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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 31   1 novembre 2008


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- INDICE -

Santi e defunti, uno sguardo a tutto campo sulla vita

Ottava dei defunti: messa delle ore 18.00

Sinodo dei Vescovi

Famiglia diventa anima del mondo

Scuola, il timore diffuso

Gli ambrosiani a Roma dal Papa


SANTI E DEFUNTI, UNO SGUARDO A TUTTO CAMPO SULLA VITA

La Chiesa in cammino sulla terra ha lo sguardo rivolto all’Uomo Gesù Cristo, Figlio di Dio, che con la sua umanità, cioè da vero uomo e nostro fratello, ci offre la possibilità di preziose intuizioni sul senso del vivere umano.

Orientare il cuore e la mente a quanti veneriamo come santi e a coloro dai quali la morte ci ha distaccato, ci permette poi di volgere uno sguardo a tutto campo sul mistero della vita per coglierne le dimensioni alla luce della vita morte e risurrezione di Gesù.

Già quanto accade ora sotto i nostri occhi ci risulta spesso complesso e misterioso: sperimentiamo e conosciamo una pluralità di fattori che, presi uno per uno, hanno una loro logica, ma che non riusciamo pienamente a comporre in unità e ad armonizzare tra di loro: ci mancano dei tasselli che e ce ne sono di quelli che avanzano…

Quando poi pensiamo alla morte in generale, o alla partenza da noi di qualche persona conosciuta, o addirittura al distacco dai nostri cari, il mistero rischia di farsi più fitto e ci troviamo di fronte a qualcosa di incomprensibile che può inquietarci a volte fino all’angoscia.

La considerazione dei Santi e dei Morti che, come dice Gesù, sono vivi presso il Dio vivente, ci invita di cogliere l’esistenza umana nella sua interezza che va oltre la durata biologica della vita.

La vita che ci è donata ha un suo inizio nel tempo, si volge tra gioie e fatiche, speranze e sofferenze, bene e male, fino a un termine, la morte, che pone fine al nostro cammino terreno, ma non è la fine della persona.

La vita va oltre la morte. Gesù Cristo risorgendo introduce ogni essere umano che esplicitamente o implicitamente si rivolge a Lui, nel secondo tempo dell’esistenza, quello della pienezza del bene che il Padre ha preparato per i suoi figli. Insieme con il Signore risorto, noi viviamo oggi il presente e in seguito parteciperemo della piena comunione con Dio: così la nostra vita si svolge ora con Gesù in una relazione di amore-carità vissuta nella fede destinata a divenire una relazione di amore-carità nella visione della sua persona.

Questo sguardo a tutto campo sulla vita, riporta le nostre esperienze alla loro verità più profonda e ci offre dei parametri per valutare la rilevanza di quanto viviamo con sano equilibrio. Se l’esistenza fosse tutta “al di là” non varrebbe la pena investire appassionatamente nel presente, se fosse tutta “di qua” la dimensione ideale della nostra umanità non avrebbe il supporto della speranza e ci troveremmo in un desolato grigiore senza sbocco, aperto a tutti i possibili accanimenti.

Solo la consapevolezza dell’unità inscindibile tra i due tempi della vita offre la possibilità di vivere in pienezza, nella ricerca di tutto ciò che è vero, giusto, buono, nobile e degno. I Santi e i Morti sono testimoni sono testimoni di quanto la risurrezione di Gesù ci porta in dono.

 


OTTAVA DEI DEFUNTI: messa delle ore 18.00


SINODO DEI VESCOVI

Nel cuore della Parola di Dio, il mistero della Chiesa

La Chiesa nel suo essere mistero del Corpo di Gesù si trova ad avere nella Parola l'annuncio della sua identità, la grazia della sua conversione, il mandato della sua missione, la fonte della sua profezia e la ragione della sua speranza. Essa è costituita intimamente dal dialogo con lo Sposo e resa destinataria e testimone privilegiata della Parola amorosa e salvifica di Dio.

Appartenere sempre di più a questo “mistero” che fa la Chiesa è l'esito giusto dell'ascolto della Parola di Dio, perciò l'incontro continuo con essa è causa del suo rinnovamento e sorgente di «una nuova primavera spirituale.

D'altra parte la viva coscienza di appartenere alla Chiesa, Corpo di Cristo, sarà effettiva nella misura in cui si potranno articolare in maniera coerente i diversi rapporti con la Parola di Dio: una Parola annunciata, una Parola meditata e studiata, una Parola pregata e celebrata, una Parola vissuta e propagata.

