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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 32 - 14 ottobre 2006


RINNOVO DEI CONSIGLI PASTORALI

Questo sabato e domenica nella nostra Diocesi si svolgono le votazioni per il rinnovo dei consigli pastorali che sono una espressione visibile della comunione nella Chiesa.

Ci possono essere di aiuto, per metterci in una giusta prospettiva le parole di Giovanni Paolo II nella lettera “Novo millennio ineunte”.

Il Papa ci ricordava: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Se abbiamo veramente contemplato il volto di Cristo, carissimi Fratelli e Sorelle, la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al « comandamento nuovo » che egli ci ha dato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34)…

Occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari per la comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un'anima sola » (At 4,32). È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano»…

Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo…

Prima che programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie.

Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.

Con questo animo e con questi intendimenti ci disponiamo a vivere nella nostra comunità cristiana l’esperienza di un nuovo Consiglio Pastorale.


AZIONE CATTOLICA

“La Chiesa non può fare a meno dell’Azione Cattolica… di un gruppo di laici che, fedeli alla loro vocazione e stretti attorno ai legittimi Pastori, siano disposti a condividere, insieme con loro, la quotidiana fatica della evangelizzazione in ogni ambiente”. (Giovanni Paolo II, XI Assemblea Nazionale AC, 26 aprile 2002)

Questo è un valore che vogliamo condividere e proporre a tutti, perché nelle comunità cristiane l’AC sia un’esperienza “viva, forte e bella”.

In che modo è possibile promuovere l’AC?

- Attraverso la testimonianza dei soci, che ogni anno confermano con consapevolezza e fedeltà la scelta di appartenervi, attraverso un discernimento spirituale personale e comunitario.

- Attraverso una progettualità condivisa, rivolta alla comunità ecclesiale e civile e alle persone che ve ne fanno parte, e attivata nel corso dell’anno in ambito formativo, comunicativo e missionario.

Coltiviamo il sogno di far vivere l’AC in ogni parrocchia.

L’AC non nasce da sola: ha bisogno di essere proposta, raccontata, presentata come esperienza bella di vita, di comunione, di amicizia, di condivisione di progetti…

Nella nostra parrocchia iniziamo quest’ esperienza domenica 22 ottobre ore 21.00


PRIMA CONFESSIONE

Domenica 22 ottobre:

ore 10.00: Messa di presentazione dei candidati alla prima confessione

ore 11.00: incontro genitori


L'ESERCIZIO DELLA TESTIMONIANZA

«Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori,
pronti sempre a rispondere a chiunque
vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15)

Un cammino di assimilazione e santità

a. Come la speranza aiuta a comprendere e vivere le situazioni che maggiormente interpellano l’esistenza contemporanea?

L’interrogativo punta al cuore del cristianesimo incarnato. Cristo, il Risorto, sta al centro e alimenta in noi una luce per il mondo. Lo ribadisce la prima lettera di Pietro: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori», e siate «pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La vita rinnovata del credente, come esplicito annuncio del Vangelo e come gesto nascosto e silenzioso, è sempre testimonianza di Gesù Crocifisso e Risorto.

Al credente è proposto un cammino di assimilazione all’amore del Crocifisso e alla vita nuova del Risorto. È un cammino segnato dal limite e dal peccato, ma ancor più fortemente dal dono e dal perdono di Dio in Cristo. È apertura progressiva alla vita vera e buona, bella e felice: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS 22).

Il protagonista dell’assimilazione a Cristo è lo Spirito Santo, che abita nel cuore dei credenti e li guida sul cammino di una vita nuova. L’esistenza cristiana diventa così vita secondo lo Spirito, se accoglie la sua presenza, si apre alla sua azione silenziosa e permanente, produce i suoi frutti di comunione, matura i suoi carismi di servizio alla Chiesa e al mondo. Questo è il cammino di santità a cui ogni credente è chiamato. Questa è l’autentica vita spirituale capace di rispondere alla domanda di interiorità che, seppure talora formulata in modo confuso, emerge nel nostro tempo.

