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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 34   22 novembre 2008


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- INDICE -

Avvento 2008

Solo per oggi...

Sinodo dei Vescovi/ Messaggio al popolo di Dio 2

Famiglia diventa anima del mondo

Domenica 23 novembre: giornata di sensibilizzazione per le offerte deducibili per il sostentamento dei sacerdoti

Una scuola universale


AVVENTO 2008

Continuiamo il cammino personale e comunitario di umanità e di fede ritrovate, da poco iniziato in occasione della nascita di Gesù che ci disponiamo a rivivere nel Natale.

Ci accompagna la parola dei profeti e del vangelo che la nuova liturgia ci offre con abbondanza e, dietro ad essa, ci accompagna lo Spirito del Signore che ci apre il cuore e la mente ad accogliere il Dio Figlio che si fa uno di noi, uomo vero, della nostra razza…, e nostro fratello.

Le letture profetiche ascoltate in questi giorni sono improntate a lucido realismo, ma nella loro franca crudezza rimangono sempre aperte a una sconfinata speranza. La stoltezza dell’uomo che lo conduce a scelte dissennate e a privarsi di quel bene che è fonte di gioia e di pace, sono poste di fronte alla fedeltà di un Dio che ama senza pentimenti anche chi gli volge le spalle.

Ci diceva Geremia che allontanarci da Dio e correre dietro al nulla, ci fa diventare delle nullità. Così pure è sconcertante l’abbandonare Dio, sorgente di acqua viva, per scavare cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua…E aggiungeva: “ La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto di quanto è triste e amaro abbandonare il Signore tuo Dio, e non aver più timore di lui…”.

“Così dice il Signore: mi ricorderò di te, dell’affetto della tua giovinezza.

 


SOLO PER OGGI...

Solo per oggi,
cercherò di vivere alla giornata,
senza voler risolvere
il problema della mia vita tutto in una volta.
Solo per oggi,
avrò la massima cura del mio aspetto:
vestirò con sobrietà; non alzerò la voce;
sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno;
non pretenderò di migliorare
o disciplinare nessuno, tranne me stesso.
Solo per oggi,
sarò felice, nella certezza
che sono stato creato per essere felice
non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi,
mi adatterò alle circostanze,
senza pretendere che le circostanze
si adattino tutte ai miei desideri.
Solo per oggi,
dedicherò dieci minuti del mio tempo
a qualche buona lettura,
ricordando che come il cibo
è necessario alla vita del corpo,
così la buona lettura
è necessaria alla vita dell'anima.
Solo per oggi, compirò una buona azione
e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi, farò almeno una cosa
che non desidero fare;
e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti,
farò in modo che nessuno se ne accorga.
Solo per oggi, mi farò un programma:
forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò.
E mi guarderò da due malanni:
la fretta e l'indecisione.
Solo per oggi, crederò fermamente,
nonostante le apparenze,
che la buona Provvidenza di Dio
si occupa di me
come se nessun altro esistesse al mondo.
Solo per oggi, non avrò timori.
In modo particolare,
non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nella bontà.
Posso ben fare, per dodici ore,
ciò che mi sgomenterebbe
se pensassi di doverlo fare per tutta la vita!
"A ciascun giorno basta la sua pena!" (Mt.6,34).

(Beato Giovanni XXIII)

 


SINODO DEI VESCOVI/ MESSAGGIO AL POPOLO DI DIO 2

II. Il volto della Parola: Gesù Cristo

4. Nell’originale greco sono solo tre parole fondamentali: Lógos sarx eghéneto, «il Verbo/Parola si fece carne». Eppure, questo è l’apice non solo di quel gioiello poetico e teologico che è il prolo¬go del Vangelo di Giovanni, ma è il cuore stesso della fede cristiana.
La Parola eterna e divina entra nello spazio e nel tempo e assume un volto e un’identità umana, tant’è vero che è possibile ac¬costarvisi direttamente chiedendo, come fece quel gruppo di Greci presenti a Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12, 20-21).

Le parole senza un volto non sono perfette, perché non compiono in pienezza l’incontro, come ricordava Giobbe, giunto al termine del suo drammatico itinerario di ricerca: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono».