Per questa ragione nella Chiesa la Parola di Dio non è deposito inerte, ma diventa regola suprema della fede e potenza di vita, progredisce con l'assistenza dello Spirito Santo e cresce con la riflessione e lo studio dei credenti, l'esperienza personale di vita spirituale e la predicazione dei Vescovi. Lo testimoniano, in particolare, gli uomini di Dio, che hanno abitato la Parola.

È evidente che la prima missione della Chiesa è quella di trasmettere la Parola divina a tutti gli uomini. La storia attesta che ciò è avvenuto e continua ad avvenire oggi, dopo tanti secoli, tra diversi ostacoli, ma anche con feconda vitalità.

Oggetto di permanente riflessione e di fedele attuazione sono le parole iniziali della Dei Verbum: «In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia». Esse riassumono in sé l'essenza della Chiesa nella sua duplice dimensione di ascolto e di proclamazione della Parola di Dio. Non vi è nessun dubbio: alla Parola di Dio spetta il primo posto. Soltanto per suo tramite possiamo comprendere la Chiesa. Essa si definisce come Chiesa che ascolta. È nella misura in cui ascolta che essa può anche essere una Chiesa che proclama. Afferma il Santo Padre Benedetto XVI: «la Chiesa non trae la sua vita da se stessa, ma dal Vangelo ed è a partire dal Vangelo che essa non cessa di orientarsi nel suo peregrinare».

Attenzioni particolari e risvolti concreti

Dalla Parola di Dio la comunità cristiana si sente generata e rinnovata a scoprire il volto di Cristo. Chiara e perentoria è l'affermazione di San Girolamo: «Ignoratio enim Scripturarum, ignoratio Christi est» ( = chi non conosce le Scritture non conosce Cristo).

Ricordiamo alcune urgenze pastorali emerse dalle risposte dei:


FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO

5° capitolo: “Una famiglia per la città”

Come la famiglia diviene anima della città? Le famiglie non sono altro rispetto alla città, ma soggetti aperti a relazioni, soggetti educativi di primaria importanza, occasione di sostegno per altre famiglie nel disagio. Le famiglie hanno un ruolo unico per umanizzare la città, per favorire l’inserimento delle coppie giovani che iniziano la loro avventura familiare in un territorio nuovo, per integrare gli immigrati che chiedono di divenire cittadini. Per raggiungere questi traguardi, il testo incoraggia l’associazionismo familiare nelle sue diverse forme.

Ma la famiglia non può agire da sola. Istituzioni sociali e la famiglia invocano un reciproco riconoscimento e devono aprirsi a una intensa collaborazione, in attuazione del principio di sussidiarietà. Una vera solidarietà tra società civile e famiglia permette la costruzione di una società più giusta e permette alla famiglia di promuovere la sua più profonda identità. La famiglia ha un grande ruolo anche per rendere più abitabile la città, costruendo reti di relazione, aprendosi all’accoglienza, dando un volto ai quartieri, custodendo l’ambiente...

La famiglia nella città: tra Babele-Babilonia e Gerusalemme

In quest'ultimo tratto del Percorso pastorale vorrei riflettere con voi sul rapporto tra la famiglia e la città, considerata quest'ultima come emblema della vita sociale…

Città, nella Bibbia, è per eccellenza Babele, espressione del tentativo collettivo dell'uomo di rendersi simile a Dio. Nella sua assoluta autonomia, l'uomo vuole costruire una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, per farsi un nome e non disperdersi sulla terra. È il segno dell'audace pretesa del libero arbitrio dell'uomo che vuole affermarsi da solo, in . alternativa a Dio, ma che così facendo provoca soltanto divisione e dispersione.

Babele-Babilonia è una presenza che percorre tutta la Sacra Scrittura: è la città nemica di Dio, la città che distrugge il popolo di Dio e la sua città, Gerusalemme; è la "grande prostituta" che con i suoi commerci, le sue ricchezze, le sue fascinazioni corrompe i popoli e li allontana da Dio.

Contrapposta a Babilonia è Gerusalemme, la città di Davide, luogo della Pasqua di Gesù e anticipo simbolico della pienezza della vita celeste, la "città sposa" che si contrappone alla "città prostituta". Non ha bisogno di un tempio particolare perché in essa dappertutto c'è il Signore e l'Agnello stesso è il suo tempio: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello». In Gerusalemme si consuma l'amore, si ha la presenza di Dio, si riceve lo Spirito, si impara la carità. Da Gerusalemme si parte per andare in tutto il mondo e si ritorna, perché tutti i popoli in essa hanno la loro meta.

