiamo bisogno anche di iniziative culturali che favoriscano la riflessione, non di provocazioni che suscitano esclusivamente dibattiti sterili e scalpore ma che non accrescono l’interiorità.

Una Città amica sa offrire questi tempi, questi spazi, queste opportunità, perché da qui prendono forma il dialogo e la relazione, rendendo così possibile una convivenza umana e umanizzante.

 


SCOUT/ UN AUGURIO DI BUONA STRADA DAL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

Prima di partire per la Terrasanta abbiamo avuto la fortuna di essere ricevuti dal Cardinale Carlo Maria Martini. Avremmo voluto andarlo a trovare a Gerusalemme, ma il peggiorare delle sue condizioni di salute lo aveva già riportato in Italia, a Gallarate. E pur se affaticato, ha voluto incontrare questo gruppetto di pellegrini milanesi in partenza per la Terra di Gesù.

Siamo arrivati con un po’ di emozione, ma la cordialità di un uomo semplice e diretto ci ha permesso di sederci accanto a lui come per una chiacchierata fra fratelli.

Don Piero e don Nicola ci hanno accompagnati, introducendo il nostro gruppo, la Parrocchia, le gioie e le fatiche della vita quotidiana in via Padova.

Inizialmente il nostro interesse era legato al conflitto che caratterizza la storia di queste terre, e poi si è allargato l’orizzonte, perché la Terrasanta è un luogo che non lascia indifferenti da diversi punti di vista: culturale, sociale, personale e spirituale.

I ragazzi hanno ben compreso l’opportunità di quest’esperienza e hanno chiesto al Cardinale di aiutarli a meditare, a porsi domande per vedere oltre le cose semplici, per ragionare in una dimensione spirituale di rapporto con Dio nella città di Gerusalemme, per avere una relazione più profonda con il Signore in un viaggio di questo tipo.

Vi ringrazio molto per la vostra scelta di andare a Gerusalemme perché non è una scelta facile. Qualche rischio c’è, dappertutto, però qualche rischio c’è sempre. E poi se uno vuol vedere dei bei monumenti, delle cose grandiose, va in Grecia, va in Anatolia, va in Egitto. A Gerusalemme ci sono cose da poco, sì, c’è qualcosa del mondo arabo, la moschea di Omar, ma le cose cristiane sono un po’ deludenti, c’è molta delusione da aspettarsi.

Quindi io direi che l’atteggiamento con cui si va a Gerusalemme è l’atteggiamento di Fede, cioè di vedere dietro e dentro le cose, i luoghi e le persone, la figura vivente di Cristo. Se no, uno diventa un conoscitore della topografia o della sociologia, ma non acquista molto. Un atteggiamento di fede che si dimentica facilmente, perché poi ci si interessa a tante piccole cose.

Io sono stato sei anni a Gerusalemme dopo il mio impegno a Milano e ho goduto molto in questa città, mi piace molto stare. Ci sarei rimasto volentieri se la salute me lo avesse permesso, perché è una città piena di motivazioni, di grandi simboli. Non lascia indifferenti. Però vorrei ricordare alcune poche cose. Primo, la Fede, come punto fondamentale. Secondo, se possibile, non giudicare. Perché uno va e poi sente uno, sente l’altro e allora dà ragione all’ultimo e si mette in una certa categoria. E allora è meglio non giudicare, pregare per tutte le violenze, le dialettiche che ci sono, ma non scegliere una parte o l’altra, perché si sbaglia. E di solito Gerusalemme è un mondo così complesso, perché ha tremila anni di storia, trentasette volte conquistata, distrutta… che quando uno comincia a dire “Non ci capisco niente” allora vuol dire che ha capito qualcosa.

[…] La terza cosa che vi raccomando, non l’ho vista qui nelle domande, è di non trascurare il mondo ebraico: l’ebraismo, il Sabato, la sinagoga. Quindi cogliere l’insieme della vita di questa regione.

