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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 27   4 ottobre 2008


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- INDICE -

Settimo rapporto sulle povertà nella Diocesi di Milano/Il problema casa

L'anno di San Paolo - 4 -

Famiglia diventa anima del mondo

Il Papa a Lourdes - 2 -

Sinodo dei Vescovi

Abuso di alcol e droga/Puntiamo sull'educazione


Settimo rapporto sulle povertà nella Diocesi di Milano
IL PROBLEMA CASA

I precari della casa sono i “nuovi poveri”. Questo il dato più significativo che emerge dal Settimo rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano presentato questa settimana da Caritas Ambrosiana.

Uomini separati che non riescono a mantenere i figli e a pagare con un solo stipendio il monolocale. Giovani coppie che non guadagnano abbastanza per permettersi l’affitto. Famiglie che non ce la fanno a sostenere le rate del mutuo, diventate troppo pesanti per redditi già schiacciati dal carovita. Stranieri che non possono dare una sistemazione dignitosa ai familiari che li hanno raggiunti dal Paese di origine. Sono gli “abitanti precari” della Milano del 2008. Persone diverse che hanno tutte, con gradi diversi, lo stesso problema: la casa.

Di loro si parla, in particolare, nel “Settimo rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano”, presentato durante un convegno organizzato da Caritas Ambrosiana. L’indagine è stata condotta dall’“Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse” su un campione di quasi 16 mila persone incontrate per lo più nel corso del 2007 in 61 centri di ascolto presenti in altrettante parrocchie della diocesi e agli sportelli dei 3 servizi della Caritas Ambrosiana: Sai, Sam e Siloe. Nel corso di 34.294 colloqui, sono stati registrati 24.186 bisogni e 40.999 richieste.

Tra i bisogni emergenti, il rapporto mette in luce proprio il disagio abitativo legato non solo a situazioni di grave emarginazione, ma anche a condizioni sociali ben più ordinarie. Insieme alle altre forme di precariato, dunque, sembra affermarsi, anche quella legata alla casa.



L'ANNO DI SAN PAOLO - 4 -

Il primo viaggio missionario

Un giorno, a Tarso arriva Barnaba. È giunto in città per chiedere a Paolo di seguirlo ad Antiochia di Siria; in città infatti c'è una comunità di cristiani che continua a crescere e ci sono anche dei cittadini non giudei che vogliono entrare a farvi parte. Barnaba chiede aiuto a Paolo e lui accetta di seguirlo convinto che il Vangelo deve essere annunciato anche ai "gentili", ai pagani. Per un anno lavorano insieme, annunciando il Vangelo e prendendosi cura della comunità di Antiochia. E qui, in questo luogo che per la prima volta i discepoli di Gesù vengono chiamati "cristiani". Paolo e Barnaba decidono di intraprendere insieme il primo viaggio missionario. Partono da Antiochia e vanno a Cipro e poi nelle regioni meridionali della Turchia. Incontrano molte difficoltà ma si accorgono che la buona notizia dell’amore di Dio è bene accolta dal pagani. Questo li incoraggia anche quando iniziano le discussioni con i discepoli che invece provengono dal giudaismo: questi chiedono che chi entra in comunità non essendo giudeo, si attenga alle pratiche e alle tradizioni ebraiche. Paolo però non è d'accordo.

Chiunque può accogliere il messaggio cristiano senza per questo dover sottostare alle prescrizioni giudaiche. Nel 49, per discutere di queste importanti questioni, viene iconvocata una riunione a Gerusalemme, un incontro che sarà il primo concilio della Chiesa. Parlano Pietro, Giacomo, Paolo e altri. In questa occasione si riconosce che la salvezza viene da Gesù e dal suo Spirito e che non è necessario imporre ai pagani l'osservanza delle pratiche prescritte dalla Legge di Mosè. Gli apostoli riconoscono ufficialmente anche la missione di Paolo: annunciare ai pagani l'amore di Dio.

Paolo e Sila in carcere

Da questo momento Paolo è sempre in viaggio. Viaggia per terra e per mare, con coraggio e senza sosta visita città lontane per far conoscere a tutti la fede cristiana. Insieme a Sila, arriva in Galazia. Poi si sposta ancora, raggiunge la Troade e da lì nella città di Filippi. Qui Paolo e Sila vengono arrestati e trascinati nella piazza principale davanti ai capi della città. Sono accusati di portare disordine e predicare usanze che non hanno nulla a che vedere con la tradizione romana che lì veniva osservata. Paolo e Sila vengono picchiati e gettati in carcere.

