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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 37   13 dicembre 2008


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- INDICE -

Avvento 2008

Natale collaboratori

La città rinnovata dal dialogo

Sinodo dei Vescovi/ Messaggio al popolo di Dio 5

Festa degli auguri


AVVENTO 2008

La liturgia questa quinta settimana del nostro cammino di avvento si apre sotto il segno di una pagina di Isaia capace di suscitare grandi desideri e ragionevoli perplessità.

Mentre l’ascoltiamo, ci viene spontaneo dire: “Che bello!” e metterci a sognare quel mondo nel quale vi sono relazioni umane fondate su un dialogo vero e profondo che permette comprensione piena e armonia.

Al tempo stesso però affiora una sensazione sconsolata, fondata su disincantate ragionevolezze, che dice: “Non è possibile! Queste sono utopie irrealizzabili… Siamo una umanità irrimediabilmente lacerata, corriamo verso una società sempre più selvaggia, siamo avviati verso il baratro…”.

Ma la fede parla un altro linguaggio… “Dio è fedele alle sue promesse… Nulla è impossibile a Dio… Dio è il Signore!... Io sono con te sempre…”.

Non si tratta di qualcosa di evasivo… qualcosa tanto per consolarci… La fede non è “l’oppio dei popoli”… una sorta di droga che rende sopportabile la realtà…

Questa fede biblica, è spinta pressante a operare concretamente, a partire dal quotidiano, per superare senza stanchezze ogni negatività, in noi e intorno a noi, nella certezza che il nostro povero operare non è vano, perché il Dio di Gesù Cristo prende nelle sue mani ogni piccolo tentativo umano di dialogo e lo compie con la sua potenza.

 


NATALE COLLABORATORI

Cari Amici,
anche quest’anno in occasione del Natale di Gesù, desidero esprimervi la viva e cordialissima riconoscenza mia personale e della nostra Comunità per la disponibilità generosa che offrite in diverse modalità di volontariato.

Ho rinnovato anche quest’anno a nome vostro, come segno della mia viva gratitudine, l’adozione a distanza di tre bambini africani.

I primi bambini sono oramai grandi e sono usciti dal programma: ora ce ne sono tre nuovi: Rita Jaieros, Fracnsis John e Jackson Dickson, della tribù Mgogo, che vivono a Veyula in Tanzania.

Grazie di cuore e tanti auguri di buon Natale e felice anno nuovo

don Piero

 


 

LA CITTÀ RINNOVATA DAL DIALOGO

1. L'uomo sapiente e il giusto è l'uomo del dialogo

Il dialogo non è uno tra i tanti atteggiamenti che l’uomo può assumere e vivere, ma è un tratto fondamentale, costitutivo, oso dire ontologico, della sua umanità. Il dialogo deve essere assunto come atteggiamento stabile nell’uomo: non sempre è dote innata, bensì, più spesso, è virtù che l’uomo sapiente sa ricercare e coltivare, anche a prezzo di fatica.

Così sant’Ambrogio scrive dell’uomo sapiente, commentando il versetto biblico «Lo stolto muta come la luna»: «Il sapiente non è abbattuto dal timore, non è mutato dal potere, non è esaltato dalla prosperità, non è sommerso dalla sventura. Dove c’è la sapienza, c’è la virtù dell’animo, ci sono la costanza e la fermezza. Il sapiente, dunque, è immutabile nell’animo, non è diminuito né accresciuto dal mutar delle cose né “vacilla come un bimbo così da essere sballottato da ogni vento di dottrina”, ma rimane perfetto in Cristo, “fondato nella carità”, “radicato” nella fede. Il sapiente dunque ignora i cedimenti delle cose e non sa essere mutevole d’animo, ma “risplenderà come il sole di giustizia”, che rifulge nel regno di suo Padre».

