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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 38   20 dicembre 2008


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- INDICE -

Natale di Gesù 2008 - Anno nuovo 2009

La città rinnovata dal dialogo

Sinodo dei Vescovi/ Messaggio al popolo di Dio 6

Domeniche dei piccoli


NATALE DI GESÙ 2008 - NUOVO ANNO 2009

Il popolo che camminava nelle tenebre, ha visto una grande luce…
Su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulsa.
Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te… (Isaia 9)

Cordiali auguri a tutti.

il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori,
e così siate in grado di comprendere
e di conoscere l'amore di Cristo
che supera ogni conoscenza,
perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

 


LA CITTÀ RINNOVATA DAL DIALOGO

2. Alla ricerca di un dialogo possibilie (continuazione)

La Città chiamata all’incontro delle genti e delle culture

Intraprendiamo insieme, con determinazione, il cammino del dialogo. Lo ritengo urgente: la nostra Città ne ha un bisogno profondo, forse mai come oggi. Solo in un clima di dialogo autentico e vero, non con gli slogan e con i proclami estemporanei, potremo rinnovare la Città e iniziare così la costruzione della Milano del futuro.

Nel dialogo e nell’incontro la Città mostrerà il suo volto più vero, più amabile e, in definitiva, il suo volto autentico. È una Città, la nostra, da sempre chiamata all’incontro delle genti e all’incontro delle Città: in questo si giocherà la sua identità e metterà in evidenza la sua anima. È una Città che non può mancare un appuntamento così importante e che può dare molto nell’incontro con le culture e le genti.

Milano è un crocevia naturale, sede di incontro, di scambio tra persone e culture e tradizioni diverse: e questa naturalità nei secoli si è saldata con l’identità cittadina. Ma una città che assume come proprio tratto sintetico, distintivo, il volto del dialogo, non corre il rischio di divenire un luogo senza identità precisa?

No, sono fermamente convinto che il dialogo rafforza l’identità, la arricchisce, la rinnova, la proietta verso il futuro. La paura di indebolire o di perdere, nel dialogo, la nostra identità non è forse segno di una identità già indebolita, se non addirittura estenuata, all’insegna del “Tutto è eguale. Tutto è relativo”? Siamo stati disposti ad un percorso debole nella storia occidentale, perché abbiamo ritenuto che questo ci permettesse di vivere meglio, più comodamente, senza problemi di confronto, consentendoci individualismo e separazione, lasciando ad ognuno di vivere il proprio fondamentale egoismo.

Adesso però la sfida, anzitutto culturale, portata alle nostre Città dai popoli e dalle genti che domandano cittadinanza ci provoca a questo inevitabile confronto. È venuto il tempo, ed è questo, di rinnovare e accrescere la disponibilità all’incontro e al dialogo, per scoprire e ricordarci “chi” veramente siamo.

Ci vuole coraggio. Abbiamo bisogno di donne e uomini desiderosi, animati, anzi appassionati del dialogo autentico.

Le voci già in dialogo

Ma l’opera che abbiamo definito urgente, quella cioè della costruzione di una Città che sa dialogare, non inizia da zero. Tante positive esperienze di dialogo sono già in atto. Esperienze a volte piccole, che non hanno l’onore della cronaca ma che, se si scruta con attenzione, possono essere riconosciute e mostrate. Sono segni incoraggianti, da leggere: c’è già chi tra noi crede, vuole e pratica il dialogo.

Non è questa la sede per elencare tutte queste esperienze. Mi limiterò a citarne alcune con le quali, da vescovo della Chiesa ambrosiana, ho maggiore familiarità.

Penso, ad esempio, al dialogo con le persone più bisognose di relazione, anzitutto gli anziani. Per loro la solitudine, la mancanza di dialogo è una povertà grande che nella nostra Milano coinvolge una percentuale considerevole di popolazione. Ma tanti cittadini, tante associazioni (sia laiche sia espressione del volontariato cattolico), alcuni servizi pubblici sono già attivi per entrare in dialogo con loro e assicurare una presenza amica.