Resi uomini nuovi dallo Spirito, caparra del mondo futuro, i cristiani si sentono però realmente e intimamente solidali con il genere umano e la sua storia (cfr Gaudium et spes, 1). Proprio attraverso la lettura dei segni dei tempi, che nei quarant’anni del dopo Concilio è stata un’attenzione viva della nostra Chiesa, si è cercato di superare la separazione tra coscienza cristiana e cultura moderna, favorendo un più stretto rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, praticando il discernimento comunitario e accogliendo le istanze del Progetto culturale orientato in senso cristiano in connessione con l’urgenza della nuova evangelizzazione.
Oggi siamo invitati a riconoscere che questo nostro tempo ha una grande nostalgia di speranza, anche per i rischi insiti nelle rapide trasformazioni culturali, in particolare per la deriva individualistica, per la negazione della capacità di verità da parte della ragione, per l’offuscamento del senso morale. Ogni cristiano è chiamato a collaborare con gli uomini e le donne di oggi nella ricerca e nella costruzione di una civiltà più umana e di un futuro buono. Questo comporta il dedicarsi ai frammenti positivi di vita, custodendo però la tensione verso la speranza escatologica che non può mai essere del tutto esaudita.

Per il cristiano testimone gli interlocutori non sono mai semplici spettatori né il contesto è realtà indifferente. Allo stesso tempo, egli non si adatta a ogni costo al contesto o ai gusti degli interlocutori. La vita cristiana non può restare rinchiusa nell’orizzonte di una cultura e di istituzioni definite, ma ha le risorse per discernere i valori dalle negatività e per valutare ciò che concorre all’affermazione della dignità della persona e ciò che la minaccia. Appaiono in proposito particolarmente illuminanti le parole di Paolo VI: «Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture. Tuttavia il Regno che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con 4. esse, ma sono capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna» (Evangelii nuntiandi, 20).

La testimonianza cristiana è sollecitata a tener conto della maggior autonomia che l’epoca attuale attribuisce a ogni individuo, facendosi però carico dello spaesamento di molti che sperimentano la sensazione di non sapere dove si vuole andare e di non disporre di sicuri criteri di orientamento e di scelta. I discepoli sono chiamati a continuare il racconto della speranza, a scrivere una per una le opere della fede che formano una sorta di cristologia vivente. Le situazioni nelle quali si esprime la testimonianza possono così diventare una “storia del Vivente” e un invito a svolgere oggi quella “cristologia dinamica” formata dall’esperienza dello Spirito, attraversata dalla promessa del Risorto: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

b. Un cammino di discernimento

Oggi, in una società e in una cultura fortemente pluralistiche e insieme individualizzate – per i processi di differenziazione sociale, di specializzazione delle istituzioni, di soggettivizzazione – vengono richieste ai singoli competenze e prestazioni a volte contraddittorie, in un clima di aspra competizione e di grande incertezza.

Dopo il crollo delle ideologie “forti” e dopo la fine del conflitto bipolare, l’asse si è velocemente spostato verso un confronto con i fedeli di altre religioni che dal bacino del Mediterraneo sono giunti nel nostro Paese, facendo dell’Italia un ponte gettato tra Nord e Sud-Est. Ciò comporta un nuovo esercizio della speranza e una rinnovata vigilanza del nostro modo di essere cristiani in Italia e in Occidente. La cultura dell’accoglienza, del rispetto reciproco e del dialogo tra le civiltà e le religioni va sviluppata senza cedere all’indifferentismo circa i valori e senza trascurare la fisionomia culturale del nostro Paese e dell’Europa tutta.

Rispetto ai processi di unificazione europea, il cammino di riconciliazione tra le varie famiglie cristiane costituisce una svolta decisiva nell’orizzonte della piena comunione nell’unica Chiesa. Senza un convinto ecumenismo, che spinga all’incontro non solo le teologie ma anche le tradizioni spirituali, non è possibile una nuova evangelizzazione nei paesi europei di antica tradizione cristiana. Le comuni radici cristiane dell’Europa potranno rinverdire la loro linfa vitale se l’ecumenismo pervaderà la preghiera e lo studio, lo scambio e il confronto tra i cristiani. Una più condivisa identità cristiana è la base anche per il dialogo con i credenti di altre religioni e con gli uomini di buona volontà.