Di nuovo, anche quest’anno, ci guida nelle nostre riflessioni il paradigma dell’uomo sapiente secondo Cristo, un uomo che in momenti a volte oscuri e critici resta immutabile nell’animo, non viene sballottato da ogni mutevole pensiero o dottrina, ma permane radicato nella sua fede e nella sua carità, segue sempre la bussola della giustizia. È certamente un ideale forte, questo, in un tempo di ideali deboli e sfocati, ma l’uomo che vediamo dedito al dialogo non può che essere così, libero e ben saldo nella sapienza…

Una sapienza che è profondamente alleata con la giustizia… «Risulta dalla Scrittura divina, più antica dei filosofi, che la sapienza non può esistere senza la giustizia, perché dove si trova una si trova anche l’altra… ».

E, dunque, la sapienza costruisce percorsi di giustizia, “regola” la vita sociale, difende l’innocente, tutela il più debole. Non è oggi questo uno dei compiti primari della civiltà e delle istituzioni? E di ciascuno di noi, che non si esercita in un amore generico bensì si fa operatore di giustizia e, per ciò stesso, diventa costruttore di pace e di speranza?

L’uomo sapiente e giusto sta “saldo nel suo cuore”, come ancora scrive il nostro patrono…

Come non riconoscere in quest’uomo “saldo nel suo cuore” l’uomo del dialogo: l’uomo che non accetta le insinuazioni maligne; l’uomo vigilante, che sta di sentinella perché la sua sapienza non cada, per non divenire iniquo, per amare il suo prossimo?

Cristo stesso si offre a noi come mirabile esempio di uomo in dialogo: con il Padre anzitutto, con le persone del suo tempo, con chi gli era discepolo, con chi lo minacciava, con chi aveva visioni della vita e della storia differenti dalla sua. Un dialogo che in Gesù, pienezza di verità e sapienza incarnata, è appassionato e rispettoso appello alla libertà dell’altro, perché decida sempre per il vero e per il bene.

2. Alla ricerca di un dialogo possibile

Avendo nel cuore la presenza di Cristo, testimonianza intramontabile dell’uomo in dialogo, ripenso all’uomo sapiente descritto da Ambrogio. E più d’una domanda mi colpisce e inquieta: “È ancora possibile un dialogo?”, anzi: “È ancora possibile il dialogo?”, non un dialogo qualsiasi, ma il dialogo. E ancora: “Quanto siamo oggi disponibili a dialogare o almeno a considerare il dialogo uno strumento importante per il nostro vivere personale e sociale?”.

È possibile, oggi, dialogare a Milano?

Guardando alla nostra amata Città mi si ripropongono domande analoghe: “Sappiamo dialogare a Milano?”, “Crediamo nel dialogo, insostituibile atteggiamento per abitare insieme, tutti, a pieno titolo, la nostra Città?”, “Quanto, dunque, ciascuno di noi è disponibile al dialogo?”.

Osservando la nostra Città, incontrandola nei suoi quartieri, nelle sue parrocchie, nelle sue associazioni, nelle sue espressioni di impegno sociale e civile, visitandola nei luoghi dell’educazione e della sofferenza, ne ricavo sempre di più l’immagine di una grande città fatta da tante piccole isole, spesso non comunicanti tra di loro.

Le periferie distanti dal centro (e non solo spazialmente), le istituzioni percepite come lontane dai cittadini, i giovani che rischiano di essere separati dagli adulti, i “nuovi venuti” non in piena comunicazione con chi è milanese da più tempo, chi ha un lavoro sicuro e ben remunerato disattento a chi è precario o disoccupato, chi ha una casa da abitare con la propria famiglia ignaro del grave disagio di chi non riesce ad ottenerla, chi è sano e a volte è insensibile rispetto a chi vive il dramma della malattia…

Anche la stessa “nuova” toponomastica sembra suggerire, al di là della necessaria e ordinata organizzazione delle funzioni urbane, questa divisione: la città della moda, la città della salute, la città dei servizi, la città della fiera, quella della tecnologia, i nuovi quartieri “esclusivi” ben isolati e protetti dai confinanti.

Quante fatiche subisce il dialogo nella nostra Milano!

Il mistero della reciprocità

A quali condizioni il dialogo è possibile?

Il dialogo autentico esige come condizione fondamentale l’attenzione all’altro, la propensione ad ascoltarlo e perfino a comprenderlo, anche quando non se ne condividono le vedute. Si tratta di un esercizio ascetico vero e proprio, che ha bisogno di pratica continua e di verifiche costanti, di un’umiltà grande per ricominciare ogni volta da capo.

