La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei
nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato…
Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo
stabilito…
Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui.
Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.
Romani, 5, 5 -11
Il breve ritiro spirituale per adulti aperto a tutti… (Membri del Consiglio pastorale, Operatori pastorali, Caritas, Missioni, Liturgia, ecc… Catechisti,… e tutti gli altri…) annunciato erroneamente per mercoledì 14 marzo, si svolgerà questa settimana, mercoledì 7 marzo dalle ore 20.00 alle 22.30 in chiesa parrocchiale.
venerdì 9 marzo 2007, ore 21.00
L'UOMO DEL TRENO
FRANCIA 2005 - regia di Patrice Leconte
con Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François Stevenin, Molly Picon
Uno sconosciuto arriva in un villaggio dell'Ardèche, nella provincia francese: il suo nome è Milan. Fa conoscenza con Manesquier, e nonostante siano molto diversi, fanno amicizia. Milan è un avventuriero di passaggio giunto in città per rapinare la banca locale, Manesquier è un professore in pensione. Milan è misterioso e 'vissuto', ma a dispetto della coriacea apparenza da rapinatore in giacca di pelle nera, sogna la tranquillità e la banalità di una vita domestica. Manesquier è un personaggio che ha vissuto di libri, musica, e quadri tra i confini della propria casa, sognando di fuggire verso mete ed esperienze sconosciute, e per questo affascinanti. Tutti e due aspettano il sabato come un giorno cardine per le loro vite future, e tutti e due devono far passare il tempo fino ad allora. Lo scontro tra le due diverse solitudini produrrà uno scambio, tra la serenità della saggezza e l'irruenza del coraggio. Entrambi si presenteranno all'appuntamento con il destino arricchiti da qualcosa che appartiene all'altro.
Una commedia dolceamara che ricorda i registri di alcune nostre pellicole come "Amici Miei", dove alle risate si accosta una tristezza di fondo legata all'ineluttabilità del fato.
Ricordiamo con affetto e riconoscenza
ONOFRIO RICCHETTI
che è stato improvvisamente chiamato all’eternità: il suo sorriso mite, la sua bonaria giovialità, la sua operosità silenziosa, il suo senso della Chiesa e della Comunità, rimangono per noi un ricordo e un esempio prezioso.
Secondo don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova, per instaurare un vero dialogo in famiglia bisogna che ciascuno, in particolare i genitori, si confronti con la propria umanità più profonda e recuperi una autenticità, anche attraverso momenti di silenzio. Solo così i discorsi, oggi per lo più legati alle banalità quotidiane, potranno scendere nella verità dei vissuti di tutti.
Stefania Cecchetti
È solo mettendo in gioco a tutto campo la propria umanità che gli adulti possono sperare di dialogare con i propri figli. Lo afferma con convinzione don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova. Abituato a fronteggiare quotidianamente situazioni di disagio giovanile, don Rigoldi sa che la radice di molti mali sta nella comunicazione superficiale - quando non assente - che affligge le nostre famiglie.
«C’è un forte bisogno di senso - sottolinea don Rigodi -. Non basta l’ascolto: i figli vanno osservati, ascoltati, ma poi bisogna interloquire e per parlare con loro un adulto deve avere una sua vita interiore e una forte consapevolezza di sé. Solo così si possono dire delle cose importanti. Le statistiche ci dicono che il 90% dei discorsi in una famiglia ruotano attorno alle cose “quotidiane”: cos’hai fatto, dove sei stato, ti è passato il raffreddore, che voto hai preso a scuola. È raro che si scenda nei vissuti, che si parli di rapporti, che si diano giudizi sulle scelte importanti. E questo è inaccettabile. Per parlarci dobbiamo recuperare la nostra umanità profonda, il calore, l’intelligenza. In una parola scegliere di essere autentici».
Il problema è, innanzi tutto, di tempi, modi e luoghi: «In un’epoca come la nostra - dice don Rigodi - il tempo del dialogo si riduce spesso a essere un tempo stressato e frettoloso. Manca un tempo che io definisco “pacifico”, capace di guardare, ascoltare, pazientare, anche semplicemente far chiacchiere, senza avere troppa fretta di arrivare subito a un dunque.
Per molte famiglie è un problema, spesso si hanno a disposizione solo le sere, quando i genitori tornano stressati dal lavoro; oppure ci sono il sabato e la domenica, quando non sono impegnati dallo shopping».
E parlando di vita interiore sorge spontaneo pensare alla difficoltà che anche le famiglie cattoliche hanno spesso di trovare tempi per pregare insieme: «Se fossi padre io non proporrei mai di leggere in famiglia la Parola di Dio o di recitare il rosario. Sono cose belle a dirsi, ma nella pratica mi sembra ci sia sempre qualcuno che vince (i genitori) e qualcuno che perde (i figli), perché subisce la decisione controvoglia. Piuttosto meglio un semplice segno della croce ai pasti o una gesto e una preghiera in qualche momento particolare. Credo che le manifestazioni religiose vadano tenute separate, differenziate secondo le esigenze delle diverse età. L’importante è avere una vita interiore, riuscire a bloccare un tempo importante, abituarsi a ricercare il senso delle cose. Non occorre “fare” sempre, anche dal punto di vista religioso, riempire tutti i vuoti. Non è un caso se molte delle persone desiderose di approfondire un percorso spirituale si rivolgono ai buddisti e non a noi cattolici. Questo mi crea tristezza, qualche volta perfino un po’ di gelosia».
Quali sono i “frutti malati” della mancanza di dialogo nelle
famiglie di oggi? Verrebbe spontaneo pensare al disagio giovanile,
alle situazioni limite, visto il lavoro del nostro interlocutore. Invece lui
ci spiazza dicendo: «La gran parte dei ragazzi non sono cattivi, non
finiscono nel disagio. Il rischio più frequente è la banalità delle
prospettive di futuro. Nel senso che si lavora per vivere, si fa sesso
quando capita l’occasione, si pensa a se stessi e agli altri solo se avanza,
si coltivano poche amicizie fidate e sostanzialmente non si pensa mai al
resto del mondo, non si valorizzano nemmeno i propri talenti. Si vive
senza né alti ne bassi. Ma basta che questo delicato equilibrio si rompa,
per una malattia o una separazione, e allora crolla tutto».