Lo stesso si può dire a proposito di coloro che vengono da paesi lontani. Troppe volte, e con troppa insistenza, negli ultimi tempi si è pensato allo straniero soltanto come ad una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere. Pregiudizi e stereotipi che hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, causando spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza.

Ma noncuranti delle tante, troppe, eccessive polemiche dei mesi scorsi, molte persone, in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario, hanno operato per assistere questi nuovi venuti nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo, degli indumenti, la cura dei più piccoli. Penso alla Caritas e alle sue molteplici emanazioni, alla Casa della Carità, a quegli interventi delle amministrazioni locali che hanno saputo distinguersi per intelligenza, vivo senso umanitario, creatività. Penso al buon cuore anche di tanti semplici cittadini e ai loro piccoli ma sinceri gesti di aiuto.

Tutto ciò è segno di un dialogo già in atto. Un dialogo forse ancora troppo flebile, da incoraggiare e sostenere, ma che dice del riconoscimento della comune condizione umana cui tutti, italiani e stranieri di qualsiasi etnia, apparteniamo. Il dialogo franco e sincero, la vicinanza paziente favoriranno l’inserimento degli immigrati nel tessuto delle città, contrastando così il rischio che cadano vittima dell’illegalità.

Questi segni positivi e carichi di speranza domandano però di essere preceduti, accompagnati e sostenuti da un approccio culturale nuovo nei confronti degli immigrati, così che gli interventi nei loro confronti non si risolvano con la delega a chi si occupa di assistenza e non siano motivati solo da provvedimenti d’emergenza.

Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti.
La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l’originalità della propria identità.

La persona non si definisce però solo per un insieme di diritti e di doveri, ma per un quadro di valori, uno stile di vita, una visione del mondo, una religiosità: in una parola, per una “cultura”. In tal senso dialogare con gli immigrati significa entrare in contatto con la loro cultura, conoscerla, apprezzarla, valorizzarla perché essi, a loro volta, conoscano, apprezzino e valorizzino la nostra cultura, il nostro modo di vedere e di vivere. Certo, occorre tempo, tanto tempo; occorre pazienza, apertura, passione, desiderio di dialogare per crescere insieme e approdare ad una nuova sintesi culturale che caratterizzerà la Milano di domani: una Milano dei milanesi da generazioni (ma sono pochi perché gli attuali milanesi vengono da ogni parte d’Italia…) e dei “nuovi” milanesi. Per il suo alto valore simbolico più che per la rilevanza numerica desidero qui ricordare l’iniziativa delle visite guidate in Duomo destinate agli stranieri che vivono in città: e così il nostro Duomo – ne sono certo – diventerà a poco a poco anche la loro casa, il simbolo in cui identificarsi, il loro orgoglio.

Non posso poi non citare la felice esperienza del Consiglio delle Chiese Cristiane, nato nella nostra città dieci anni fa, per iniziativa di alcune Chiese e progressivamente accresciuto fino ad abbracciare oggi 18 confessioni cristiane. Tante le iniziative comuni realizzate insieme in questi anni ed è significativo che lo scorso 15 novembre in Duomo, in occasione della solenne messa vigiliare per l’entrata in vigore del nuovo Lezionario ambrosiano, i rappresentanti delle Chiese Cristiane fossero presenti a questo evento storico della Chiesa Cattolica.

Anche con i fedeli dell’Islam è possibile dialogare. Spesso si dice: “L’Islam disprezza le altre religioni ed i loro credenti, non ha il senso dello Stato tipico della tradizione occidentale, non accetta il principio della laicità, è fanatico, strumentalizza la fede per finalità distorte o criminose, non usa la ragione come mezzo nel confronto e nella discussione con i popoli, schiavizza le donne…”.