Non è semplice dialogare. Non è facile. Mette in gioco tutto di noi stessi: l’identità, la storia, la persona. La relazione nel dialogo non può essere generica: ha bisogno di un “tu”, ma anche di un “io”, di una persona che, non avendo paura dell’altro, si lascia coinvolgere in questa affascinante esperienza che rende unico e contraddistingue l’essere umano dal resto del creato. Il libro biblico di Genesi, al suo inizio, mostra come Adamo diventi pienamente uomo quando può entrare in dialogo con Eva, suo simile, e con Dio, il Creatore: l’uomo è costitutivamente un essere-in-dialogo.

Il dialogo ci immette nel mistero della reciprocità, nel mistero della umana e cristiana. Ciascuno, dialogando, mostra il proprio volto più autentico.

Ma quanto siamo disponibili a lasciarci coinvolgere in questo mistero, ad affrontare la sfida della prossimità, quel “farci prossimo” all’altro – sconosciuto e ferito – come il buon samaritano?.

Ci è chiesto un cammino personale. L’uomo infatti – pur avendone in sé dei tratti innati - a dialogare impara. Impara cioè a comprendere l’altro. E comprendere esige una disponibilità iniziale che ci fa lasciare alle spalle ogni egoismo ed ogni individualismo, anche i più nascosti ed i più sconosciuti. È necessario un cammino interiore progressivo, deciso e ordinato.

La virtù della comprensione

Per il dialogo è richiesta in particolare la virtù della comprensione, virtù negletta nell’era in cui sembra trionfare ogni genere di egoismo.

Scrive Romano Guardini: «L’inizio di ogni comprensione sta nel fatto che uno consenta all’altro la libertà d’essere quello che è; che non lo consideri con l’occhio dell’egoismo prescrivendogli dalla prospettiva del proprio interesse ciò che ha da essere, ma con l’occhio della libertà, la quale dice anzitutto: Sii quello che sei; e solo dopo: Ed ora vorrei sapere come sei e perché. Ogni comprensione [...] presuppone che si consenta all’altro il suo diritto a sé medesimo: che non lo si guardi come un elemento del proprio ambito vitale, di cui ci si serve, ma come un essere che possiede un centro originario, un suo ordine di vita, desideri e diritti propri».

Per iniziare il dialogo occorre riconoscere e rispettare la libertà dell’altro, consentirgli di essere se stesso, senza imposizioni e pretese. Non è dialogo quello che costringe e riduce l’altro ad essere come lo vorremmo, a nostra immagine e somiglianza: è invece da scoprire sempre nella sua irripetibile unicità. Ad immagine e somiglianza di Dio, ci porta ad affermare la fede cristiana. Solo l’occhio della libertà riconosce la persona, la sua unicità. Solo così può cominciare il dialogo.

Ogni volta che le nostre azioni, i nostri appelli, i nostri provvedimenti (parlo come pastore, ma so di interloquire con amministratori, educatori, genitori…) lasciano trasparire solo la domanda “Perché fai questo?”, inchiodando l’altro al suo gesto, fosse anche al suo errore, in realtà - prima di riconoscerlo come persona nella sua unicità e irripetibilità – non lo stiamo forse riducendo alla nostra misura?

La domanda sul “perché” è legittima e necessaria, ma non può essere così “rapida” da schiacciare la persona e la sua libertà: il dialogo esige anche tempo, quel tempo che è sempre più scarso, pressati come siamo da mille cose e mille impegni. Ma concederci più tempo ci aiuterebbe a metterci di fronte a noi stessi, a guardarci dentro, a fare chiarezza, a scorgere le nostre debolezze e ad assumerci le nostre responsabilità!

