La famiglia, la Caritas... il mondo
Per venire incontro alle necessità economiche della nostra parrocchia
La povertà evangelica del presbiterio al servizio della Chiesa
Domenica prossima, con l’inizio del cammino di Avvento, entrerà in vigore il nuovo calendario ambrosiano ed il nuovo ordinamento delle letture festive e feriali.
E’ una occasione per rinnovare la nostra attenzione personale e comunitaria alla Parola che raduna i discepoli del Signore nell’ascolto in vista dello spezzare il pane e fare memoria viva del Signore risorto.
Le letture sono ancora in italiano e questo permette di comprendere quello che si ascolta con immediatezza e di approfondirne i contenuti e di tradurli nella vita, con la grazia dello Spirito santo nella Chiesa.
La giornata del Signore risorto inizia il pomeriggio del sabato: per questo il nuovo lezionario riserva una particolare attenzione alla liturgia vigiliare, che conterrà un solenne annuncio della risurrezione di Gesù nel corso della Messa nei vespri.
Oltre alla lettera del Vescovo, distribuita qualche domenica fa’, è disponibile un pieghevole che viene consegnato ai fedeli alle messe di questa domenica.
Grazie di cuore! A tutte le persone che hanno offerto viveri per le famiglie in difficoltà.
martedì 11 novembre
ore 8.00: Messa
ore 15.30: Incontro formativo. Sarà presente tra noi don Mario Maggioni, nuovo responsabile Caritas decanale.
martedì 18 novembre
ore 9.15 - 12.30: Incontro di riflessione e di preghiera guidato da don DOMENICO PEZZINI
Suore Clarisse - piazza Piccoli Martiri di Gorla.
Tema dell’incontro il libro “L’altro e gli altri” (verso una spiritualità dello incontro).
RITROVO: ore 8.30 sul piazzale della Chiesa.![]()
Messaggio al Popolo di Dio
Ai fratelli e sorelle «pace e carità con fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo con amore incorruttibile». Con questo saluto così intenso e appassionato san Paolo concludeva la sua Lettera ai cristiani di Efeso (6, 23-24). Con queste stesse parole noi Padri sinodali, riuniti a Roma per la XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sotto la guida del Santo Padre Benedetto XVI, apriamo il nostro messaggio rivolto all’immenso orizzonte di tutti coloro che nelle diverse regioni del mondo seguono Cristo come discepoli e continuano ad amarlo con amore incorruttibile.
A loro noi di nuovo proporremo la voce e la luce della Parola di Dio, ripetendo l’antico appello: «Questa parola è molto vicina a te, è sulla tua bocca e nel tuo cuore perché la metta in pratica» (Dt 30, 14). E Dio stesso dirà a ciascuno: «Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico accoglile nel cuore e ascoltale con gli orecchi» (Ez 3, 10). A tutti ora proporremo un viaggio spirituale che si svolgerà in quattro tappe e che dall’eterno e dall’infinito di Dio ci condurrà fino nelle nostre case e lungo le strade delle nostre città.
I. LA VOCE DELLA PAROLA: LA RIVELAZIONE
1. «Dio vi parlò in mezzo al fuoco: voce di parole voi ascoltavate, nessuna immagine vedevate, solo una voce!» (Dt 4,12). È Mosè che parla evocando l’esperienza vissuta da Israele nell’aspra solitudine del deserto del Sinai. Il Signore si era presentato non come un’immagine o un’effigie o una statua simile al vitello d’oro, ma con “una voce di parole”. È una voce che era entrata in scena agli inizi stessi della creazione, quando aveva squarciato il silenzio del nulla: «In principio… Dio disse: Sia la luce! E la luce fu… In principio era il Verbo… e il Verbo era Dio… Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gn 1, 1.3; Gv 1, 1.3).
Il creato non nasce da una lotta intradivina, come insegnava l’antica mitologia mesopotamica, bensì da una parola che vince il nulla e crea l’essere. Canta il Salmista: «Dalle parole del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito… perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Sal 33, 6.9). E san Paolo ripeterà «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4, 17). Si ha, così, una prima rivelazione “cosmica” che rende il creato simile a un’immensa pagina aperta davanti all’intera umanità, che in essa può leggere un messaggio del Creatore: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio» (Sal 19, 2-5).