[…] Valutare senza giudicare. Raccogliere fatti oggettivi. Ricordo che ogni volta che venivo in Italia avevo questa impressione: che mentre là c’è vita e morte, quindi c’è serietà, c’è senso del rischio, l’Italia appare al confronto come un paese giocherellone e un po’ trasognato. Anche se non è vero, la gente soffre molto, però le televisioni danno questa immagine. Quindi c’è differenza grande. Però, proprio per questo bisogna immergersi nei singoli contesti, per quanto è possibile: ebraico, cristiano, musulmano e anche generale, cioè dialettico, di guerra.

[…] Il processo (di intercessione, ndr) deve andare avanti, ma è un processo interiore. Perché non è che le cose lo comportino, ma anzi comportano piuttosto l’arrabbiatura di questi contro quelli. Invece, interiormente è un processo molto lungo, che consiste non soltanto nell’intercedere e chiedere grazia per questo o quello, ma sentirci tutti parte di un unico corpo da salvare per l’eternità. E qui sentire la responsabilità gli uni per gli altri. A cominciare dalla preghiera. Questo deve rimanere per tutta la vita e dev’essere la preparazione all’eternità nella quale tutto il mondo sarà salvato, unito e trasparente in Dio. Ecco, questa è la visuale che bisogna avere.

Ci siamo salutati con un’ultima richiesta, una riflessione e un commento su che cosa portare e che cosa a nostra volta portare a casa.

Voi portate il desiderio di approfondire la fede, la fede e anche la conoscenza dell’Uomo. E portate con voi quello che avete approfondito. Quindi una maggiore conoscenza della fede e dei misteri di Dio, della comprensibilità dei misteri di Dio, di affidarsi e di ciò che c’è dentro nell’Uomo.

Quindi è un grande patrimonio che non si può circoscrivere, che poi ciascuno declina a suo modo.

Un po’ vi invidio perché verrei volentieri con voi, ma non è possibile per ora.

Inshallah. Pregherò per voi perché possiate essere attenti, come dice Gesù più volte nei vangeli. “Non avete capito, non siete attenti. Avete occhi e non vedete, orecchi e non udite”. Quanta gente non ha nessuna comprensione oppure ce l’hanno già fatta, proiettata sugli eventi e non tratta dagli eventi.

Grazie, Cardinale. Abbiamo pregato per Lei sul monte del Calvario come ci aveva chiesto. E l’abbiamo portata nel cuore sulle strade che abbiamo percorso, negli incontri con la gente, nei luoghi che ci hanno ricordato l’Amore di Dio per ciascuno di noi.

iIl Clan dello Strafalari – Milano 68


LA FAMIGLIA FORMATRICE AI VALORI UMANI E CRISTIANI

dal messaggio del papa

2. Il tema di questo VI° Incontro mondiale delle famiglie ricorda che l'ambito domestico è una scuola di umanità e di vita cristiana per tutti i suoi membri, con conseguenze benefiche per le persone, la Chiesa e la società. Di fatto, la famiglia è chiamata a vivere e a coltivare l'amore reciproco e la verità, il rispetto e la giustizia, la lealtà e la collaborazione, il servizio e la disponibilità verso gli altri, specialmente verso i più deboli. Il focolare cristiano, che deve rendere "manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa", deve essere permeato dalla presenza di Dio, mettendo nelle sue mani l'attività quotidiana e chiedendo il suo aiuto per compiere adeguatamene la sua imprescindibile missione.

3. A tal fine è di somma importanza la preghiera in famiglia nei momenti più appropriati e significativi, poiché, come il Signore stesso ha assicurato: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". E il Maestro è certamente nella famiglia che ascolta e medita la Parola di Dio, che impara da Lui la cosa più importante della vita e mette in pratica i suoi insegnamenti. In tal modo, si trasforma e si migliora gradualmente la vita personale e familiare, si arricchisce il dialogo, si trasmette la fede ai figli, si accresce il piacere di stare insieme e il focolare domestico si unisce e si consolida maggiormente, come una casa costruita sulla roccia. Non smettano i pastori di aiutare le famiglie, affinché beneficino in modo fecondo della Parola di Dio nella Sacra Scrittura.