Durante la notte, i due discepoli si alzano per pregare. Molti carcerati li guardano incuriositi. Improvvisamente si sente una scossa di terremoto che scuote le fondamenta del carcere e fa aprire i cancelli della cella. La guardia è in preda allo spavento, pensa che siano fuggiti e che ora sarà incolpata, ma Paolo e Sila restano lì e gli dicono: «Non temere, siamo qui». Allora la guardia vuole conoscerli e Paolo annuncia anche a lui il Vangelo. La guardia, durante la notte, li porta nella sua casa e si prende cura di loro. Medica le ferite delle percosse e imbandisce la tavola perché mangino con la sua famiglia. Poi Paolo e Sila tornano in cella. Saranno liberati il giorno dopo dalle autorità della città. Paolo riprende il suo viaggio: raggiunge Tessalonica, Atene, Corinto e lì si ferma quasi due anni. In ognuna di queste città Paolo fonda una comunità cristiana alla quale resterà per sempre legato. Da lontano continuerà a seguirle scrivendo lettere in cui approfondisce il suo insegnamento, corregge e incoraggia i suoi discepoli.


FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO

dal 4° capitolo: “Il lavoro per la dignità di ogni famiglia”

La certezza del lavoro, onesto e retribuito, è una delle esigenze primarie di ogni persona e della sua dignità. Dal lavoro la famiglia trae i mezzi per poter vivere e progettare il proprio futuro: il lavoro favorisce la coesione della famiglia, permettendole autonomia e operosità, intelligenza e creatività, capacità di sacrificio e giusta soddisfazione. Il lavoro e il giusto profitto sono per una famiglia i primi segni di condivisione della vita e dei beni, e rendono le persone libere, responsabili ed effettivamente capaci di contribuire alla società in cui vivono.

Oggi il mondo del lavoro, le sue proposte, le sue garanzie, le sue condizioni appaiono mutate profondamente: è un mondo dal volto nuovo, con un intenso influsso sulle persone e sulle abitudini della gente, un mondo che crea in non pochi casi situazioni fortemente problematiche, soprattutto ai giovani. Il lavoro infatti si attua oggi entro una realtà sempre più complessa e spesso sfuggente. Il panorama internazionale delle risorse e la globalizzazione del mercato del lavoro, sia nelle fasce più umili come in quelle più altamente specializzate, hanno ormai generato un sistema di concorrenza sempre più aggressiva, con un'accentuata esigenza di mobilità, con nuove possibilità di sfruttamento disumano e disumanizzante delle persone. Insieme però il mondo attuale del lavoro richiede spesso livelli molto alti di ricerca scientifica e di nuove specializzazioni, esige disponibilità così pressanti da parte delle persone che non raramente compromettono lo stile della convivenza umana e la stabilità delle relazioni familiari. Se da un lato si assiste spesso ad un impoverimento della produzione mentre si innalzano le esigenze dei servizi, dall' altro lato si parla di competenze ma non si garantisce una continuità professionale, si chiedono forze nuove ma si fa fatica ad inserire i giovani in un lavoro stabile.

Nasce allora una situazione diffusa di precarietà, che tra i tanti problemi che oggi assillano la vita delle nostre famiglie è uno dei più difficili e pesanti da sopportare e da gestire perché genera ansia e senso di insicurezza. Da parte sua la Chiesa ha sempre tenuto in grande considerazione il lavoro, richiamandone con lucidità e forza il significato più autentico per la vita della persona e per la configurazione della società nel suo insieme.

Così nell'enciclica “Laborem exercens” (1981) Giovanni Paolo II esponeva i "tre cerchi" per comprendere il lavoro nella sua valenza sociale: la persona, la famiglia, la nazione, confermando il primato della persona e della famiglia nelI’ambito del lavoro. Più precisamente il Papa scriveva: «Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l'uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno "diventa uomo", fra l'altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo. Nell'insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l'ordine socio-etico del lavoro umano. Infatti, la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo».


IL PAPA A LOURDES - 2 -

San Pier-Giuliano Eymard ci dice tutto, quando esclama: "La Santa Eucaristia è Gesù Cristo passato, presente e futuro".

