Esercizi spirituali per giovani a Sant'Ambrogio
Cineforum/ La ragazza del lago
Fiaccolata di riflessione e preghiera a Milano a sostegno dei Cristiani perseguitati in India
La povertà evangelica del presbiterio al servizio della Chiesa
Questa domenica inizia nel cammino dei cristiani ambrosiani un tempo nel quale si vogliono lasciare affiorare le nostalgie di giustizia e dignità, di relazioni vere e di gratuità, latenti nei cuori che si pongono in ascolto. Un tempo nel quale viene rivolta con maggiore intensità l’attenzione alla ricerca di una salvezza e all’attesa di un salvatore.
Oggi, come ai tempi dei profeti e di Gesù e ad ogni tempo delle vicenda umana, la vita dei singoli e delle comunità è percorsa da tensioni contraddittorie. Accanto a larghe esperienze di umanità e a diffuse espressioni di valore, presenti in ogni situazione e cultura, si incontrano pesanti sofferenze, povertà, ingiustizie, sfruttamenti e violenze, personali e sociali, che ci interpellano.
Il vangelo, con espressioni significative, invita i discepoli del Signore ad essere avveduti, a non porre la propria confidenza nell’effimero, a non lasciarsi sopraffare dalle pesanti negatività che toccano la persona, le comunità nelle quali essa vive e la società intera.
“… chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato…”
“… saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, egli ha abbreviato quei giorni…”.
Nel cammino di Avvento discepoli sono chiamati a ravvivare la fiducia nel loro Signore e sono certi, anche se non vedono e, se in certi momenti tremano, non hanno paura come esprime una poesia alle soglie dell’inverno.
21 dicembre... / inizia l'inverno... / ma tra tre mesi / sarà
primavera...
scheletri di alberi spogli... / sembrano addormentati... / ma non son
morti...
silenziosamente / raccolgono le forze / per gemmare di nuovo...
così nella notte / della mia confusione / io so che l'alba verrà
e che energie sopite / esploderanno / in una esplosione di vita, / di
realizzazione, di gioia.
L’alba che noi attendiamo è l’uomo Gesù, il Dio che salva, l’Emmanuele, il Dio con noi. Lui è la vita e la luce degli uomini anche di chi, pur senza conoscerlo, avverte il bisogno di Lui e lo attende.
Tu e io, lo attendiamo… Buon cammino di Avvento
don Piero
COME VINCEREMO I NEMICI DELLA GIOIA?
S. E. Mons. MARIO DELPINI
lunedì 17 novembre
La paura e l'abbraccio del Padre Lc 15,11-24
Sulla paura di non meritare di essere amati
martedì 18 novembre
La solitudine e la rivelazione della comunione Gv 10,1-11
Sulla solitudine dovuta alla dispersione, allo smarrimento di un punto di riferimento, alla diffidenza verso i mercenari che abbandonano il gregge
mercoledì 19 novembre
La disperazione e la vocazione alla vita eterna Eb 2,14-18
Sulla paura della morte e del futuro
![]()
venerdì 21 novembre 2008
LA RAGAZZA DEL LAGO
ITALIA 2007 - regia di Andrea Molaioli
con: Valeria Golino, Toni Servillo,Omero Antonutti, Anna Buonaiuto,
Fabrizio Gifuni, Fausto Maria Chiarappa, Haidy Caldart
Prossimo cineforum: 12 dicembre
![]()
“La preghiera e l’amore ottengono l’impossibile” (don Andrea Gasperino)
Sicuramente, queste parole staranno dando forza e conforto a suor Caterina Giraudo e suor Maria Teresa Oliviero, le due suore italiane rapite durante la notte a Elwak, piccolo villaggio del distretto settentrionale di Mandera, nel nord est del Kenya e a cinque km dal confine con la Somalia, anch'essa, da molto tempo sprofondata in una brutta guerra civile.
Suor Caterina, 67 anni, e suor Maria Teresa, 61, appartengono al Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld di Cuneo. Entrambe, originarie della stessa provincia del Movimento di cui fanno parte, erano ispirate dall’insegnamento di don Andrea Gasperino, un giovane sacerdote piemontese che il 7 ottobre del 1951, accogliendo 5 giovani rimasti senza famiglia diede vita a quella che nel tempo diverrà la Città dei Ragazzi.
Il principio ispiratore del movimento, secondo cui “in ogni missione è centrale la preghiera, in particolare verso l’Eucaristia e l’adorazione eucaristica, e il condividere la vita dei poveri nelle loro baraccopoli, senza far uso di grandi mezzi e strutture, cercando di instaurare un rapporto di amicizia con il singolo”, è lo stesso che le due Suore vivono da almeno 30 anni in quella zona del Kenya, insieme ai bambini profughi e ammalati provenienti dalla vicina Somalia e con cui “da sempre hanno avuto ottimi rapporti” e che per primi si sono mobilitati, insieme agli anziani della Comunità, per portare conforto e sostegno alle altre Suore rimaste.
Con le due religiose sono stati sequestrati anche dei Keniani. Si dice che siano stati portati nel sud della Somalia, ma questo ancora non ha trovato alcuna conferma.
