Cineforum/ Il vento fa il suo giro
Famiglia diventa anima del mondo
Milano nascosta: favelas in città

venerdì 24 ottobre 2008, ore 21.00
IL VENTO FA IL SUO GIRO
ITALIA 2005 - regia di Giorgio Diritti
con: Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni
Foresti
Un ex professore decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia – una moglie e tre figli - in un paesino di poche anime, sulle montagne, per poter vivere secondo natura. Nella diffidenza generale, Philippe e sua moglie vivono di pastorizia, cercando di raggiungere quel difficile equilibrio con le cose del mondo e con gli anziani abitanti del posto.
Ma le rivoluzioni raramente riescono e anche stavolta, esauriti gli entusiasmi iniziali, scattano diffidenze, invidie, rancori. A senso unico: perché saranno i valligiani a prendere l'opportunità per una minaccia, fino a costringerlo a ripartire.
Girato interamente nelle valli occitane del Piemonte, con molti attori non professionisti, "E l'aura fai son vir" - questo il titolo occitano del film - si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura che corre nei prati simulando il gesto del volo.
Questa pellicola, senza scomodare miti e profeti, ha la forza di un trattato antropologico, ma senza perdersi nella retorica dei buoni sentimenti, sottolineando piuttosto come la vita si componga di sensazioni contrastanti e sgradevoli, in un cinismo che contagia, ma rende liberi da pregiudizi e ipocrisie.
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A Roma
A Roma, Paolo è agli arresti domiciliari: gli viene concesso di abitare in una camera affittata ed e sorvegliato da una guardia. Tuttavia può avere contatti con i cristiani di Roma, li può incontrare e ricevere. Paolo continua a diffondere il Vangelo, scrive lettere alle comunità che ha fondato, sostiene e incoraggia tutti a seguire l'esempio di Gesù. Degli ultimi anni della vita di Paolo non sappiamo molto. Sembra che sia stato liberato e forse riuscì a raggiungere la Spagna come era suo desiderio.
Probabilmente tornò anche a Efeso. Poi Paolo venne di nuovo arrestato e ricondotto a Roma. È il 66 e questa volta Paolo viene condannato a morte perché è cristiano. Infatti questo è un momento molto duro per i cristiani: nell'impero romano le persecuzioni si susseguono e i cristiani vengono arrestati, i loro beni confiscati e, se non ritrattano la fede cristiana facendo un sacrificio alle divinità romane, vengono uccisi.
Paolo, che anni prima andava in cerca dei cristiani per farli arrestare, darà la sua vita pur di non rinnegare la sua fede in Gesù.
Il suo martirio avviene probabilmente nell'anno 67. Con lui il Vangelo ha toccato i confini dell'impero romano e soprattutto la sua capitale. In una delle sue lettere leggiamo: «Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Non lasciatevi vincere dal male, ma vincete con il bene il male».
Il cardinale Tettamanzi, nell’omelia nel corso del solenne Pontificale dell’8 settembre con cui si è aperto l’anno pastorale, ha rivolto un passaggio al Sinodo dei vescovi e ha dedicato alla Parola di Dio un tratto della meditazione “Il seminatore uscì a seminare”, all’interno della lettera “Famiglia diventa anima del mondo” (pag. 18, n.5).
«La parola di Dio non viene mai meno - sottolinea l’Arcivescovo nel testo -. L’amore di Dio rimane per sempre. Instancabile, il seminatore ogni giorno esce a seminare. Gesù con la sua parola semina l’amore di Dio, in ogni terreno, per ogni persona, per tutta l’umanità. Verso Gesù oggi accorre ancora una folla immensa, gente di ogni città e di ogni razza. Il seme della parola di Dio non mancherà mai».
«Il dono è per tutti, non solo per noi. È per ogni famiglia, per ogni uomo e per ogni donna che si vogliono bene; per ogni mamma che ama e che soffre, per ogni figlio che nasce, per ogni papà che pensa a sua moglie, ai suoi figli e lavora per loro - continua il Cardinale -. L’amore di Dio è per ogni persona che è sola, per ogni fratello, per ogni straniero, per quelli che vengono in chiesa e per coloro che incontriamo sulle strade».
Prosegue il testo: «La parola di Dio suscita domande nel cuore di tutti: coloro che l’ascoltano si interrogano sul senso della vita, sul dolore e sulla morte. La parola di Dio illumina l’amore e rende il matrimonio cristiano un segno di indistruttibile fedeltà. Ma è vicina anche a coloro che soffrono a motivo di relazioni di amore difficili, a coloro che sono preoccupati per l’educazione dei figli, per le concrete condizioni di vita e di lavoro».
«La parola di Dio cade dappertutto, in ogni situazione, nel cuore di ogni persona - conclude il passaggio il Cardinale -, penetra in chi è vicino e in chi è lontano; è un seme fecondo che ogni famiglia deve seminare intorno a sé per il mondo intero. La parola di Dio illumina l’esistenza».