Cristo è «il Verbo che è presso Dio ed è Dio», è «l’immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15); ma è anche Gesù di Nazaret che cammina per le strade di una marginale provincia dell’impero romano, che parla una lingua locale, che rivela i tratti di un popolo, l’ebraico, e della sua cultura. Il Gesù Cristo reale è, quindi, carne fragile e mortale, è storia e umanità, ma è anche gloria, divinità, mistero: Colui che ci ha rivelato il Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1, 18). Il Figlio di Dio continua a essere tale anche in quel cadavere che è deposto nel sepolcro e la risurrezione ne è l’attestazione viva ed efficace.

5. Ebbene, la tradizione cristiana ha spesso posto in parallelo la Parola divina che si fa carne con la stessa Parola che si fa libro. È ciò che emerge già nel Credo quando si professa che il Figlio di Dio «si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria», ma anche si confessa la fede nello stesso «Spirito Santo che ha parlato per mezzo dei profeti».

Il Concilio Vaticano II raccoglie questa antica tradizione secondo la quale «il corpo del Figlio è la Scrittura a noi trasmessa» – come afferma s. Ambrogio – e dichiara limpidamente: «Le parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze della natura umana, si fece simile agli uomini».

La Bibbia è, infatti, anch’essa “carne”, “lettera”, si esprime in lingue particolari, in forme letterarie e storiche, in concezioni legate a una cultura antica, conserva memorie di eventi spesso tragici, le sue pagine sono non di rado striate di sangue e violenza, al suo interno risuona il riso dell’umanità e scorrono le lacrime, così come si leva la preghiera degli infelici e la gioia degli innamorati.

Per questa sua dimensione “carnale” essa esige un’analisi storica e letteraria, che si attua attraverso i vari metodi e approcci offerti dall’esegesi biblica. Ogni lettore delle Sacre Scritture, anche il più semplice, deve avere una proporzionata conoscenza del testo sacro ricordando che la Parola è rivestita di parole concrete a cui si piega e adatta per essere udibile e comprensibile all’umanità.

È, questo, un impegno necessario: se lo si esclude si può cadere nel fondamentalismo che in pratica nega l’incarnazione della parola divina nella storia, non riconosce che quella parola si esprime nella Bibbia secondo un linguaggio umano, che dev’essere decifrato, studiato e compreso, e ignora che l’ispirazione divina non ha cancellato l’identità storica e la personalità propria degli autori umani. La Bibbia, però, è anche Verbo eterno e divino ed è per questo che essa esige un’altra comprensione, data dallo Spirito Santo che svela la dimensione trascendente della parola divina, presente nelle parole umane.

6. Ecco, allora, la necessità della «viva Tradizione di tutta la Chiesa» (DV 12) e della fede per comprendere in modo unitario e pieno le Sacre Scritture.

Se ci si ferma alla sola “lettera”, la Bibbia rimane soltanto un solenne documento del passato, una nobile testimonianza etica e culturale. Se, però, si esclude l’incarnazione, si può cadere nell’equivoco fondamentalistico o in un vago spiritualismo o psicologismo.
La conoscenza esegetica deve, quindi, intrecciarsi indissolubilmente con la tradizione spirituale e teologica perché non venga spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle Scritture. In questa armonia ritrovata, il volto di Cristo risplenderà nella sua pienezza e ci aiuterà a scoprire un’altra unità, quella profonda e intima delle Sacre Scritture, il loro essere, sì, 73 libri, ma inseriti in un unico “Canone”, in un unico dialogo tra Dio e l’umanità, in unico disegno di salvezza. «Dio, infatti, molte volte e in diversi modi nei tempi antichi ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ma ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).

Cristo getta, così, la sua luce retrospettivamente sull’intera trama della storia della salvezza e ne rivela la coerenza, il significato, la direzione. Egli è il suggello, “l’alfa e l’omega” (Ap 1, 8) di un dialogo tra Dio e le sue creature distribuito nel tempo e attestato nella Bibbia. È alla luce di questo sigillo finale che acquistano il loro “senso pie¬no” le parole di Mosè e dei profeti, come aveva indicato lo stesso Gesù in quel pomeriggio primaverile, mentre egli procedeva da Gerusalemme verso il villaggio di Emmaus, dialogando con Cleofa e il suo amico, «spiegando loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 27).

Proprio perché al centro della Rivelazione c’è la parola divina di¬venuta volto, l’approdo ultimo della conoscenza della Bibbia «non è in una decisione etica o in una grande idea, bensì nell’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1).


FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO

5° capitolo: “Una famiglia per la città”   Che cosa possono fare le famiglie per la città?

Occorre partire dal fatto che le famiglie, non solo quelle dei cristiani, si presentano nella città come soggetti aperti a relazioni di reciproco scambio: mentre danno ricevono, mentre collaborano con la città chiedono di essere considerate come specifiche presenze, nel contempo capaci di rendere la città più umana e più vivibile e di rendere se stesse più aperte e più vivaci. Proprio prendendo avvio da questa capacità di relazioni - e in fondo la famiglia non è se non un intreccio di relazioni - le famiglie possono fare molto per essere “anima della città”.

Indico alcune piste di riflessione, che potranno poi essere integrate e approfondite in un confronto tra le famiglie (penso, ad esempio, ai gruppi familiari e ai genitori dei ragazzi di varia età presenti in oratorio), aperto e attento alla società attuale.

Nonostante le fatiche e le contraddizioni di oggi, la famiglia si presenta ancora, nonostante tutto, come soggetto educativo di primaria importanza. In essa si impara ad accogliere e a far crescere la vita; in essa ci si forma ai valori fondamentali del vivere sociale: la socialità, l'accoglienza, l'ospitalità, l'apertura all' altro, la comunicazione, il dialogo, il confronto, la gratuità, il servizio, il disinteresse, la condivisione, la compartecipazione, la solidarietà, l'educazione della coscienza morale, l'apertura agli ideali più alti.

In questa prospettiva, la famiglia è realmente la prima e fondamentale scuola di socialità. Stabilendo relazioni educative mature permette ai figli di crescere in un clima di serena ma realistica apertura al mondo, ai suoi interrogativi, anche a quelli senza facili soluzioni. Non tutte le famiglie sono in grado di svolgere questo compito: le famiglie disgregate, quelle che vivono pesanti difficoltà di rapporti alloro interno, quelle poste in qualche modo ai margini della società, ecc. fanno fatica ad educare a una relazionalità positiva che loro stesse non vivono.

Questa lacuna può essere in parte colmata dalle iniziative di diverse "agenzie educative" presenti nella città (scuola, parrocchie, istituzioni culturali, ricreative, sportive, ecc.) che sono chiamate a intervenire nel cammino formativo delle nuove generazioni.

Le famiglie, però, fanno fatica nel loro compito anche nelle situazioni più "normali" e si trovano perciò in grave difficoltà nei casi più faticosi e complessi. In queste circostanze può talvolta rivelarsi decisivo l'intervento di altre famiglie, che si impegnano, per così dire, ad allargare le loro relazioni comprendendo famiglie e persone che vivono situazioni di disagio. Anche questo è un modo per essere "scuola di socialità", non solo verso i propri figli, ma anche verso i figli degli altri e verso le loro famiglie. In questo modo le famiglie possono vivere quella che potremmo chiamare una genitorialità solidale.

C'è una "fantasia della carità" che deve essere liberata e che può esprimersi, in collaborazione con le altre componenti della pastorale familiare, nell'individuare “famiglie tutor” pronte a sostenere con una prossimità discreta e determinata quei nuclei familiari che stanno attraversando periodi di sbandamento e di disperazione.

È in questa prospettiva che, grazie anche al lavoro congiunto espresso dalla Caritas e dal Servizio diocesano per la Famiglia che intende valorizzare e rilanciare le molte esperienze positive presenti sul territorio, dovrebbe diffondersi nella comunità diocesana una più ampia riflessione - in ordine evidentemente a progetti da realizzare - a proposito di esperienze come l'affido e l'adozione.

Se da un lato l'affido e l'adozione rappresentano uno straordinario gesto di genitorialità solidale, dall'altro lato bisognerebbe impegnarsi maggiormente a promuovere gruppi di mutuo aiuto tra famiglie accomunate da un medesimo motivo di fragilità. In tal modo, anche le famiglie con qualche difficoltà non sarebbero più solo "oggetto" di attenzione da parte delle istituzioni e di famiglie più fortunate, ma diventerebbero "protagoniste" di un loro percorso di riscatto sociale.

Tutto ciò può diventare, nella città, un segnale culturale importante: la famiglia, anche quella segnata da qualche ferita, può costituire a sua volta una risorsa, un sostegno a favore di altre famiglie. Spesso l'azione delle famiglie diviene più forte e incisiva quando riesce a dotarsi di uno strumento appropriato come l'associazione familiare, rivolto a promuovere qualche tema o di particolare interesse delle famiglie o attento al più generale rapporto con la società.