La bellezza e la forza della tradizione del cristianesimo occidentale potranno, inoltre, essere valorizzate a pieno se messe in comunicazione con la tradizione del cristianesimo orientale, in quella intima connessione che ha arricchito entrambe al tempo della Chiesa indivisa. L’Europa respirerà così a due polmoni, secondo la felice immagine proposta da Giovanni Paolo II.

In questo contesto una particolare attenzione va rivolta alle trasformazioni culturali, soprattutto per il loro evidente risvolto antropologico. La testimonianza cristiana si fa carico dell’indispensabile mediazione storica della coscienza credente, che si articola e si precisa nelle concrete espressioni culturali, come evidenziato in diverse circostanze dal nostro Progetto culturale. L’attenzione dialogica e critica ai mutamenti culturali e antropologici appare oggi un’esigenza irrinunciabile della fede cristiana, della vitalità delle comunità ecclesiali, dello stesso amore cristiano.

Si tratta, più precisamente, di sviluppare una continua interconnessione tra la formazione cristiana e la vita quotidiana, tra i principi dell’antropologia cristiana e le decisioni etiche, tra la dottrina sociale cristiana e le scelte e i comportamenti, per cercare con libertà, con creatività e nel dialogo con le diverse espressioni culturali le iniziative più efficaci e le soluzioni appropriate. In particolare occorre tenere presenti alcuni nodi problematici, tipici del nostro tempo, come la scissione tra razionalità strumentale (tecnologico-scientifica, giuridico-amministrativa, economico-finanziaria...) e vissuto affettivo ed emotivo; la giustapposizione di fiducia quasi illimitata nella conoscenza scientifica e tecnologica e lo scetticismo diffuso quanto alla capacità dell’uomo di conoscere la verità e il senso dell’esistenza; la rivendicazione della libertà individuale insindacabile accompagnata a una credenza largamente condivisa nel determinismo (biologico, psichico, sociale); la giustapposizione di individualismo e di apprezzamento per i valori dell’etica pubblica e del bene comune; la tensione tra nuove condizioni del lavoro, benessere sociale e giustizia internazionale.

c. Ambiti della testimonianza

È opportuno che l’esercizio della testimonianza, con i cammini e i criteri indicati, presti attenzione ad alcune grandi aree dell’esperienza personale e sociale. In tal modo si potrà dare forma storica alla testimonianza cristiana in luoghi di vita particolarmente sensibili o rilevanti per definire un’identità umana aperta alla speranza cristiana.

Questi ambiti hanno una valenza antropologica che interpella ogni cristiano e ogni comunità ecclesiale. Sono da affrontare per fare emergere un sentire e un pensare illuminato dalla luce che il Vangelo proietta su ciascun campo dell’umano. E sono da vivere con la coscienza avvertita di quanto incidono sul senso globale dell’esistenza.


PER TIRARCI FUORI DALLA SCHIAVITÙ... PER COMPASSIONE...

Gesù si è assoggettato agli stessi poteri e alle stesse influenze che ci dominano e ha sofferto con noi le nostre paure, le nostre incertezze e le nostre ansie.

Gesù ha spogliato se stesso, ha rinunciato a una condizione di privilegio, a una posizione di maestà e di potere, e ha assunto pienamente una condizione di totale dipendenza.

L’inno a Cristo della lettera ai Filippesi non ci chiede di guardare verso l’alto, lungi dalla nostra condizione, ma di guardare in mezzo a noi e di scoprirvi Dio.