4. Con la forza che nasce dalla preghiera, la famiglia si trasforma in una comunità di discepoli e di missionari di Cristo. In essa si accoglie, si trasmette e s'irradia il Vangelo. Come ha detto il mio venerato predecessore Papa Paolo VI: "I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto". La famiglia cristiana, vivendo la fiducia e l'obbedienza filiale a Dio, la fedeltà e l'accoglienza generosa dei figli, la cura dei più deboli e la sollecitudine nel perdonare, diviene un Vangelo vivo, che tutti possono leggere (cfr. 2 Cor 3, 2), un segno di credibilità forse più persuasivo e capace di interpellare il mondo di oggi…

 


TERZA RICERCA SUI CONFLITTI DIMENTICATI

Curata da Caritas Italiana insieme a “Famiglia Cristiana” e “Il Regno”, fa il punto anche sul grado di percezione delle guerre.   -   di Rita Salerno

Per gli italiani è fortissimo il legame tra dinamiche ambientali e attività belliche. È quanto emerge dai risultati della terza indagine intitolata “Nell’occhio del ciclone”, pubblicata dal Mulino e curata, come le precedenti edizioni, da Caritas Italiana in collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il Regno.

Rispetto ai due studi precedenti (gennaio 2003 e novembre 2005), che si concentravano sui conflitti armati dimenticati e sulle loro connessioni con il terrorismo internazionale, il nuovo lavoro di ricerca prende in esame le connessioni tra conflittualità armata organizzata e le dinamiche ambientali. Come accade negli scontri regionali, nel caso del Sudan e delle Filippine, e nelle guerre a carattere nazionale.

Di più. Lo studio analizza gli esiti di una indagine quali-quantitativa sui media italiani, europei e internazionali, rispetto allo spazio occupato da questi argomenti sui mezzi di comunicazione di massa. Dal sondaggio curato dalla Swg emerge nettamente che la quota di soggetti che non ricorda alcun conflitto armato degli ultimi cinque anni è aumentata, rispetto alla rilevazione del 2004, di quasi tre punti percentuali (dal 17% al 20%).

Tutto questo nonostante l’utilizzo sempre più massiccio di internet a fini informativi sui conflitti da parte dei più giovani. Sono proprio loro, i maggiori fruitori della rete, a non saper indicare alcuna guerra, in corso o passata, in una percentuale che sfiora addirittura il 30%. Anche l’intensità del ricordo di guerre molto discusse e vicine nel tempo è piuttosto bassa, tanto che, fatta eccezione per i Paesi in cui sono impegnati i militari italiani, le altre nazioni in guerra non superano il 10% delle citazioni.

Il ricordo appare fortemente influenzato dalla vicinanza geografica: Kosovo e territori della ex Jugoslavia sono impressi nella memoria di molti, mentre si registra scarsa traccia dei conflitti che da decenni affliggono diverse regioni dell’Africa o del sud-est asiatico. Non fa eccezione il dramma del Myanmar, le cui vicende - dalla protesta dei monaci buddisti soffocata nel sangue dal regime militare, alla devastante furia del ciclone Nargis - sono già state dimenticate da più della metà degli intervistati, mentre altri hanno confuso le sue sorti con quelle del Tibet.

Nonostante il basso livello d’informazione, l’opinione pubblica italiana ha però sempre chiaramente mostrato di essere contraria ai conflitti armati. Gli italiani rifiutano la guerra in quanto dettata principalmente da ragioni economiche (65%) e politiche (44%) e segnata da cause che hanno poco a che fare con la tutela della sicurezza internazionale (7%). Per la maggioranza degli intervistati si tratta di un fenomeno ingiustificabile, un retaggio del passato da superare attraverso il progresso culturale (76%).