Solo a queste condizioni il dialogo diventa possibile. Ovviamente ciò che vale per i singoli, vale anche, se pure con modalità differenti, per le diverse componenti sociali, per le diverse generazioni, per le parti politiche, per i popoli, i laici e i credenti, le diverse razze, nelle istituzioni, dentro la Chiesa…

Nella comprensione dell’altro e riconoscendo la sua libertà, non ci sarà mai la pretesa dell’asservimento al proprio punto di vista, ma l’incontro cordiale e attento, che cerca di comprendere le ragioni dell’altro anche quando non si condividono. Un simile incontro è l’occasione opportuna per testimoniare con rispetto i propri valori e per costruire tutti insieme la Città che tutti vogliamo, una Città sempre più a misura d’uomo.


SINODO DEI VESCOVI - MESSAGGIO AL POPOLO DI DIO 5

IV bis. Le strade della Parola: la missione

13. Gesù, nella sua parabola del seminatore, ci ricorda che ci sono terreni aridi, sassosi, soffocati dai rovi. Chi si inoltra per le strade del mondo scopre anche i bassifondi ove si annidano sofferenze e povertà, umiliazioni e oppressioni, emarginazioni e miserie, malattie fisiche e psichiche e solitudini. Spesso le pietre delle strade sono insanguinate dalle guerre e dalle violenze, nei palazzi del potere la corruzione s’incrocia con l’ingiustizia. Si leva il grido dei perseguitati per la fedeltà alla loro coscienza e alla loro fede. C’è chi è travolto dalla crisi esistenziale o ha l’anima priva di un significato che dia senso e valore allo stesso vivere. Simili a «ombre che passano, a un soffio che s’affanna», molti sentono incombere su di sé anche il silenzio di Dio, la sua apparente assenza e indifferenza: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?». E alla fine si erge davanti a tutti il mistero della morte.

Questo immenso respiro di dolore che sale dalla terra al cielo è ininterrottamente rappresentato dalla Bibbia, che propone appunto una fede storica e incarnata. Basterebbe solo pensare alle pagine segnate dalla violenza e dall’oppressione, al grido acre e continuo di Giobbe, alle veementi suppliche salmiche, alla sottile crisi interiore che percorre l’anima di Qohelet, alle vigorose denuncie profetiche contro le ingiustizie sociali. Senza attenuanti è, poi, la condanna del peccato radicale che appare in tutta la sua potenza devastante fin dagli esordi dell’umanità in un testo fondamentale della Genesi, al capitolo 3. Infatti, il “mistero di iniquità” è presente e agisce nella storia, ma è svelato dalla Parola di Dio che assicura in Cristo la vittoria del bene sul male.

Ma soprattutto nelle Scritture a dominare è la figura di Cristo che apre il suo ministero pubblico proprio con un annuncio di speranza per gli ultimi della terra: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Le sue mani si posano ripetutamente su carni malate o infette, le sue parole proclamano la giustizia, infondono coraggio agli infelici, donano perdono ai peccatori. Alla fine, lui stesso si accosta al livello più basso, «svuotando se stesso» della sua gloria, «assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini…, umiliando se stesso e facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».

Così, egli prova la paura del morire («Padre, se è possibile, passi da me questo calice!»), sperimenta la solitudine con l’abbandono e il tradimento degli amici, penetra nell’oscurità del più crudele dolore fisico con la crocifissione e persino nella tenebra del silenzio del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») e giunge all’abisso ultimo di ogni uomo, quello della morte («lanciando un forte grido, spirò»). Veramente a lui si può applicare la definizione che Isaia riserva al Servo del Signore: «uomo dei dolori che ben conosce il patire».

Eppure egli, anche in quel momento estremo, non cessa di essere il Figlio di Dio: nella sua solidarietà d’amore e col sacrificio di sé depone nel limite e nel male dell’umanità un seme di divinità, ossia un principio di liberazione e di salvezza; col suo donarsi a noi irradia di redenzione il dolore e la morte, da lui assunti e vissuti, e apre anche a noi l’alba della risurrezione. Il cristiano ha, allora, la missione di annunciare questa parola divina di speranza, attraverso la sua condivisione coi poveri e i sofferenti, attraverso la testimonianza della sua fede nel Regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace, attraverso la vicinanza amorosa che non giudica e condanna, ma che sostiene, illumina, conforta e perdona, sulla scia delle parole di Cristo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro».


FESTA DEGLI AUGURI

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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