Giovedì 13 settembre alle ore 21.00 solenne concelebrazione
UNA MODERNITÀ STUPEFACENTE
Ho tra mano un testo di San Giovanni Crisostomo che ricorda il legame inalienabile tra l'Eucaristia e la solidarietà con i più miseri: «Vuoi onorare il corpo del Salvatore? Colui che ha detto: Questo è il mio corpo, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare. Ciò che non avete fatto ad uno dei più umili, lo avete rifiutato a me! Onora dunque il Cristo condividendo i tuoi beni con i poveri» (Omelia 50 su Mattea).
Chi era dunque colui che l'Oriente cristiano ha soprannominato «bocca d'oro» per i suoi doni poetici nell'espressione della preghiera? Quali aspetti della sua vita posso ancora oggi incoraggiarci?
La vita di Giovanni ha tre linee direttrici: una capacità eccezionale di spiegare la buona novella del Cristo con passione e con le parole della cultura del suo tempo; un forte accento posto sulle implicazioni sociali del Vangelo; uno sforzo per rendere bella la preghiera comune e per trasmettere la riflessione teologica in forma poetica.
Giovanni nasce ad Antiochia, nell'attuale Turchia, da una famiglia aristocratica. Molto segnato dalla fede di sua madre, studia la Scrittura sotto la direzione di maestri della scuola di Antiochia che cercavano di tradurre il pensiero biblico nelle categorie di pensiero greco, sénza perdere il senso originale.
Staccandosi presto da sua madre che lo voleva tenere presso di sé come «monaco in casa», raggiunge la montagna e inizia una vita di preghiera solitaria rompendo completamente con la società.
Subentra una crisi di coscienza: fuggire i problemi della società volendo mantenere puro il proprio attaccamento al Vangelo oppure andare nel mondo per trasmettere l'amore di Cristo «amico degli uomini», come amerà poi ripetere? Alla fine sceglie di uscire dal suo distacco brutale dal mondo e ritorna ad Antiochia dove è ordinato prete nel 386.
Diventa famoso per la sua capacità di avvicinare il testo biblico alla vita delle persone e alle loro domande. Talvolta può parlare due ore di fila, tra le acclamazioni e gli applausi del popolo.
In risposta al lusso e all'oziosità dei ricchi, sottolinea l'importanza della comunione dei beni, del lavoro, la necessità della liberazione degli schiavi, chiama alla condivisione individuale e collettiva (pensa anche un piano per abolire la miseria ad Antiochia).
La solidarietà, più che l'opera di una buona coscienza, è per lui un sacramento, il segno della presenza reale di Cristo nel nostro mondo. Commentando spesso la frase di Gesù: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», concludeva che il povero è un «altro Cristo» e che il «sacramento dell'altare deve prolungarsi «nella strada» con il «sacramento del fratello».
Nel 397, molto a suo malgrado, Giovanni è scelto, a motivo dei suoi talento d'oratore, come arcivescovo della capitale dell'Impero d'Oriente. A Costantinopoli, attento al popolo, egli moltiplica gli ospedali e i centri di accoglienza, annuncia la Buona Novella nelle campagne e anche ai Goti che si sono installati nella regione.
Adotta delle opzioni politiche molto coraggiose, opponendosi al ministro che voleva abolire il diritto d'asilo, poi più tardi proteggendolo dalla sommossa quando, caduto in disgrazia, egli cerca rifugio nella basilica.
Cerca di rendere più umile l'alto clero e di ricorda re alla corte imperiale le esigenze del Vangelo.
È troppo per i suoi nemici che si coalizzano e che nel 404 lo esiliano in Armenia. Vi resta tre anni in libertà vigilata. Tuttavia la sua corrispondenza l'afflusso di visitatori, tra i quali molti Antiocheni, inquieta il potere che lo deporta più lontano, sulle rive del mar Nero. Una lunga strada fatta a piedi stremante. A Comana, esausto, si prepara a morire, indossa vesti bianche si comunica, prega per coloro che lo circondano e rende lo spirito dicendo «Gloria a Dio per tutto».
Qualche domanda per lasciar riecheggiare la vita di Giovanni nella nostra:
- La sua vocazione ha esigito di non sempre soddisfare i desideri di sua madre: devo anch'io talvolta andare contro ciò che certe persone aspettano da me?
- Circa il «sacramento del fratello»… Che posto hanno gli altri e i loro bisogni nella mia vita?
- Il suo impegno monastico è stato finalmente vissuto nel bel mezzo della società: che impegni ho io nella società? Qual è oggi il posto dei cristiani nella vita politica di un paese?
- È talvolta necessario, in nome della fede in Cristo resistere al potere o alla moda?
… per l’occasione abbiamo invitato un ospite di grande significato… chi sa se ci onorerà con la sua presenza…
I Pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti. Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell'Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli.
Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico, la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività. Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l'operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».
I Pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti. Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell'Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli.
Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico, la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.
Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l'operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».
È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d'incontro tra diritto e pastorale è l'amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell'itinerario umano e cristiano di ogni fedele ». Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. Tale cammino, perché sia possibile e porti frutti, deve essere sostenuto dall'aiuto dei pastori e da adeguate iniziative ecclesiali, evitando, in ogni caso, di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del Matrimonio.
