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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 30 - 30 settembre 2006


DAL DISCORSO DI BENEDETTO XVI AD AMBASCIATORI DEI PAESI A MAGGIORANZA MUSULMANA ACCREDITATI PRESSO LA SANTA SEDE E AD ALCUNI ESPONENTI DELLE COMUNITÀ MUSULMANE IN ITALIA

Signor Cardinale, Signore e Signori Ambasciatori, cari Amici musulmani,

sono lieto di accogliervi in quest’incontro da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo. Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio invito.

… Vorrei oggi ribadire tutta la stima e il profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo islamo - cristiano: " La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce" (Nostra aetate, n. 3).

Ponendomi decisamente in questa prospettiva, fin dall’inizio del mio pontificato ho auspicato che si continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani. Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, "il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro. In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dalla universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa. In continuità con l’opera intrapresa dal mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze.

Il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi un’ eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore della dimensione religiosa dell’esistenza. E’ pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così.

In effetti, ricorda ancora il Concilio, "sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Nostra aetate, n.3). Gli insegnamenti del passato non possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione perché, nel rispetto dell’identità e della libertà di ciascuno, diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio dell’intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel suo memorabile discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco, " il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli" ( Giovanni Paolo II, 1985)

Cari amici, sono profondamente convinto che, nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell’affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell’essere umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro l’uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.

Cari amici, auspico di vero cuore che Dio misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d’una reciproca e sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani iniziano l’itinerario spirituale del mese di Ramadam, rivolgo a tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l’Onnipotente accordi loro un’esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace colmi con l’abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che rappresentate!


OTTOBRE PER LA MISSIONE

Prima settimana: PREGHIERA E CONTEMPLAZIONE

 Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, non perderà la sua ricompensa.

Seconda settimana: SACRIFICIO E IMPEGNO

 Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso.

Terza settimana: VOCAZIONE E RESPONSABILITÀ

 Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.

Quarta settimana: CARITÀ E OFFERTA

Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il figlio dell’uomo è venuto per la propria vita in riscatto per molti.

Quinta settimana: RINGRAZIAMENTO E GIOIA

 Riacquistò la vista e prese a seguirlo per strada.


2° LA RADICE DELLA TESTIMONIANZA

«Stringendovi a lui, pietra viva,… anche voi venite impiegati come pietre vive
per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo,
per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (1Pt 2,4-5)
 

a. Come la fede in Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto, ci rende testimoni di speranza?

La prima lettera di Pietro ci aiuta a rispondere a questa domanda tracciando un’immagine plastica dell’identità del cristiano, membro vivo del popolo di Dio. Rivolgendosi ai credenti dell’Asia minore, l’apostolo li esorta così a riguardo di Gesù Cristo: «Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa» (1Pt 1,8). E se ora siete «afflitti da varie prove», questo è perché risplenda il «valore della vostra fede» (1Pt 1,6.7).

La testimonianza da rendere a Cristo Risorto è pure oggi soggetta alla fatica e alla prova. Essa rischia, infatti, di essere percepita come un fatto privato senza rilievo pubblico, limitata ai rapporti corti e gratificanti all’interno di un gruppo; oppure di essere ridotta a una proclamazione di valori senza mostrare come la fede trasformi la vita concreta.

Il cristiano diventa testimone del Signore vivendo e comunicando il Vangelo con gioia e con coraggio, sapendo che la verità del Vangelo viene incontro ai desideri più autentici dell’uomo. Egli deve tenere congiunti i due aspetti della testimonianza, quello personale e quello comunitario, quello che si esprime nell’investimento personale e quello che manifesta il rilievo pubblico della fede.
La vita culturale e sociale è l’orizzonte in cui il vissuto quotidiano dei credenti deve lasciarsi plasmare dal Risorto. È un’intuizione fondamentale del Concilio Vaticano II: la comunità dei credenti è il soggetto storico della missione della Chiesa nel mondo (Lumen gentium, 10). La testimonianza dei credenti è una singolare partecipazione all’unico mandato del Risorto; nella speranza i credenti trovano la sintesi tra l’annuncio del Vangelo e il desiderio del loro cuore di uomini.

È opportuno allora rimettere in luce gli elementi di fondo della testimonianza cristiana: il suo aspetto esistenziale («pietre vive»), il suo carattere ecclesiale («edificio spirituale»), la sua qualità testimoniale («sacerdozio santo»).

b. Essere testimoni: la radice battesimale.