L’unica cosa che ognuno di noi può fare, in cuor suo, è di pregare, come
loro stesse ci avrebbero suggerito, perché loro e tutti gli altri che sono
stati rapiti, possano tornare presto nelle loro comunità e fra i tanti
bambini che adesso si sentono un po' più soli.
Il P.I.M.E. , la Parrocchia di S. Eustorgio e la Cappellania Generale dei
Migranti in occasione della veglia annuale per le migrazioni, hanno
organizzato una fiaccolata a sostegno dei cristiani perseguitati in India
per il giorno sabato 22 novembre, dal Duomo di Milano ore
19.30 alla chiesa di S. Stefano ore 20.30 inizierà la
veglia di preghiera
Dal 23 agosto 2008, data dell’uccisione di Swami Lakshmanananda Saraswati,
ex leader del VHP (Vishva Hindu Parishad), le persecuzioni da parte dei
fondamentalisti induisti indiani dell’Orissa verso i cristiani si sono
decisamente intensificate. L’omicidio del leader induista è stato
rivendicato da parte dei maoisti, ma questo non ha fermato l’ondata di
violenza e di persecuzioni contro i cristiani. I leader del VHP, tra cui
Praveen Togadia, hanno apertamente invocato alla pulizia etnica, mentre
altri hanno dichiarato che non smetteranno di versare sangue finché non
avranno liberato l’Orissa dai cristiani.
Il Vescovo di Tiruchirapalli, Monsignor Antony Devotta, interpellato dal quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” ha dichiarato che gli attacchi contro i cristiani in India rischiano di trasformarsi in una persecuzione generalizzata se i Governi non interverranno in tempo a fermare l’azione dei gruppi estremisti indù. A queste parole purtroppo sono seguiti i fatti, nel mese di ottobre le persecuzioni ai cristiani, dapprima limitate all’Orissa, si sono estese ad altre sette regioni indiane.
La stampa italiana, esclusa quella cattolica, parla pochissimo di quanto sta accadendo in India.
Il Santo Padre Papa Benedetto XVI ha condannato duramente le persecuzioni ai cristiani dell’Orissa, mentre il Cardinale Caffarra denuncia “l’assordante silenzio” dei mezzi di comunicazione. Queste ingiustizie, queste persecuzioni, non possono e non devono continuare nel silenzio e nell’indifferenza.
Alla fiaccolata hanno già aderito la Pastorale Missionaria e la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano, la Caritas Ambrosiana, le parrocchie della zona Torino/Ticinese di Milano. Il Presidente del Consiglio Comunale Manfredi Palmeri ha garantito la sua presenza.
Solennità di san Carlo Borromeo - Omelia - Duomo di Milano - 4 novembre 2008
Carissimi,
in questa solenne celebrazione sentiamo come particolarmente vicino a tutti noi san Carlo Borromeo. E’ presente con le sue spoglie mortali, ma ancor più con il dono della sua preghiera, con la luce della sua parola, con la forza del suo esempio.
In lui troviamo, ci dice la liturgia, uno «specchio di vita» e un «modello di giustizia». E in questo specchio luminoso desidero oggi soffermarmi con voi, confratelli sacerdoti, a contemplare la povertà evangelica del Borromeo.
San Carlo, luminoso esempio di povertà evangelica
Dalla storia conosciamo l’importanza e la ricchezza della sua famiglia, ma anche come san Carlo seppe rinunciare a molti dei privilegi che gli erano dovuti per mettersi al servizio della Chiesa, nel segno di una vera e grande libertà anche rispetto ai beni materiali…
Una povertà, quella del Borromeo, intrecciata con la carità, con il dono delle sue cose e di se stesso ai tanti bisognosi che incontrava. Numerosissimi al riguardo sono gli esempi e gli atteggiamenti nella vita del santo, alcuni dei quali ci sono stati ricordati nella biografia proclamata durante questa liturgia. Basti una sola citazione tratta dall’elogio funebre fatto dal Panigarola: «Della ricchezza Carlo conobbe soltanto ciò che un cane riceve dai suoi padroni: acqua, pane, paglia»…
Ma dove sta il segreto della povertà di san Carlo? Lo troviamo guardando al suo essere sacerdote. Egli infatti visse il distacco dai beni non solo come un momento della propria ascesi personale, ma anzitutto come atteggiamento sacerdotale, richiesto cioè per riversare sui fedeli a lui affidati - per usare di nuovo le parole della liturgia - quel «fuoco di carità immensa» che è proprio del «solerte pastore».
Del resto san Carlo ritornò più volte nelle sue omelie sul necessario legame che deve intercorrere tra il sacramento dell’ordine e la povertà, tra il sacerdozio e questa virtù, meglio questa beatitudine evangelica…
La Chiesa… è quella comunità aperta alla carità che sotto san Carlo è
diventata la Chiesa di Milano, con 24 associazioni benefiche che aiutavano
circa 100.000 poveri e con ben 32 istituzioni, case od ospizi, destinati a
provvedere nei modi più diversi ai bisognosi.