Le nostre città sono contemporaneamente Babele- Babilonia e Gerusalemme. Sono luogo di vita attiva, di scambi culturali e commerciali, intreccio di relazioni fitte e audaci, orgogliose e povere insieme, luogo di contraddizioni dove coesistono miseria e benessere, dove si possono trovare i grandi segni della presenza di Dio accanto ai tristi e vistosi luoghi della sua mancanza. In esse coesistono l'esibizione di ogni spettacolarità e insieme la nascosta sofferenza degli invisibili e degli irrilevanti; dove si incontrano il più totale impegno e il più squallido disinteresse, dove convivono prossimità e anonimato.

Ora il Percorso pastorale ci chiede di interrogarci su come la famiglia è e deve essere "anima della città": ma in questa città che cosa possono fare le famiglie? Le famiglie non sono un'altra cosa rispetto alla città, perché la abitano e ne costituiscono, al di là di case, strade e uffici, il tessuto reale. E che la città sia più Babele- Babilonia o sia invece Gerusalemme, dipende in buona misura dalle famiglie, dalle persone che la vivono. Certamente, la città ha anche un aspetto strutturale che trascende le persone e le famiglie e sembra sfuggire alla possibilità di una loro azione. Si dice spesso che le città moderne sono quasi ingovernabili e che le stesse istituzioni in esse sono ormai una realtà debole e hanno ormai rinunciato a un intervento complessivo, a partire dalla programmazione, dello stesso tessuto edilizio della città. La cosa sembra meno grave nei centri più piccoli, ma anch'essi sono spesso integrati in un'immensa megalopoli e, comunque, non sfuggono ai modelli "urbani" trasmessi dalla cultura globalizzata.


SCUOLA, IL TIMORE DIFFUSO

Alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, Luciano Corradini, presidente dell’Associazione italiana docenti universitari, sottolinea:

«Urge un vero incontro tra due “culture” diverse di scuola»

In concomitanza con l’approvazione al Senato del decreto Gelmini, occupazioni, autogestioni, sit-in, agitazioni e manifestazioni sono in corso nelle scuole e nelle università , tra le altre città, a Roma, Milano e Napoli. Culmineranno nello sciopero generale (e relativa manifestazione nazionale) del 30 ottobre. Con Luciano Corradini, pedagogista, presidente dell'Associazione italiana docenti universitari, abbiamo parlato delle modalità e delle motivazioni della protesta studentesca.

Protestano insieme studenti, docenti e, in qualche caso, anche genitori...

In effetti questa è una novità della protesta in corso nelle scuole e nelle università. A fare da piccolissimo detonatore è stato il fatto che il disegno di legge ha recato tra le sue evidenze il voto in condotta, in realtà in qualche modo già presente nell’ambito dello Statuto delle studentesse e degli studenti di dieci anni fa, e poi rinnovato con inasprimenti di carattere disciplinare nel 2007, che prevedono la possibilità di sospendere i ragazzi per più di 15 giorni e poi di far perdere loro l’anno.

Uno degli aspetti che può aver insospettito gli studenti è che si tratti di una manovra repressiva, e in questi casi tende a scattare la solidarietà. L’aria però era già abbastanza carica: avendo un futuro molto incerto, quando si rischiano di perdere alcuni “benefici” del presente gli studenti vedono minacciato il loro status di sicurezza.

Il timore più diffuso è che ci siano pochi soldi, e che gli adulti - con l’idea dell’ autonomia che ormai circola da diversi anni - vogliano in realtà privatizzare la scuola.

La possibilità, inoltre, per le università di trasformarsi in fondazioni, per ricevere quattrini anche dal mercato, ingenera nella popolazione il timore che lo Stato abbandoni le istituzioni pubbliche per valorizzare il privato, lasciando di fatto gli studenti al loro destino.

È d’accordo con chi afferma che, se nel 1968 i giovani protestavano contro un’eredità del passato, considerata negativa, oggi protestano contro chi “ruba” loro il futuro?

Certamente i giovani di oggi sono stati in gran parte depredati del futuro, perché le nostre generazioni hanno speso anche quello che non avevano: basti pensare al problema del debito pubblico. Di fronte alle pensioni a rischio, al “posto fisso” diventato un sogno, alla difficoltà di farsi una famiglia o di godere di una certa tranquillità almeno nel presente, le nuove generazioni s’inquietano.