2. La parola divina è, però, anche alla radice della storia umana. L’uomo e la donna, che sono «immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1, 27) e che quindi recano in sé l’impronta divina, possono entrare in dialogo col loro Creatore o possono da lui allontanarsi e respingerlo attraverso il peccato. La Parola di Dio, allora, salva e giudica, penetra nella trama della storia col suo tessuto di vicende ed eventi: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…, conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa…» (Es 3, 7-8). C’è, dunque, una presenza divina nelle vicende umane che, attraverso l’azione del Signore della storia, vengono inserite in un disegno più alto di salvezza, perché «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4).
3. La parola divina efficace, creatrice e salvatrice, è quindi in principio all’essere e alla storia, alla creazione e alla redenzione. Il Signore viene incontro all’umanità proclamando: «Ho detto e ho fatto!» (Ez 37, 14). C’è, però, una tappa ulteriore che la voce divina percorre: è quella della parola scritta, la Graphé o le Graphaí, le Scritture sacre, come si dice nel Nuovo Testamento. Già Mosè era sceso dalla vetta del Sinai reggendo «in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio» (Es 32, 15-16). E lo stesso Mosè imporrà a Israele di conservare e riscrivere queste “tavole della Testimonianza”: «Scriverai su pietre tutte le parole di questa legge, con scrittura ben chiara» (Dt 27, 8).
Le Sacre Scritture sono la “testimonianza” in forma scritta della parola divina, sono il memoriale canonico, storico e letterario attestante l’evento della Rivelazione creatrice e salvatrice. La Parola di Dio precede, dunque, ed eccede la Bibbia, che pure è “ispirata da Dio “ e contiene la parola divina efficace (cf. 2 Tm 3, 16).
È per questo che la nostra fede non ha al centro solo un libro, ma una storia di salvezza e, come vedremo, una persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne, uomo, storia. Proprio perché l’orizzonte della parola divina abbraccia e si estende oltre la Scrittura, è necessaria la costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità» (Gv 16, 13) chi legge la Bibbia.
È questa la grande Tradizione, presenza efficace dello “Spirito di verità” nella Chiesa, custode delle Sacre Scritture, autenticamente interpretate dal Magistero ecclesiale. Con la Tradizione si giunge alla comprensione, all’interpretazione, alla comunicazione e alla testimonianza della Parola di Dio. Lo stesso san Paolo, proclamando il primo Credo cristiano, riconoscerà di “trasmettere” quello che egli «aveva ricevuto» dalla Tradizione (1 Cor 15, 3-5).
1. La Giornata Diocesana Caritas. Quest’anno si coniuga con il terzo anno che l’Arcivescovo dedica al tema della famiglia, presentata nella sua vocazione ad essere “anima del mondo”. Non solo “chiesa domestica”, luogo primo di comunicazione della fede: la famiglia, ogni famiglia deve imparare a pensarsi come fondamentale esperienza di socialità e quindi portatrice di una missione che riguarda il mondo intero. Questa missione l’Arcivescovo la esprime con il concetto di “anima” che dice ciò che dà vita, che fa crescere. Un concetto particolarmente caro a noi operatori della Caritas, organismo pastorale che opera non certo con l’illusione di risolvere il problema della povertà, ma per essere nella comunità cristiana principio di crescita della sensibilità nei confronti dei poveri e degli ultimi. Animare significa pensarsi al servizio di un mondo che è al di fuori di noi, avere nei confronti di questo mondo uno sguardo di simpatia e di compassione. La famiglia esiste per rendere il mondo, le relazioni tra le persone, simili a quelle che devono intercorrere tra chi - pur nella differente sensibilità se non addirittura nel conflitto - si considera della stessa squadra, a bordo della stessa barca, accomunati dallo stesso destino. Analogamente, la Caritas sta nella comunità cristiana condividendone la stessa missione, senza complessi di superiorità nè lamentazioni sterili, ma con la coscienza di dover svolgere una missione che abbia come destinatario ultimo la coscienza di fede di ogni credente.