Il lavoro della donna... i servizi sociali necessari...
Una parola specifica devo riservare al lavoro della donna. In diverse occasioni sono colpito dai tanti sacrifici cui molte donne si sottopongono a motivo del loro lavoro. Con le conseguenze che tutti conosciamo: le responsabilità professionali, l'indispensabile dedizione alla casa, la cura amorevole e necessaria per l'educazione dei figli non poche volte diventano un ostacolo, quando non un freno, nella coltivazione della loro vita individuale, sia nella sfera più affettiva come in quella più propriamente culturale e spirituale.
Se per certi aspetti il lavoro di una donna può essere considerato oggi indispensabile, sia per lo sviluppo della propria personalità che per affrontare il costo della vita, occorre riconoscere che sulla donna gravano spesso l'onere di un doppio lavoro, domestico e professionale.
Si rivela allora di grande importanza affettiva e pratica il sostegno del marito nei compiti educativi e nella collaborazione domestica. E aggiungiamo che sempre più frequentemente è davvero prezioso e ammirevole l'aiuto disinteressato dei nonni.
Non va dimenticato, poi, che spesso i problemi delle famiglie si aggravano non solo perché non si dispone di risorse economiche sufficienti, ma anche perché non si dispone di servizi sociali necessari, quali ad esempio l'asilo nido, l'accoglienza dei figli per raccordare i tempi della scuola a quelli del lavoro, l'attenzione agli anziani soli o in difficoltà, l'impegno di lavoro per i disabili...
Di fronte a questi problemi che intaccano il corretto rapporto tra famiglia e lavoro si deve riconoscere e sollecitare, secondo la dottrina sociale della Chiesa, il giusto ruolo delle istituzioni: è quello di servire la famiglia, non viceversa.
In questa prospettiva emerge la necessità che siano più concretamente incoraggiate le forme di lavoro compatibile con le esigenze familiari, l'impresa familiare, l'associazionismo e la solidarietà tra famiglie, l'apporto e la rappresentanza sindacale.
L'enciclica “Centesimus annus”, dieci anni dopo la “Laborem exercens”, considerava «urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l'assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell'educazione dei figli sia nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti tra le generazioni».
È iniziato questo giovedì il cammino parrocchiale per i fidanzati che si preparano alla scelta del sacramento del Matrimonio.
Le prime coppie che si sono incontrate, hanno considerato insieme alcune ipotesi per il loro cammino. Nel prossimo incontro rifletteremo insieme ad alcuni sposi sui valori e le motivazioni che conducono alla scelta del Sacramento.
Per comune decisione, il prossimo incontro sarà lunedì 17 novembre alle 20.45.
Drammatiche condizioni di vita per migliaia di disperati che vivono vicino alle nostre case di Pino Nardi
Anche Milano ha le sue favelas. La città che tra sette anni ospiterà l’Expo e sarà sotto i riflettori di tutto il mondo registra molte zone da Terzo mondo. Da anni la società milanese più impegnata, a partire dalla Chiesa ambrosiana nelle sue diverse articolazioni, ha lanciato l’allarme. Eppure la situazione non è certo migliorata.
Lo evidenzia anche una mappa redatta dalla polizia municipale con le zone di sofferenza della metropoli, concentrate soprattutto nelle periferie. Aree dimesse, case abbandonate, campi nomadi non autorizzati, baraccopoli ospitano in mezzo a un degrado disumano migliaia di persone. E ogni tanto ci scappa il morto, come nel caso di Sesto San Giovanni.
«È forte la nostra indignazione, perché continuano a esserci situazioni in cui si costringe la gente a vivere come topi tra i topi - afferma suor Claudia Biondi, della Caritas Ambrosiana -. La politica degli sgomberi non ha cambiato niente, tranne che causare un peggioramento delle condizioni di tante persone, perché poi tutto è ritornato come prima». Infatti gli abusivi scacciati forzosamente si sono poi spostati da una zona all’altra.
Non è questa la strada per affrontare seriamente la situazione. «Infatti finora la risposta ai problemi è stata spesso solo lo sgombero, il grido “allontaniamoli”. Ma la vera questione non è salvaguardare lo spazio - continua suor Claudia -. Per noi il vero valore invece sono le persone, quella gente che comunque ha diritto di vivere. Certo, non quello a delinquere o a occupare. Noi non sosteniamo l’illegalità e nemmeno difendiamo l’occupazione abusiva. Noi invece siamo dalla parte della vita di queste persone, che sono in condizioni disastrose».
Si tratta di rom, richiedenti asilo, gente che arriva da situazioni di grande difficoltà, rumeni, ucraini, presenze del Nord Africa. «C’è chi dice che in questo modo vivono in Africa, in Romania o in Ucraina, senza acqua e senza luce e in mezzo ai topi - ricorda -. Non è accettabile nemmeno lì, figurarsi a Milano, che è capitale economica del Paese, dove la condizione di vita è di un altro livello. Sinceramente è ancora di più una botta allo stomaco. Allora ci possiamo permettere di lasciare le cose così? No, credo che non si possa abbassare la guardia».