Nei decenni scorsi per sostenere la propria ricerca di spiritualità, le famiglie hanno dato vita ai gruppi familiari parrocchiali, che recentemente in tutta la Diocesi si sono rivelati ancora presenti, numerosi e vitali. Ma non dovrebbe avvenire qualcosa di analogo anche per il rapporto tra la famiglia e la società? Al riguardo, rilevata la scarsa consapevolezza che le stesse famiglie, comprese molte famiglie cristiane anche tra quelle spiritualmente e pastoralmente sensibili e impegnate, hanno della loro centralità e soggettività sociale e, del loro dovere di partecipazione alla vita della società, ritengo quanto mai urgente cercare di colmare questa inaccettabile distanza tra le affermazioni teoriche e la prassi effettiva.

È questa un'urgenza dalla quale si devono sentire maggiormente interpellate le nostre realtà ecclesiali e la nostra azione pastorale. Nessuna realtà parrocchiale, nessuna associazione ecclesiale, nessun movimento ecclesiale o di apostolato o di spiritualità familiare, nessun gruppo familiare può esimersi dall'impegnarsi in questa direzione.

A questo proposito, particolare attenzione meritano le nuove "associazioni di solidarietà familiare" di matrice parrocchiale, nate negli ultimi anni – spesso accanto e distinte appunto dai gruppi di spiritualità familiare - con lo specifico obiettivo di formare e consolidare ampie reti di solidarietà presenti in ambito parrocchiale o sul territorio.

Da questi contesti di semplice e reciproco aiuto familiare possono sorgere iniziative più specifiche: progetti di mutuo aiuto nella vita domestica, banche del tempo, servizi di baby-sitting, micronidi, centri per la prima infanzia, attività ludico-educative per i più piccoli (0-6 anni) con il coinvolgimento dei genitori, iniziative di sostegno allo studio o di aiuto nei compiti (doposcuola). Ricordo che queste associazioni hanno ottenuto il riconoscimento da parte del legislatore, tanto regionale (L.R. n. 23/1999) quanto nazionale (L 8.11.2000 n. 328).


DOMENICA 23 NOVEMBRE
GIORNATA DI SENSIBILIZZAZIONE OFFERTE DEDUCIBILI PER IL SOSTENTAMENTO DEI SACERDOTI

i sacerdoti aiutano tutti: aiuta tutti i sacerdoti

Ventiseimila campanili si diffonderanno nelle parrocchie italiane domenica 23 novembre, Giornata nazionale di sensibilizzazione delle offerte per il sostentamento dei sacerdoti. Parliamo, naturalmente, di quelli che contengono i pieghevoli completi di bollettino postale attraverso cui è possibile effettuare l’offerta e sui quali si legge “I sacerdoti aiutano tutti. Aiuta tutti i sacerdoti”.

Sarà un’occasione per informare tutti i fedeli su come sia possibile sostenere tutti i sacerdoti diocesani con le apposite offerte, intestate all’Istituto Centrale Sostentamento Clero, e su come funzioni il sistema nazionale di sostegno economico dei sacerdoti.

Sarà anche un’opportunità per formare le comunità sul valore perequativo e solidale di questa forma di partecipazione alla vita della Chiesa, scaturita dalla revisione concordataria del 1984. Infatti da ormai 20 anni i sacerdoti non ricevono più la “congrua” dallo Stato ed è responsabilità di ogni fedele partecipare al loro sostentamento, anche attraverso le offerte deducibili.

«La Giornata del 23 novembre vuole sensibilizzare i fedeli a donare un’offerta per tutti i sacerdoti - afferma Paolo Mascarino, responsabile del Servizio Cei per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica -. E’ un segno per dire grazie a chi ha dedicato la sua vita al Vangelo e al servizio del prossimo.

Le offerte per i sacerdoti vengono raccolte a livello nazionale e contribuiscono ad assicurare il necessario a tutti i preti diocesani in Italia, in particolare a coloro che prestano il proprio ministero pastorale nelle comunità più piccole e bisognose, e a quelli anziani e malati».