Data la complessità del contesto culturale in cui vive la Chiesa in molti Paesi, il Sinodo ha, poi, raccomandato di avere la massima cura pastorale nella formazione dei nubendi e nella previa verifica delle loro convinzioni circa gli impegni irrinunciabili per la validità del sacramento del Matrimonio. Un serio discernimento a questo riguardo potrà evitare che impulsi emotivi o ragioni superficiali inducano i due giovani ad assumere responsabilità che non sapranno poi onorare.
Troppo grande è il bene che la Chiesa e l'intera società s'attendono dal matrimonio e dalla famiglia su di esso fondata per non impegnarsi a fondo in questo specifico ambito pastorale. Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale.
Mi capita spesso di riflettere su "Maria".
Il Signore l' ha chiamata e Lei subito ha obbedito.
Impensabile,per noi.
Eppure, in modi diversi, molti di noi, sono stati chiamati: come figli, come mariti, come donne, madri, padri, come uomini, come religiosi ....
Per ognuno di noi, Dio ha scelto un modo diverso di chiamarci, perchè ha avuto un'attenzione diversa per ciascuno di noi.
Maria si è fidata di Lui ..."Eccomi, sono la serva del Signore..."
E noi, a differenza di Maria, spesso gli giriamo le spalle e abbiamo perfino paura di sederci a tavola con I nostri fratelli.
Padre mio,
io mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero altro, mio Dio.
Affido l'anima mia alle tue mani
Te la dono mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
di donarmi
di pormi nelle tue mani senza riserve
con infinita fiducia
perché Tu sei mio Padre.
«PRETI PER AMORE DI GESÙ, COME LA CLASSE DEL 1957»
«Ci sembra che, nonostante i cinquanta anni di distanza, ci sia anche una certa vicinanza, perché per tutti noi l’importante è che risplenda nel mondo l’amore di Dio; è importante che nella nostra vita e nel nostro modo di vivere risuoni ancora e trovi spazio nel mondo il Vangelo di Cristo. Essere servi dell’uomo e della Chiesa per amore di Gesù, con l’amore di Gesù: crediamo che sia questo il nucleo fondamentale che traccia un filo rosso tra la classe del Cardinale e la nostra classe, passando attraverso tutte le classi di preti che anno per anno continuano a dire di sì all’amore di Dio, a credere nel Suo amore»
Il 9 giugno prossimo, il cardinale Dionigi Tettamanzi ci ordinerà sacerdoti; per l’imposizione delle sue mani inizierà il nostro ministero presbiterale a servizio della Chiesa di Milano. Nell’imminenza di questo evento di grazia così importante per la nostra vita, sentiamo nel cuore una grande gioia, e insieme anche un po’ di timore: ci saranno nuove responsabilità ad attenderci, la gente ci vedrà come ministri di quel Dio che è amore, e in noi vorrà vedere e sentire che il Vangelo è veramente una buona notizia, che veramente l’amore di Dio è la sorgente che rende bella la vita di ogni giorno. E' proprio l’amore di Dio che ci ha spinto e sostenuto nei passi di avvicinamento al sacerdozio, ed è ancora questo amore che ci accompagnerà fedelmente nel tempo, senza mai tradirci né abbandonarci. Che il fondamento e il senso di questa nostra vocazione sia l’amore di Dio, lo abbiamo voluto dire a partire dal motto della nostra classe, che dice proprio così: “Abbiamo creduto all’amore di Dio” (1Gv 4,16). Non c’è altra ragione, non c’è altro fondamento che questo: l’amore di Dio, che si è rivelato e consegnato in maniera insuperabile nella storia di Gesù e che noi abbiamo incontrato nella sua Chiesa, è il principio e la meta della nostra scelta.
Vorremmo ricordare le parole che l’allora Arcivescovo Montini rivolse ai sacerdoti novelli dell’anno 1957, parole che più volte anche noi abbiamo incontrato, ascoltato e che ci hanno sempre colpito per la verità e la profondità:
O Signore, da’ loro un cuore puro,
capace di amare Te solo con la pienezza, con la gioia,con la profondità
che Tu solo puoi dare,
quando sei l'esclusivo,il totale oggetto dell'amore di un cuore umano.
Un cuore puro,
che non conosce il male, se non per definirlo, combatterlo e fuggirlo.
Un cuore puro, come quello di un fanciullo,
capace di entusiasmarsi e di trepidare […]
E poi, o Signore, un cuore forte,
pronto e disposto a sostenere ogni difficoltà,ogni tentazione,
ogni debolezza, ogni noia, ogni stanchezza,
e che sappia con costanza, con assiduità, con eroismo
servire il ministero che Tu affidi a questi tuoi figli fatti identici a Te.
Queste parole, che hanno segnato la vita di quei preti, vorremmo che segnassero anche la nostra vita, cosicché sia trasparente il fatto che abbiamo creduto all’amore di Dio; e perché da un cuore così plasmato dall’amore del Signore, diventiamo sempre più simili al Signore Gesù, così che anche in noi, chi ci vede, veda Cristo. “Perché di questo ha bisogno il mondo: di chi, per salvarli, come Cristo li ami”.