Sì, ma intanto cominciamo questo dialogo, anzitutto culturale. Cominciamo a discuterne con i credenti dell’Islam, cominciamo a capire se tutto questo è vero o, almeno, se è vero per tutti. Singoli gesti e atteggiamenti, per quanto gravi e da deprecare con forza, non siano occasione per guardare con sospetto ed accusare tutti gli appartenenti ad una religione. Per questo è significativo che in occasione della visita natalizia delle case, i sacerdoti e i laici offrano agli islamici – quale segno di disponibilità al dialogo - una lettera di saluto.

Qualcuno potrà obiettare che per un vero dialogo occorre una disponibilità reciproca. Ma è pur necessario che almeno uno inizi, cerchi l’incontro, stabilisca una relazione. Ci vogliono pazienza, fiducia, onestà intellettuale, rispetto della libertà dell’altro, capacità di ascolto. E lasciare che il tempo faccia crescere quanto di buono è stato seminato.

 


 

SINODO DEI VESCOVI/ MESSAGGIO AL POPOLO DI DIO 6

IV. Le strade della Parola: la missione

14. Sulle strade del mondo la parola divina genera per noi cristiani un incontro intenso col popolo ebraico a cui siamo intimamente legati attraverso il comune riconoscimento e amore per le Scritture dell’Antico Testamento e perché da Israele «proviene il Cristo secondo la carne»

Tutte le pagine sacre ebraiche illuminano il mistero di Dio e dell’uomo, rivelano tesori di riflessione e di morale, delineano il lungo itinerario della storia della salvezza fino al suo pieno compimento, illustrano con vigore l’incarnazione della parola divina nelle vicende umane. Esse ci permettono di comprendere in pienezza la figura di Cristo, il quale aveva dichiarato di «non essere venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a dare ad essi pieno compimento», sono via di dialogo col popolo dell’elezione che ha ricevuto da Dio «l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse», e ci consentono di arricchire la nostra interpretazione delle Sacre Scritture con le risorse feconde della tradizione esegetica giudaica.

«Benedetto sia l’egiziano mio popolo, l’assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità». Il Signore stende, quindi, il manto protettivo della sua benedizione su tutti i popoli della terra, desideroso che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Anche noi cristiani, lungo le strade del mondo, siamo invitati – senza cadere nel sincretismo che confonde e umilia la propria identità spirituale – a entrare in dialogo con rispetto nei confronti degli uomini e delle donne delle altre religioni, che ascoltano e praticano fedelmente le indicazioni dei loro libri sacri, a partire dall’Islam che nella sua tradizione accoglie innumerevoli figure, simboli e temi biblici e che ci offre la testimonianza di una fede sincera nel Dio unico, compassionevole e misericordioso, Creatore di tutto l’essere e Giudice dell’umanità.

Il cristiano trova, inoltre, sintonie comuni con le grandi tradizioni religiose dell’Oriente che ci insegnano nelle loro testi sacri il rispetto della vita, la contemplazione, il silenzio, la semplicità, la rinuncia, come accade nel buddhismo. Oppure, come nell’induismo, esaltano il senso della sacralità, il sacrificio, il pellegrinaggio, il digiuno, i simboli sacri. O ancora, come nel confucianesimo, insegnano la sapienza e i valori familiari e sociali. Anche alle religioni tradizionali con i loro valori spirituali espressi nei riti e nelle culture orali, vogliamo prestare la nostra cordiale attenzione e intrecciare con loro un rispettoso dialogo. Anche a quanti non credono in Dio, ma che si sforzano di «praticare la giustizia, amare la bontà, camminare con umiltà», dobbiamo con loro lavorare per un mondo più giusto e pacificato, e offrire in dialogo la nostra genuina testimonianza della Parola di Dio che può rivelare a loro nuovi e più alti orizzonti di verità e di amore.

 


DOMENICHE DEI PICCOLI

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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