È anche vero che da noi, anche tra gli insegnanti, esiste una certa cultura che si culla nell’esistente, piuttosto che tentare le strade di un’innovazione rischiosa: quello che, tuttavia, colgono soprattutto gli studenti è il segnale che, se si attacca l’istituzione educativa pubblica, devono cominciare a temere anche loro, perché si minaccia il loro status. Perde rilevanza la scuola pubblica, e così l’unica alternativa sono le scuole all’estero o quelle private.

Il presidente Napolitano ha rivolto un appello alla responsabilità: ci sono ancora, secondo lei, i margini per un “dibattito pubblico” sulla scuola?

Il vero punto è che tra la cultura di sinistra più responsabile e quella di destra più illuminata finora non c’è stato un vero incontro: l’abitudine prevalente è ormai soltanto quella a delegittimare la parte avversa. Manca, in altre parole, l’autorevolezza sufficiente di una famiglia - per usare una metafora - che si metta d’accordo sulle priorità, nel fare sacrifici, in modo da ristabilire un clima di fiducia. In altre parole, dovremmo avere maggiore forza politica, il che implica anche idee sufficientemente chiare sul da farsi, consapevolezza di rischi e sacrifici, ma nello stesso tempo impegno ad andare avanti con coraggio, cercando intese con gli altri.

Lo scenario che sembra profilarsi è invece quello di una battaglia politica per portare a termine un’operazione: c’è una sconnessione, insomma, tra il momento politico decisionale e le problematiche concrete su cui occorre trovare una soluzione.

Governare non vuol dire farsi la propria scuola: sicuramente la riforma della scuola va portata avanti, ma in casi come questi esiste uno “stile” che diventa sostanza”.

Da dove ripartire?

Per esempio, da una sorta di “alfabetizzazione civile”. L’occasione da cogliere potrebbe essere quella dell’introduzione - nelle scuole di ogni ordine e grado - della nuova materia “Cittadinanza e Costituzione”. È una sperimentazione che interessa tutti gli istituti, dalla materna alle superiori, ed è prevista una mobilitazione di tutti gli Uffici scolastici, anche attraverso corsi a distanza d’intesa con i costituzionalisti.
L’obiettivo è capire come si fa nella scuola a studiare la Costituzione nella prospettiva delle competenze da offrire ai ragazzi, sia a livello di conoscenze, sia a livello di atteggiamenti e di motivazioni. La Costituzione non serve solo per dire no al bullismo: è un “tesoro di famiglia” non ancora abbastanza utilizzato.
 


GLI AMBROSIANI A ROMA DAL PAPA

Carissimi confratelli,

sabato scorso ho avuto modo di anticipare ai chierichetti, riuniti per il loro meeting a Desio, un annuncio che mi sta a cuore.

Desidero consegnare personalmente nelle mani del Santo Padre i primi due volumi del nuovo Lezionario ambrosiano; per questo ho deciso di partecipare a Roma all'udienza generale di mercoledì 12 novembre.

Intendo esprimere con questo gesto l'affetto e la venerazione che noi ambrosiani abbiamo per il Santo Padre (ubi Petrus, ibi Ecclesia Mediolanensis), chiedere che sia Lui a benedire questo nuovo inizio, così importante e promettente per il cammino della nostra Chiesa, assicurargli il nostro impegno a fare del nostro rito non un geloso tesoro, ma un dono per l'intera Chiesa, e dunque vivere un momento di intensa e visibile comunione con la Chiesa che è in Roma e con il successore di Pietro.

Vorrei per questo che ad accompagnarmi, oltre a una delegazione istituzionale composta dalla Congregazione del Rito ambrosiano e al Consiglio Episcopale Milanese, ci fosse anche una significativa rappresentanza del popolo di Dio, penso in particolare agli animatori della liturgia, lettori, chierichetti, cantori, responsabili delle commissioni liturgiche.

Vi invito per questo anche se i tempi sono un po' stretti, a coinvolgere almeno qualcuno dei vostri fedeli e a fare riferimento al sito internet della Diocesi e all'Agenzia Duomo viaggi per i dettagli tecnici.

Nel pomeriggio del 12 novembre celebrerò solennemente con tutti i pellegrini una S. Messa presso la basilica di S. Paolo fuori le Mura: il pellegrinaggio lampo a Roma sarà dunque occasione anche per vivere un intenso momento di preghiera per l'Anno Paolino. Vi confido infide che ho chiesto al Santo Padre di rivolgere una parola a tutti i fedeli di rito ambrosiano nell'Angelus di domenica 16 novembre. Invitate pertanto i vostri fedeli a mettersi in attento ascolto attraverso i numerosi mezzi di comunicazione.


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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