- Gesù Cristo passato, nella verità storica della sera nel cenacolo, ove ci conduce ogni celebrazione della santa Messa.Gesù Cristo presente, perché Egli ci dice: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. “Questo è”, al presente, qui e ora, come in tutti i “qui e ora” della storia umana. Presenza reale, presenza che supera le nostre povere labbra, i nostri poveri cuori, i nostri poveri pensieri. Presenza offerta ai nostri sguardi come qui, stasera, presso questa grotta ove Maria s’è rivelata come Immacolata Concezione.

- L’Eucaristia è anche Gesù Cristo futuro, il Gesù Cristo che verrà. Quando contempliamo l’Ostia Santa, il suo Corpo di gloria trasfigurato e risorto, contempliamo ciò che contempleremo nell’eternità, scoprendovi il mondo intero sostenuto dal suo Creatore in ogni istante della sua storia. Ogni volta che ce ne cibiamo, ma anche ogni volta che lo contempliamo, noi l’annunciamo fino a che Egli ritorni: “donec veniat”. Proprio per questo noi lo riceviamo con infinito rispetto.

- Alcuni tra noi non possono o non possono ancora riceverLo nel Sacramento, ma possono contemplarLo con fede e amore, ed esprimere il desiderio di potersi finalmente unire a Lui. E’ un desiderio che ha grande valore davanti a Dio: essi attendono con maggior ardore il suo ritorno; attendono Gesù Cristo che deve venire…

- Invochiamo la testimonianza di tanti e tanti santi e sante che hanno avuto per l’Eucaristia il più grande amore. Nicolas Cabasilas esclama e dice a noi stasera: «Se Cristo dimora in noi, di che cosa abbiamo ancora bisogno? Che cosa ci manca? Se rimaniamo in Cristo, che cosa possiamo desiderare di più? Egli è nostro ospite e nostra dimora. Felici noi che siamo la sua abitazione! Che gioia essere proprio noi la dimora di un tale Inquilino!».

- Il Beato Charles de Foucauld nacque nel 1858, lo stesso anno delle apparizioni di Lourdes. Non lontano dal suo corpo irrigidito dalla morte fu trovata, come il chicco di frumento gettato nella terra, la lunetta contenente il Santissimo Sacramento, che fratel Carlo adorava ogni giorno per lunghe ore. Il Padre de Foucauld ci affida la preghiera scaturita dall’intimità del suo cuore, una preghiera rivolta al Padre celeste, ma che, con Gesù, possiamo in piena verità fare nostra davanti all’Ostia Santa:

«’Padre mio, affido il mio spirito nelle Vostre mani’. E’ l’ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro Diletto… Possa diventare la nostra, e che essa sia non solo quella del nostro ultimo istante, ma quella di tutti i nostri istanti:

«Padre mio, mi rimetto nelle Vostre mani; Padre mio, mi affido a Voi; Padre mio, mi abbandono a Voi; Padre mio, fate di me ciò che vi piacerà; qualunque cosa facciate di me, vi ringrazio: grazie di tutto; sono pronto a tutto, accetto tutto; Vi ringrazio di tutto. Supposto che la Vostra volontà si compia in me, o mio Dio, supposto che la Vostra volontà si compia in tutte le Vostre creature, in tutti i Vostri figli, in tutti coloro che il vostro cuore ama, non desidero null’altro, mio Dio; rimetto la mia anima nelle Vostre mani; Ve la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché Vi amo ed è un bisogno del mio cuore donarmi, rimettermi nelle Vostre mani, senza misura, con infinita confidenza, perché Voi siete il Padre mio».

- Diletti fratelli e sorelle, pellegrini di un giorno e abitanti di queste vallate, fratelli Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, voi tutti che vedete davanti ai vostri occhi l’infinito abbassamento del Figlio di Dio e la gloria infinita della risurrezione, restate in silenzio e adorate il vostro Signore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Restate in silenzio, poi parlate e dite al mondo: non possiamo più tacere ciò che sappiamo. Andate a dire al mondo intero le meraviglie di Dio, presente in ogni momento delle nostre vite, in ogni luogo della terra. Che Dio ci benedica e ci protegga, ci conduca sul cammino della vita eterna, Lui che è la Vita, per i secoli dei secoli. Amen.


SINODO DEI VESCOVI

Il mistero di Dio che ci parla

«Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo».
Dai contributi dei Pastori sono richiamati alcuni temi teologici più significativi per l'azione pastorale, quali l'identità della Parola di Dio; il mistero di Cristo e della Chiesa centro della Parola di Dio; la Bibbia come Parola ispirata e la sua verità; l'interpretazione della Bibbia secondo la fede della Chiesa; il giusto atteggiamento di ascolto della Parola di Dio.