2. La mondialità. C’è un rapporto tra famiglia e mondo che il
Convegno dell’8 novembre ci ha aiutato a mettere a tema: quello che ci sfida
a immaginare e sognare i rapporti tra gli stati alla luce delle dinamiche di
una famiglia. L’apparente lontananza di questo obiettivo non ci deve
permettere di rinunciare a coltivare questa sensibilità. È necessario
lasciarci provocare da un orizzonte che non si esaurisce in quello spesso
angusto delle nostre comunità. Contro la tentazione sempre presente di
ripiegarci nella difesa meschina dei nostri interessi e nella paura di chi è
diverso da noi, parlare di una famiglia chiamata ad essere anima del mondo
significa anche coltivare l’apertura alla mondialità, in una concezione di
bene comune che superi ogni particolarismo e si traduca anzitutto nella
doverosa cooperazione internazionale con i popoli tuttora prigionieri della
povertà e del sottosviluppo e nella realizzazione di un interscambio di beni
ispirato a criteri di giustizia e di equità. Mondialità intesa anche come
apertura all’immigrazione, da attuare nella prospettiva dell’integrazione
sociale e del rispetto reciproco dei diritti e dei doveri. Un sentimento di
mondialità che diventa il vero antidoto contro il virus di un settarismo
sempre in agguato che si traduce nella distinzione tra poveri che avrebbero
diritto al nostro aiuto e altri poveri che non se lo meriterebbero.
3. La quotidianità. Per non correre il rischio di volare troppo alto il Convegno Diocesano ci ha offerto straordinari spunti per leggere il compito di animazione dentro le dinamiche tipiche della vita quotidiana. La “quotidianità” è il luogo privilegiato in cui esercitare il nostro servizio di Caritas Ambrosiana, a favore di famiglie normalmente in difficoltà, mettendo in gioco le risorse presenti nelle famiglie normali delle nostre parrocchie. L’animazione del mondo da parte delle famiglie, l’animazione delle comunità cristiane da parte della caritas, diventano possibili solo se ci si mette nella prospettiva di un tessuto da ricostruire o da irrobustire fatto di una solidarietà diffusa, di una sano farci gli affari degli altri che riesca a trasformare il pianerottolo di casa in un luogo di relazione. Ma normalità in questo caso non significa improvvisazione: ci si può prendere cura di famiglie in vario modo affaticate solo se ci si rende disponibili ad un minimo di percorsi formativi che - come Caritas Ambrosiana - offriamo alle comunità che ne faranno richiesta.
In relazione alla situazione economica segnalata alla Comunità dal Consiglio per gli affari economici, mi sono recato dal Vescovo Vicario per la Città e gli ho esposto la nostra situazione, facendogli presente che con le nostre forze non saremmo riusciti ad uscirne.
Ho trovato il conforto di un ascolto molto attento e profondamente umano.
Il Vescovo si è attivato per venire incontro alla Parrocchia e aiutarci a tamponare i debiti immediati. Nel giro di poche settimane ci ha fatto avere la somma di €. 25.000,00 come aiuto straordinario una tantum.
Possiamo così pagare alcuni debiti per i seguenti importi:
+ €. 12.000,00 Punto Luce, 3° acconto impianti nuovo oratorio (fattura del 2006)
+ €. 7.450,00 Elektro Biocalor, per sostituzione riscaldatori guasti nella chiesa
+ €. 4.290,00 La Commerciale Petroli, per gasolio (fattura del marzo 2008)
+ €. 1.756,00 Ceraria Cicogna, per cera chiesa (fatture di giugno 2008)
Per un totale di €. 25.496.00.
Ci rimangono ancora i seguenti debiti, oltre alle spese di gestione ordinaria:
- €. 20.300,50 Punto Luce, residuo impianti nuovo oratorio (fattura del 2006)
- €. 14.000,00 B. Popolare Commercio e Industria, per nuovo oratorio (rate finanziamento)
- €. 3.262,00 Assicurazioni
- €. 2.760,00 Libreria Pime (fatture dal febbraio 2008)
- €. 5.100,00 Tasse modello unico e ICI
- €. 1.271,00 Ceraria Cicogna, per cera chiesa (fatture di settembre 2008)
- €. 4.390,00 La Commerciale Petroli, per gasolio (fattura di novembre 2008)
Per un totale di €. 51.083,50.