CINEFORUM

venerdì 20 ottobre 2006, ore 21.00

MATCH POINT

USA 2005 - regia di Woody Allen

con Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers, Emily Mortimer, Matthew Goode

Chris, un giovane irlandese, bello, sicuro di sé ma di origini modeste, attraverso il tennis professionale si emancipa dalla povertà, per poi lasciare l'isola natale ed andare a Londra, con l'ambizione di raggiungere il successo. Gli Hewitt, nobili e ricchi, lo accolgono generosamente nel loro giro di amici, tanto che la loro figlia Chloe si innamora di lui e lo sposa. Per Chris la vita sognata è divenuta realtà quando, un giorno, ritorna nella sua vita Nola, per cui lui aveva già perso la testa quando era fidanzata con il suo amico e cognato Tom. La passione tra i due si scatena e sembra incontenibile; Chris si rende conto, però, che la passione non vale la sicurezza opulenta che ha raggiunto.

“Match Point” è una storia semplice ed esemplare, narrata in modo programmatico per chiudere il cerchio aperto nel bel prologo, con mirabile coerenza. Il film si dipana limpido in un crescendo di suspense ed assume gradualmente toni diversi con lo sviluppo della vicenda e delle personalità. Tutti i personaggi assecondano impeccabili i piani di Woody Allen (sempre incantevole direttore d’attori), e aiutati da sontuose ambientazioni inglesi ed arie d’opera danno forma precisa ad un intero universo sociale in cui regna il cinismo e si è perso ogni senso morale, e dove alla colpa non segue più il castigo ma solo un po' di rimorso che impedisce il pieno godimento della propria fortuna.


Vi erano le sei giare di pietra
VERSO UNO SPIRITO NUOVO

12. Un inciso del testo evangelico, che può apparire un poco oscuro, non deve passare inosservato: «Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei» (Giovanni 2,6).

Quando l'amore si fa maturo, è chiamato a prepararsi a una purificazione ulteriore: la legge da sola non basta più. Nel vangelo di Giovanni le giare di pietra rimandano ai riti di purificazione previsti dalla Legge. L'acqua tramutata in vino proviene da queste giare riempite fino all'orlo (Giovanni 2,7). Gesù sta per portare una pienezza di vita superiore a ogni legge: il dono dello Spirito, effuso dalla Croce (Giovanni 19,30).

La legge da sola, in quanto semplice legge, non è sufficiente per sostenere l'amore. L'amore coniugale e familiare, in un certo senso, va al di là della legge. Già si intuisce che Gesù sta introducendo a una festa nuova, a uno stile nuovo di amare, a una misura nuova di donazione che non sempre sappiamo comprendere e vivere. Ma l'amore cristiano è punto di partenza e promessa di una gioia più abbondante, che passa attraverso la purificazione della mente e del cuore, ben oltre ogni legge umana e civile: raggiunge le profondità insondabili dello Spirito.

Se in una famiglia si pensa di "voler bene" solo considerando "quello che spetta a me e quello che tocca a te", si rimane al di qua delle giare di pietra e non avverrà nessun miracolo. Quando invece in una famiglia si ama secondo il comandamento di Gesù, le giare della legge, riempite fino all'orlo, straripano del dono dello Spirito. Gli sposi, in una continua purificazione dell'amore, imparano con i figli che nell'esistenza quotidiana non ci può essere alcuna pienezza di vita senza un'eccedenza, segno inequivocabile del dono completo di se stessi.

Vi erano là sei giare di pietra. Oggi alle famiglie dei cristiani si chiede una più grande capacità di amare. Questa è la loro sfida: amare al di là di ogni legge. Così Gesù difende la gioia degli sposi, offrendo loro il vino, che è una nuova misura dell'amore. Il dono dello Spirito li condurrà ancora più avanti, anche quando verranno meno il desiderio e la forza della perseveranza.

Se nella relazione coniugale e nella vita familiare qualcuno sarà tentato di dire "adesso basta", lo Spirito di Gesù lo condurrà alla "ripresa" del cammino con quell'amore impossibile agli uomini ma reso possibile da Dio (Luca 1,37).

Quante volte nei rapporti umani, nelle situazioni complesse e difficili, ci si vorrebbe arrendere! Il Signore difende la gioia che deriva da questo dono completo: il vino dato agli sposi ne è il segno. La gioia del matrimonio è una dimensione ricchissima del cuore di Cristo, espressione della sua carità senza limiti e senza condizioni.


Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2006
"LA CARITÀ, ANIMA DELLA MISSIONE"

La Giornata Missionaria Mondiale, che celebreremo domenica 22 ottobre p.v., offre l’opportunità di riflettere quest’anno sul tema: “La carità, anima della missione”. La missione se non è orientata dalla carità, se non scaturisce cioè da un profondo atto di amore divino, rischia di ridursi a mera attività filantropica e sociale. L'amore che Dio nutre per ogni persona costituisce, infatti, il cuore dell’esperienza e dell’annunzio del Vangelo, e quanti l’accolgono ne diventano a loro volta testimoni. L’amore di Dio che dà vita al mondo è l’amore che ci è stato donato in Gesù, Parola di salvezza, icona perfetta della misericordia del Padre celeste. Il messaggio salvifico si potrebbe ben sintetizzare allora nelle parole dell’evangelista Giovanni: “In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Gv 4,9). Il mandato di diffondere l’annunzio di questo amore fu affidato da Gesù agli Apostoli dopo la sua risurrezione, e gli Apostoli, interiormente trasformati il giorno della Pentecoste dalla potenza dello Spirito Santo, iniziarono a rendere testimonianza al Signore morto e risorto. Da allora, la Chiesa continua questa stessa missione, che costituisce per tutti i credenti un impegno irrinunciabile e permanente.

Ogni comunità cristiana è chiamata, dunque, a far conoscere Dio che è Amore. Su questo mistero fondamentale della nostra fede ho voluto soffermarmi a riflettere nell’Enciclica “Deus caritas est”. Del suo amore Dio permea l’intera creazione e la storia umana…

L’amore fraterno che il Signore chiede ai suoi “amici” ha la sua sorgente nell’amore paterno di Dio. Osserva l’apostolo Giovanni: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7). Dunque, per amare secondo Dio occorre vivere in Lui e di Lui: è Dio la prima “casa” dell'uomo e solo chi in Lui dimora arde di un fuoco di divina carità in grado di “incendiare” il mondo. Non è forse questa la missione della Chiesa in ogni tempo? Non è allora difficile comprendere che l’autentica sollecitudine missionaria, primario impegno della Comunità ecclesiale, è legata alla fedeltà all’amore divino, e questo vale per ogni singolo cristiano, per ogni comunità locale, per le Chiese particolari e per l’intero Popolo di Dio. Proprio dalla consapevolezza di questa comune missione prende vigore la generosa disponibilità dei discepoli di Cristo a realizzare opere di promozione umana e spirituale… che testimoniano l’amore che è e resta il movente della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. E’ il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere… Essere missionari significa allora amare Dio con tutto se stessi sino a dare, se necessario, anche la vita per Lui. Essere missionari è chinarsi, come il buon Samaritano, sulle necessità di tutti, specialmente dei più poveri e bisognosi, perché chi ama con il cuore di Cristo non cerca il proprio interesse, ma unicamente la gloria del Padre e il bene del prossimo. Sta qui il segreto della fecondità apostolica dell’azione missionaria, che travalica le frontiere e le culture, raggiunge i popoli e si diffonde fino agli estremi confini del mondo.

Cari fratelli e sorelle, la Giornata Missionaria Mondiale sia utile occasione per comprendere sempre meglio che la testimonianza dell’amore, anima della missione, concerne tutti. Servire il Vangelo non va infatti considerata un’avventura solitaria, ma impegno condiviso di ogni comunità. Accanto a coloro che sono in prima linea sulle frontiere dell’evangelizzazione - e penso qui con riconoscenza ai missionari e alle missionarie - molti altri, bambini, giovani e adulti con la preghiera e la loro cooperazione in diversi modi contribuiscono alla diffusione del Regno di Dio sulla terra. La Vergine Maria sostenga la loro azione ed aiuti i credenti in Cristo ad essere sempre più capaci di vero amore, perché in un mondo spiritualmente assetato diventino sorgente di acqua viva.

Benedictus PP. XVI



 


 

 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

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