Dio Colui che ci parla. Identità della Parola di Dio.

«Dio parla agli uomini come ad amici».

La Dei Verbum propone una teologia dialogica della rivelazione. In tale dialogo, tre aspetti sono strettamente congiunti: l'ampiezza di significato che nella Rivelazione divina assume il termine "Parola di Dio"; il mistero di Cristo espressione piena e perfetta della Parola di Dio; il mistero della Chiesa, sacramento della Parola di Dio.

La Parola di Dio è come un canto a più voci, in quanto Dio la pronuncia in molte forme e in diversi modi, entro una lunga storia e con diversità di annunciatori, ma dove appare una gerarchia di significati e di funzioni.

La Parola di Dio ha per patria la Trinità, da cui proviene, da cui è sorretta e a cui ritorna, testimonianza permanente dell'amore del Padre, dell'opera di salvezza del Figlio Gesù Cristo, dell'azione feconda dello Spirito Santo.

Alla luce della Rivelazione, la Parola è il Verbo eterno in Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, il Figlio del Padre, fondamento della comunicazione dentro e fuori della Trinità «In principio era il Verbo,… ». Perciò il mondo creato narra la gloria di Dio.

All'inizio del tempo, con la sua Parola Dio crea il cosmo, ponendo nella creazione il sigillo della sua sapienza, per cui tutto è sua voce. È la persona umana in particolare, perché creata ad immagine e somiglianza di Dio, che resta per sempre segno inviolabile ed interprete intelligente della sua Parola. Dalla Parola di Dio, infatti, la persona riceve la capacità per entrare in dialogo con Lui e con la creazione. Sicché Dio ha reso l'intera creazione, e la persona per prima, «una testimonianza perenne di sé».

Dato che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui (Cristo) e in vista di lui e tutte sussistono in lui, "germi del Verbo", "raggi della verità che illumina tutti gli uomini" si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell'umanità».

«Il Verbo si fece carne»: Parola di Dio, ultima e definitiva è Gesù Cristo, la sua persona, la sua missione, la sua storia, intimamente unite, secondo il piano del Padre, che culmina nella Pasqua ed ha il suo compimento quando Gesù consegnerà il Regno al Padre...

Così, la Parola di Dio è espressa con parole umane nell' annuncio dei profeti e degli Apostoli. La Sacra Scrittura, fissando per divina ispirazione i contenuti rivelati, attesta, in maniera autentica, di essere veramente Parola di Dio, del tutto orientata a Gesù, perché «sono proprio esse (le Scritture) che mi rendono testimonianza»…

Ma la Parola di Dio non resta chiusa nello scritto. Se, infatti, la Rivelazione si è conclusa con la morte dell'ultimo apostolo, la Parola rivelata continua ad essere annunciata ed ascoltata nella storia della Chiesa, che si impegna a proclamarla al mondo intero per rispondere al suo bisogno di salvezza. Così la Parola continua la sua corsa nella predicazione viva, che abbraccia le diverse forme di evangelizzazione, in cui eccellono l'annuncio e la catechesi, la celebrazione liturgica e il servizio della carità. La predicazione, nel senso ora detto, sotto la potenza dello Spirito Santo, è Parola del Dio vivo comunicata a persone vive.


ABUSO DI ALCOL E DROGA/"PUNTIAMO SULL'EDUCAZIONE"

di Pino Nardi

Di fronte alla preoccupazione per gli eccessi di molti giovani, il cardinale Tettamanzi sottolinea la risposta indicata nel Percorso pastorale.

La preoccupazione sta aumentando, perché la cronaca continua a far emergere una condizione giovanile sempre più a rischio. In particolare nel consumo di alcol e droga, cocaina in pole position. Indagini e ricerche parlano di allarme soprattutto nel week-end, che diventa da sballo. E l’età continua ad abbassarsi: a 16 anni, ma anche molto prima.

Di fronte a questo fenomeno tutti sono coinvolti: dalla famiglia alla scuola, alla comunità cristiana. Perché la via della repressione non può essere l’unica, né forse quella risolutiva. Necessario invece imboccare la strada, più lunga e difficile, dell’impegno educativo. E su questo la Chiesa ambrosiana vuole giocare il suo ruolo e la sua credibilità.