E così, se vogliamo seguire l’esempio di san Carlo, dobbiamo interrogarci
anche noi oggi sul significato di una povertà evangelica posta al servizio
di una Chiesa animata dalla carità. Una domanda, questa, che sollecita
anzitutto noi sacerdoti, chiamati a vivere la povertà specifica del nostro
ministero.
Certo, nella Chiesa tutti i fedeli sono chiamati alla povertà, sia pure in modi e gradi differenti tra loro, come avviene per il monaco o l’eremita o il laico sposato. Ma è altrettanto vero che al presbitero è donata come grazia e richiesta come impegno una forma propria di povertà, che peraltro riceve una luce più grande dal suo rimanere inserita nel cammino evangelico comune di tutti i fedeli: una infatti è la Chiesa, la Chiesa discepola del Cristo povero.
La povertà evangelica del presbitero: origine e significato
Soffermiamoci ora a considerare la povertà, partendo dal fatto che la nostra vita di sacerdoti è stata ed è segnata dallo sguardo d’amore di Gesù.
E’ uno sguardo che ci ha resi liberi per seguire il Signore, imitando così i primi discepoli che «lasciarono tutto e lo seguirono» (Luca 5,11).
E noi seguiamo Gesù, il buon Pastore, colui che «dà la vita per le pecore» (Giovanni 10,14). A questo dunque siamo chiamati: a fare della nostra vita un dono, con un atto di libertà che non calcola ciò che lascia, ma si stupisce per essere stato chiamato a tanto. In realtà, solo con il coraggio che nasce da una grande libertà interiore possiamo seguire il Signore e relativizzare tutto a Cristo, disponendoci anche ad essere poveri come lui volle esserlo (Filippesi 4,12-13).
Così manifestiamo chiaramente che solo in Cristo noi riponiamo tutta la nostra fiducia e speranza, solo per lui noi spendiamo la nostra vita. Non riconosciamo altro signore all’infuori di lui. Non viviamo l’affanno della ricerca di altre e diverse garanzie, perché solo la comunione con lui è la nostra vera e sovrabbondante sicurezza.
E così, come discepoli liberi e poveri, potremo aprirci e coinvolgerci pienamente ad accogliere la missione di annunciare il Vangelo… In una parola, la nostra povertà manifesta a tutti che siamo persone che dipendono in tutto e per tutto da Gesù, unico Signore e unico nostro tesoro!...
La povertà del presbitero potrà dire il suo essere pastore pieno di amore per il popolo di Dio. E’ una povertà tenera verso la sofferenza, sempre pronta a prestare o a donare, rifuggente da calcoli, generosa, tranquilla e gioiosa…
Alcuni atteggiamenti spirituali segno di autentica povertà
Un ulteriore passo vogliamo fare sulla povertà presbiterale: questa va considerata come una virtù non a sé stante, ma intimamente congiunta con i diversi valori ed esigenze della vita del prete, tutti confluenti nell’unica fondamentale dimensione del seguire Cristo nel suo donarsi per amore…
1. Dobbiamo allora parlare di una povertà che è tale perché è obbediente: è infatti condizione per essere disponibili a servire il Vangelo…
2. Dobbiamo anche parlare di una povertà che è tale perché, secondo lo stile di vita del presbitero nella nostra Chiesa latina, è innervata della castità celibataria… Accettare di vivere ogni legame umano con amore intenso e sincero, senza mai lasciarci condizionare da preferenze personali e interessi, che non sia la preferenza del Signore per i “piccoli”…
3. Come preti ambrosiani da sempre noi siamo vicini alla gente. Continuiamo, partecipando agli stessi sentimenti di “compassione” di Cristo Gesù, a lasciarci commuovere dalla pesante condizione dei poveri, dai disagi e dai drammi delle famiglie…
Uno stile di povertà nella vita delle comunità cristiane
C’è ancora un altro aspetto della povertà di noi presbiteri che non possiamo tralasciare: è quello che riguarda la nostra responsabilità nel gestire i beni materiali che sono della Chiesa e che la Chiesa ci affida. E’ una responsabilità da condividere in spirito di comunione ecclesiale con altri, anzitutto con fedeli laici competenti e preparati, in particolare con i membri dei vari consigli per gli affari economici.
1. In concreto occorre praticare esemplarmente la giustizia nella gestione dei beni della Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale, ma come beni, appunto, della Chiesa, dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri. Così come occorre garantire la trasparenza nella loro gestione.
2. In questa prospettiva ecclesiale dobbiamo affrontare il problema della condivisione dei beni non solo tra le persone, ma anche tra gli enti. Non c’è solo una povertà del cristiano e del presbitero; c’è anche una povertà della comunità cristiana che deve esprimersi come condivisione… una equa ridistribuzione dei beni tra i diversi enti ecclesiastici rappresenta un ideale normativo secondo la logica originaria e profonda della Chiesa, che è comunione: una comunione che si esprime non solo nel cuore, ma anche nelle opere, e queste nella loro molteplicità di forme…
Rinnovo per ciascuno di voi le parole di augurio e di benedizione che
Paolo VI ha rivolto alla Chiesa: camminate, poveri, cioè liberi, forti,
amorosi verso Cristo!