Per pagare questo ammontare residuo di debiti possiamo, fare conto solo sulle forze della nostra Parrocchia.
Facciamo appello alla quotidiana generosità di tutti, in particolare in occasione della tradizionale offerta natalizia.
Esprimiamo vivissima riconoscenza a monsignor Erminio De Scalzi e alla Diocesi per la tempestiva sensibilità e, incoraggiati da questo aiuto prezioso, ci impegnamo a fare la nostra parte, anche con i risparmi sui costi di gestione che stiamo mettendo in atto.
Per quanto riguarda il sagrato della chiesa, le cui perdite danneggiano la struttura e allagano le aule, su indicazione del Vescovo, abbiamo presentato domanda per accedere all’utilizzo di fondi dall’otto per cento degli oneri di urbanizzazione comunali che potranno venire disponibili nel 2010.
don Piero
Solennità di san Carlo Borromeo - Omelia - Duomo di Milano - 4 novembre 2008
Carissimi,
in questa solenne celebrazione sentiamo come particolarmente vicino a tutti noi san Carlo Borromeo. E’ presente con le sue spoglie mortali, ma ancor più con il dono della sua preghiera, con la luce della sua parola, con la forza del suo esempio.
In lui troviamo, ci dice la liturgia, uno «specchio di vita» e un «modello di giustizia». E in questo specchio luminoso desidero oggi soffermarmi con voi, confratelli sacerdoti, a contemplare la povertà evangelica del Borromeo.
San Carlo, luminoso esempio di povertà evangelica
Dalla storia conosciamo l’importanza e la ricchezza della sua famiglia, ma anche come san Carlo seppe rinunciare a molti dei privilegi che gli erano dovuti per mettersi al servizio della Chiesa, nel segno di una vera e grande libertà anche rispetto ai beni materiali…
Una povertà, quella del Borromeo, intrecciata con la carità, con il dono delle sue cose e di se stesso ai tanti bisognosi che incontrava. Numerosissimi al riguardo sono gli esempi e gli atteggiamenti nella vita del santo, alcuni dei quali ci sono stati ricordati nella biografia proclamata durante questa liturgia. Basti una sola citazione tratta dall’elogio funebre fatto dal Panigarola: «Della ricchezza Carlo conobbe soltanto ciò che un cane riceve dai suoi padroni: acqua, pane, paglia»…
Ma dove sta il segreto della povertà di san Carlo? Lo troviamo guardando al suo essere sacerdote. Egli infatti visse il distacco dai beni non solo come un momento della propria ascesi personale, ma anzitutto come atteggiamento sacerdotale, richiesto cioè per riversare sui fedeli a lui affidati - per usare di nuovo le parole della liturgia - quel «fuoco di carità immensa» che è proprio del «solerte pastore».
Del resto san Carlo ritornò più volte nelle sue omelie sul necessario legame che deve intercorrere tra il sacramento dell’ordine e la povertà, tra il sacerdozio e questa virtù, meglio questa beatitudine evangelica…
La Chiesa… è quella comunità aperta alla carità che sotto san Carlo è
diventata la Chiesa di Milano, con 24 associazioni benefiche che aiutavano
circa 100.000 poveri e con ben 32 istituzioni, case od ospizi, destinati a
provvedere nei modi più diversi ai bisognosi.
E così, se vogliamo seguire l’esempio di san Carlo, dobbiamo interrogarci
anche noi oggi sul significato di una povertà evangelica posta al servizio
di una Chiesa animata dalla carità. Una domanda, questa, che sollecita
anzitutto noi sacerdoti, chiamati a vivere la povertà specifica del nostro
ministero.
Certo, nella Chiesa tutti i fedeli sono chiamati alla povertà, sia pure in modi e gradi differenti tra loro, come avviene per il monaco o l’eremita o il laico sposato. Ma è altrettanto vero che al presbitero è donata come grazia e richiesta come impegno una forma propria di povertà, che peraltro riceve una luce più grande dal suo rimanere inserita nel cammino evangelico comune di tutti i fedeli: una infatti è la Chiesa, la Chiesa discepola del Cristo povero.
La povertà evangelica del presbitero: origine e significato
Soffermiamoci ora a considerare la povertà, partendo dal fatto che la nostra vita di sacerdoti è stata ed è segnata dallo sguardo d’amore di Gesù.