Bullismo, abuso di alcol e droga, disagio giovanile sono tutte questioni che rientrano nel Percorso pastorale, in particolare nella terza tappa di quest’anno. «Viviamo nel contesto di un intreccio inestricabile di mentalità e di costumi, simile al campo evangelico nella quale crescono insieme il buon grano e la zizzania, propone la sua riflessione il cardinal Tettamanzi. E così il compito educativo si incontra e si confronta con la cultura, talvolta in termini anche fortemente problematici. Quante volte le famiglie sentono che i valori che cercano di trasmettere ai figli sono opposti a quelli che i ragazzi e i giovani assorbono e “respirano” dall’ambiente in cui sono inseriti: la scuola, la tv, internet, il gruppo di amici, le discoteche, le palestre... In questo contesto non facile le famiglie e le comunità cristiane non devono rinunciare a un confronto con la cultura e la mentalità di oggi. Devono essere anzitutto luoghi di ascolto critico in cui, con un’intelligenza illuminata dalla ragione e dal Vangelo, adulti e ragazzi imparano a valutare i messaggi culturali - spesso disparati e contraddittori - per trovare le risposte ai grandi interrogativi sul “senso” della vita dell’uomo».

La Chiesa è vicina anche per questo alle fatiche quotidiane dei genitori: «Non c’è dubbio che un aspetto prioritario di questo impegno di “prossimità” alle famiglie sia quello culturale e formativo, precisa il Cardinale. Occorre promuovere cammini educativi, specie con i giovani, non solo per contrastare la cultura che presenta la normalità della vita sempre contraddistinta dai tratti della salute e del benessere fisico e psichico, ma anche per offrire una visione cristiana e completa della vita umana».

Ma per rispondere a questa emergenza la scuola può e deve contribuire in modo essenziale. E spesso non avviene. «Questo disagio, che in certe situazioni si accentua sino a compromettere anche gravemente la possibilità di offrire ai ragazzi un percorso educativo sereno ed efficace, può portare a un rimpallo di responsabilità - continua l’Arcivescovo nel Percorso di quest’anno -. Si sente allora dire - a seconda della parte che si fa “accusatrice” - che se la scuola va male la colpa è del governo e delle istituzioni; oppure è degli insegnanti che sono impreparati e inconcludenti; o del personale non docente che non fa il suo mestiere; o dei dirigenti che non sono capaci di coordinare e governare; o dei genitori che non seguono a casa i propri figli e non insegnano loro un minimo di disciplina; oppure dei ragazzi che “hanno la testa per aria”, sono continuamente distratti e diventano spesso protagonisti impunibili di fenomeni di “bullismo”; o ancora di quegli alunni “difficili” (spesso stranieri) che impediscono alla classe di proseguire nel programma; o della televisione e di internet che offrono modelli alternativi a quelli della scuola; o, infine, della società, questa specie di entità astratta che ha comunque tutte le colpe... Considerazioni in tutto o in parte vere, ma l’accusa reciproca non porta lontano. Solo una vera alleanza tra tutti coloro che hanno a cuore l’educazione integrale delle nuove generazioni può far uscire la scuola, italiana dalla crisi, in particolare l’alleanza 8. tra genitori, insegnanti e operatori scolastici».

 Drammatico è il continuo abbassamento di età nell’abuso di alcol e nell’uso di droghe. Il “mercato” punta su fasce un tempo più “protette”. E il Cardinale non manca di mettere in guardia. «Diversamente che nel recente passato in cui costituiva ancora un ambiente tutto sommato “tranquillo”, la scuola frequentata dai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni sta diventando una realtà fortemente problematica, che esige una particolare attenzione da parte delle famiglie - sottolinea -. L’inizio precoce dell’adolescenza, il disorientamento affettivo e sessuale, l’assunzione di modelli e di atteggiamenti da “adulto”, la pressione delle mode e della pubblicità, l’importanza crescente del “gruppo” visto come alternativa alla famiglia, il rischio di esperienze traumatizzanti, ecc. rendono questa età un momento particolarmente difficile e delicato. I genitori non possono abdicare al loro compito con la scusa che “ormai è grande”, che “devo rispettare la sua personalità e la sua privacy”, ecc. Soprattutto a questa età l’adulto deve saper offrire al ragazzo e all’adolescente gli elementi per non smarrire la strada giusta, per non essere travolto dalla miriade di messaggi contraddittori che gli arrivano e possa così essere aiutato nella scoperta di sé in rapporto alla progettazione del proprio futuro».


 


 


 



 


 


 


 


 



 


 


 



 


 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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