Nel 2007 sono state raccolte 171.512 offerte, per un totale di 16.801.045,43 euro. Queste offerte concorrono a rendere possibile la remunerazione mensile dei 35 mila sacerdoti diocesani e religiosi a servizio delle 226 diocesi italiane e dei 3 mila sacerdoti che, per ragioni di età o di salute, sono in previdenza integrativa. Sono sostenuti così anche circa 600 sacerdoti impegnati nelle missioni nei paesi del Terzo Mondo come Fidei Donum.

L’iniziativa è promossa dal Servizio per la Promozione del Sostegno Economico alla Chiesa Cattolica e si avvale del supporto di una rete capillare di 231 incaricati diocesani che con la collaborazione dei referenti parrocchiali affiancano i parroci nella sensibilizzazione al tema.

Per informazioni e approfondimenti consultare il sito www.offertesacerdoti.it.


UNA SCUOLA UNIVERSALE

Possono la scuola superiore e l'università offrire una formazione utile per affrontare questo mondo che cambia così in fretta?

Una domanda del genere se la posero già anni fa i legislatori, non solo italiani. Secondo loro il sistema scolastico doveva essere riformato per rispondere efficacemente ai cambiamenti della società e dell'economia.

Per questo motivo la scuola dell'obbligo si mosse verso l'autonomia mentre l'università, mediante le lauree brevi, decise di offrire percorsi snelli e più facilmente spendibili nel mondo del lavoro. L'idea forte che stava dietro a queste riforme era che il sistema scolastico, per poter offrire strumenti adeguati ad affrontare le trasformazioni del mondo moderno, dovesse in qualche modo seguire e imitare il mondo del lavoro e le sue dinamiche. Se il lavoro è flessibile anche la scuola e l'università lo devono essere.

Forse sta in questo passaggio l'elemento da ripensare: è davvero questa !'unica strada percorribile per dare una risposta alla domanda iniziale? Nell'inseguire troppo le trasformazioni del mondo moderno, la scuola e l'università ne hanno imitato anche gli elementi negativi: come il lavoro si è ultraspecializzato in mille ambiti, anche la scuola e le università si sono disperse in miriadi di proposte formative o di corsi. Basta prendere tra le mani una guida universitaria per accorgersi dell'offerta spropositata di corsi.

Si è così creata l'illusione che, terminato il proprio percorso di istruzione, lo studente potesse direttamente entrare nel mondo del lavoro bello e formato, subito pronto per i primi incarichi di responsabilità. La maggioranza però ha sperimentato una certa disillusione, seguita da una certa dose di sconforto ("Ma come? Ho studiato tanti anni!") quando, entrando nel mondo del lavoro, ha scoperto di dover mettersi di nuovo in gioco, che quello che aveva imparato non era sufficiente e che bisognava ricostruire il proprio sapere in base ad esigenze nuove (necessità di ulteriori master, formazioni alternative, corsi).

A questo punto ci possiamo domandare: è giusto chiedere alla scuola e all'università di risolvere questa distanza tra loro e il mondo del lavoro o è possibile impostare il problema in maniera alternativa?

Forse per affrontare il mondo della specializzazione, della frammentazione e della precarietà, il sistema scolastico deve ritornare a pensare universale, fornendo quegli strumenti culturali essenziali che poi ognuno sarà chiamato ad applicare e declinare nelle situazioni particolari che dovrà affrontare.

Non si può parlare di tutto a scuola e non si può chiedere alla scuola di occuparsi di tutto, ma le si può chiedere di offrire quel sapere generale indispensabile, che è la base per ogni acquisizione successiva di conoscenze e di competenze. Proprio come accade con le lettere dell'alfabeto che, una volta conosciute, ti permettono di costruire tutte le parole del vocabolario. Le parole sono migliaia, le lettere restano pur sempre una ventina.

Ma perché questo funzioni occorre puntare sull'iniziativa della persona, educandola alle responsabilità, aiutandola cioè ad essere protagonista della propria vita. Dobbiamo modificare la nostra mentalità: sono io che mi devo formare, tocca a me e non alla scuola. La scuola mi può offrire tutti gli strumenti di cui ho bisogno ma è una mia responsabilità saperli usare nel modo più corretto e appropriato.

Pur puntando molto sulle competenze, la scuola ha di fatto limitato questa libertà e responsabilità dell'individuo perché, adeguandosi alle logiche del mondo del lavoro, si è sostituita all'azione personale pensando di risolvere lei quello che è di competenza di ciascuno di noi.

Renato Bonomo
 


 

 

 


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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