Stando alla ricerca, negli ultimi dieci anni sono diminuiti i conflitti nel mondo (erano 24 all'inizio del 2008), ma in compenso sono aumentati quelli interni ai singoli Stati. Con conseguenze inevitabili per i civili: 573 mila vittime dal 1994 al 2004, soprattutto a causa di forze governative, con un aumento del 500% delle vittime imputabili a terrorismo tra il 1998 (erano 2.346) e il 2006 (12.065).

 


GIORNATA PER LA VITA

“La forza della vita nella sofferenza”

La vita è fatta per la serenità e la gioia. Purtroppo può accadere, e di fatto accade, che sia segnata dalla sofferenza. Ciò può avvenire per tante cause. Si può soffrire per una malattia che colpisce il corpo o l’anima; per il distacco dalle persone che si amano; per la difficoltà a vivere in pace e con gioia in relazione con gli altri e con se stessi.

La sofferenza appartiene al mistero dell’uomo e resta in parte imperscrutabile: solo «per Cristo e in Cristo si illumina l’enigma del dolore e della morte» .

Se la sofferenza può essere alleviata, va senz’altro alleviata. In particolare, a chi è malato allo stadio terminale o è affetto da patologie particolarmente dolorose, vanno applicate con umanità e sapienza tutte le cure oggi possibili. Chi soffre, poi, non va mai lasciato solo. L’amicizia, la compagnia, l’affetto sincero e solidale possono fare molto per rendere più sopportabile una condizione di sofferenza. Il nostro appello si rivolge in particolare ai parenti e agli amici dei sofferenti, a quanti si dedicano al volontariato, a chi in passato è stato egli stesso sofferente e sa che cosa significhi avere accanto qualcuno che fa compagnia, incoraggia e dà fiducia.

A soffrire, oggi, sono spesso molti anziani, dei quali i parenti più prossimi, per motivi di lavoro e di distanza o perché non possono assumere l’onere di un’assistenza continua, non sono in grado di prendersi adeguatamente cura. Accanto a loro, con competenza e dedizione, vi sono spesso persone giunte dall’estero. In molti casi il loro impegno è encomiabile e va oltre il semplice dovere professionale: a loro e a tutti quanti si spendono in questo servizio, vanno la nostra stima e il nostro apprezzamento.

Talune donne, spesso provate da un’esistenza infelice, vedono in una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza. Quando la risposta è l’aborto, viene generata ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la creatura che custodiscono in seno, ma provoca anche in loro un trauma, destinato a lasciare una ferita perenne. In realtà, al dolore non si risponde con altro dolore: anche in questo caso esistono soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa dall’associazionismo cattolico.

C’è, poi, chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia. Vogliamo ribadire con serenità, ma anche con chiarezza, che si tratta di risposte false: la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, e non può mai essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure, come pure ovviamente l’accanimento terapeutico, quando vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione. La strada da percorrere è quella della ricerca, che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per combattere e vincere le patologie – anche le più difficili – e a non abbandonare mai la speranza.

La via della sofferenza si fa meno impervia se diventiamo consapevoli che è Cristo, il solo giusto, a portare la sofferenza con noi. È un cammino impegnativo, che si fa praticabile se è sorretto e illuminato dalla fede: ciascuno di noi, quando è nella prova, può dire con San Paolo «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne». Quando il peso della vita ci appare intollerabile, viene in nostro soccorso la virtù della fortezza. È la virtù di chi non si abbandona allo sconforto: confida negli amici; dà alla propria vita un obiettivo e lo persegue con tenacia. È sorretta e consolidata da Gesù Cristo, sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte. Il suo trionfo il terzo giorno, nella risurrezione, ci dimostra che nessuna sofferenza, per quanto grave, può prevalere sulla forza dell’amore e della vita.

 

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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