E’ uno sguardo che ci ha resi liberi per seguire il Signore, imitando così i primi discepoli che «lasciarono tutto e lo seguirono» (Luca 5,11).
E noi seguiamo Gesù, il buon Pastore, colui che «dà la vita per le pecore» (Giovanni 10,14). A questo dunque siamo chiamati: a fare della nostra vita un dono, con un atto di libertà che non calcola ciò che lascia, ma si stupisce per essere stato chiamato a tanto. In realtà, solo con il coraggio che nasce da una grande libertà interiore possiamo seguire il Signore e relativizzare tutto a Cristo, disponendoci anche ad essere poveri come lui volle esserlo (Filippesi 4,12-13).
Così manifestiamo chiaramente che solo in Cristo noi riponiamo tutta la nostra fiducia e speranza, solo per lui noi spendiamo la nostra vita. Non riconosciamo altro signore all’infuori di lui. Non viviamo l’affanno della ricerca di altre e diverse garanzie, perché solo la comunione con lui è la nostra vera e sovrabbondante sicurezza.
E così, come discepoli liberi e poveri, potremo aprirci e coinvolgerci pienamente ad accogliere la missione di annunciare il Vangelo… In una parola, la nostra povertà manifesta a tutti che siamo persone che dipendono in tutto e per tutto da Gesù, unico Signore e unico nostro tesoro!...
La povertà del presbitero potrà dire il suo essere pastore pieno di amore per il popolo di Dio. E’ una povertà tenera verso la sofferenza, sempre pronta a prestare o a donare, rifuggente da calcoli, generosa, tranquilla e gioiosa…
Alcuni atteggiamenti spirituali segno di autentica povertà
Un ulteriore passo vogliamo fare sulla povertà presbiterale: questa va considerata come una virtù non a sé stante, ma intimamente congiunta con i diversi valori ed esigenze della vita del prete, tutti confluenti nell’unica fondamentale dimensione del seguire Cristo nel suo donarsi per amore…
1. Dobbiamo allora parlare di una povertà che è tale perché è obbediente: è infatti condizione per essere disponibili a servire il Vangelo…
2. Dobbiamo anche parlare di una povertà che è tale perché, secondo lo stile di vita del presbitero nella nostra Chiesa latina, è innervata della castità celibataria… Accettare di vivere ogni legame umano con amore intenso e sincero, senza mai lasciarci condizionare da preferenze personali e interessi, che non sia la preferenza del Signore per i “piccoli”…
3. Come preti ambrosiani da sempre noi siamo vicini alla gente. Continuiamo, partecipando agli stessi sentimenti di “compassione” di Cristo Gesù, a lasciarci commuovere dalla pesante condizione dei poveri, dai disagi e dai drammi delle famiglie…
Uno stile di povertà nella vita delle comunità cristiane
C’è ancora un altro aspetto della povertà di noi presbiteri che non possiamo tralasciare: è quello che riguarda la nostra responsabilità nel gestire i beni materiali che sono della Chiesa e che la Chiesa ci affida. E’ una responsabilità da condividere in spirito di comunione ecclesiale con altri, anzitutto con fedeli laici competenti e preparati, in particolare con i membri dei vari consigli per gli affari economici.
1. In concreto occorre praticare esemplarmente la giustizia nella gestione dei beni della Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale, ma come beni, appunto, della Chiesa, dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri. Così come occorre garantire la trasparenza nella loro gestione.
2. In questa prospettiva ecclesiale dobbiamo affrontare il problema della condivisione dei beni non solo tra le persone, ma anche tra gli enti. Non c’è solo una povertà del cristiano e del presbitero; c’è anche una povertà della comunità cristiana che deve esprimersi come condivisione… una equa ridistribuzione dei beni tra i diversi enti ecclesiastici rappresenta un ideale normativo secondo la logica originaria e profonda della Chiesa, che è comunione: una comunione che si esprime non solo nel cuore, ma anche nelle opere, e queste nella loro molteplicità di forme…
Rinnovo per ciascuno di voi le parole di augurio e di benedizione che
Paolo VI ha rivolto alla Chiesa: camminate, poveri, cioè liberi, forti,
amorosi verso Cristo!