La Chiesa è a fianco della persona, del più debole, del reietto dalla società. È la sua missione da sempre. «Ma spesso chi sta dalla parte di questi poveri viene attaccato perché mostra la propria indignazione. È estremamente importante che si ribadisca che tutto questo non è ammissibile. Non si può accettare che ci siano persone che vivano in queste condizioni, a Milano così come a Sesto San Giovanni».
Il fenomeno migratorio è strutturale, bisogna averne coscienza. «Già all’inizio degli anni Ottanta, con le prime avvisaglie, si diceva che con la globalizzazione si sarebbero spostate - oltre che le merci - anche le persone. Ma in tutto questo tempo non si è riusciti a mettere in atto politiche virtuose - sottolinea suor Claudia -. Oggi tutti gli studiosi a livello mondiale dicono che questo fenomeno dello spostamento di popolazioni è inarrestabile. Quindi bisogna mettere in moto risposte che non siano esclusivamente repressive, di difesa, di blocco, perché non funzionano. Quindi o tentiamo di dare risposte serie oppure vivremo una condizione peggiore, non solo per chi arriva, ma anche noi. Saremo in perenne emergenza, disagio e sofferenza».
Non sono belle parole di anime pie, come qualche cinico a oltranza può pensare. Ma la voce di chi da sempre cammina accanto agli ultimi. Occorrono risposte politiche adeguate, dando dignità a queste persone, avviando percorsi di integrazione, sostenendo il bisogno abitativo, inserendo i bambini a scuola, dando qualche chance agli adulti per lavori, che magari gli italiani ormai disprezzano. Occorrono tempi lunghi, ma se mai si comincia con decisione...
«Lo abbiamo già detto anni fa in uno dei nostri seminari: la sicurezza è nei servizi - precisa l’esponente della Caritas -. La vera sicurezza per tutti, per la città, per me cittadina di Milano, è sapere che esistono servizi a cui mi posso rivolgere e che diano risposte a me, ma anche a chi è in una situazione di difficoltà, anche se è clandestino». Perciò è necessario un coordinamento, perché il problema non è solo di Milano, ma anche della provincia, «come a Legnano con diverse occupazioni, a Busto o in paesi della Brianza. La gente si sposta, perché cerca di sistemarsi e trovare un po’ di tranquillità».
«Operiamo in via Triboniano nel villaggio rom, regolare, di quasi 600 persone. Bisognerebbe chiedersi come fare a migliorare questo posto, a far sì che questa gente possa andare a vivere nelle case e non qui», sottolinea Fiorenzo De Molli, della Casa della Carità. Ma c’è chi sta ancora peggio.
«Da noi, tra martedì e giovedì, sono venute a fare la doccia una sessantina di persone - racconta - che abitano in case abbandonate e in favelas e non hanno l’acqua per lavarsi. Immigrati (marocchini, rumeni, una donna svedese con problemi di droga), italiani che vivono nella zona della Stazione centrale. Ma anche 60enni italiani che ci chiedono ospitalità. C’è gente in grande difficoltà. Esistono le favelas, ma anche tante persone disperate che non si notano».
Nel Vangelo si racconta che un giorno Gesù espresse in modo particolarmente appassionato quanto aveva nel cuore:
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Luca 12.49-50)
Nel cuore di Gesù vibra intensa la passione per la salvezza di ogni essere umano, brucia con impazienza il desiderio che tutti possano riconoscere l’amore inimmaginabile di Dio e lasciarsi attrarre dalla Sua bellezza affascinante e partecipare in Lui alla sua pienezza di bene, di felicità e di vita.
Questa medesima passione afferra coloro che hanno incontrato l’uomo Gesù Cristo, credono in lui e lo amano. E’ la stessa passione per la venuta del Regno di Dio e per la felicità e la salvezza di ogni essere umano, che anima i discepoli del Signore e permette di guardare con una nuova libertà i fatti della vita. Le piccole preoccupazioni quotidiane impallidiscono e risuona nitido l’invito della lettera agli Ebrei:
“Anche noi…, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che da origine alla fede e la porta a compimento”. (Ebrei 13.1-2)
La mia vita, da quando il Vescovo mi ha trasmesso il dono dello Spirito per il servizio nel presbiterato e da ancora prima, è avvinta da questo fuoco bruciante. E’ per questo che per me le persone, con la loro vita, le loro gioie, inquietudini e fatiche da condividere, con le loro e la loro ricerca o apparente non ricerca di Dio, con le loro speranze, povertà e sofferenze, vengono prima delle gestioni e delle cose, e perfino prima della mia persona. Le mie eventuali fatiche, sofferenze o problematiche non sono legate al mio benessere fisico o personale, ma sono riconducibili alle lentezze dell’accoglienza del Signore e del suo Regno, da parte mia e di altri.