Il credente cristiano riceve la chiamata a essere testimone come un dono e una promessa. All’origine del dono c’è il battesimo accolto nella fede, radicato nel mistero pasquale. Afferma san Paolo: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4). L’apostolo rimanda alla vicenda di Gesù, iniziata ricevendo il battesimo nello Spirito e portata a compimento nella sua morte di croce. Messo alla prova nelle tentazioni, Gesù sceglie uno stile umile, sofferente, speso per la vita degli altri, secondo la figura del buon samaritano, che si fa carico dell’uomo così com’è, senza condizioni, fino alla completa consegna di sé per gli altri sulla croce.

La radice battesimale consente di conformarsi alla storia di Gesù, diventandone testimoni. Rende capaci di essere, sentire e fare come lui, nella Chiesa e nel mondo. Il testimone è così memoria di Gesù nello Spirito: nessuno può dire che «Gesù è Signore» se non «nello Spirito» (1Cor 12,3). Il discepolo di Gesù, attraverso lo Spirito, dà alla propria vita la forma “filiale” di Gesù e assume i lineamenti stessi del Figlio. È lo Spirito che ci rende liberi: liberi e capaci di discernere e trasformare la nostra esistenza, aprendola alla fraternità.

Occorre rendere vitale la coscienza battesimale del cristiano, a partire da un’attenzione speciale ai cammini di iniziazione di adulti, ragazzi e giovani, come i Vescovi hanno sovente richiamato in questi ultimi anni. Il Battesimo è già presente in modo reale come dono nel cuore e nella vita del credente e attende che la promessa che porta con sé giunga a compimento nella trama della storia.

c. Diventare testimoni: la fede adulta.

Di fronte al credente testimone sta un cammino di crescita e di responsabilità: «Anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). La metafora del cammino introduce l’idea del tempo, della fedeltà e della libertà, e dà alla vita cristiana un carattere “drammatico”; la libertà cioè si mette in gioco, attraversa il deserto dell’esistenza ed è sottoposta alla prova per entrare nella terra promessa di una vita libera e salvata. Per descrivere la vita cristiana Paolo usa metafore riferite agli sport duri: lotta, pugilato, corsa di resistenza. Solo con una testimonianza offerta in forma “agonistica” si cammina nella vita nuova, si vive cioè quel difficile e “agonico” dono di sé che non teme neppure la morte, perché è abitato dalla speranza del Risorto. La testimonianza del credente è così collegata con il martirio, non solo perché può arrivare sino all’effusione del sangue, ma anche perché il testimone sa che deve scomparire affinché si riveli il dono del Risorto, la sua presenza che guarisce e consola, la sua vita spesa per noi.

La vita nuova ricevuta nel Battesimo deve riconoscere, perciò, che nel dono è contenuta una promessa, da accogliere e sviluppare. L’esperienza della generazione e della famiglia è il primo luogo dove ciascuno può accogliere e far crescere il dono della vita, dell’altro, del mondo. Oggi però è divenuto estremamente difficile vivere questa esperienza come scoperta dell’amore, della fiducia e della condivisione. Sono infatti messe alla prova le esperienze umane fondamentali: il rapporto uomo-donna, la sessualità e la generazione, l’amicizia e la solidarietà, la vocazione personale, la partecipazione alle vicende della società.

Sottoposti alla tentazione radicale di pensare la vita come una ricerca di possesso di beni, si rischia di dimenticare che i beni sono solo strumenti per far crescere relazioni buone, con il Signore che ce li dona e con gli altri con cui condividerli. Ne va della possibilità stessa di un progetto di vita personale responsabile, vissuta come risposta a una chiamata. Non a caso ogni forma di vocazione appare in crisi: quella al matrimonio e quelle di speciale consacrazione, come pure il rapporto con il lavoro e la professione. Le comunità cristiane dovranno essere attente a coltivare cristiani adulti, consapevoli e responsabili, capaci di dedizione e di fedeltà. Ce n’è urgente bisogno.

La figura adulta della testimonianza è la «fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6). Paolo ricorre a un’immagine forte ed efficace: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). La testimonianza è la fede che diventa “corpo” e si fa storia nella condivisione e nell’amore. Vivere responsabilmente in questo mondo, fiduciosi nel Dio vivente, carichi di speranza nella novità che si è manifestata nel Risorto, disponibili all’azione creatrice dello Spirito, comporta una coscienza battesimale viva, non data una volta per tutte, capace di costruire cammini e progetti di vita cristiana nuovi, affascinanti e coinvolgenti.

d. Riconoscersi testimoni: la qualità della testimonianza.

La vita cristiana come testimonianza ha bisogno di essere riconosciuta e promossa dalla cura ecclesiale. La Chiesa lo fa se si prende a cuore la qualità della fede dei credenti, prima che il loro impegno. Gli obblighi morali e i comportamenti con essi coerenti sono importanti, certo; ma prima di tutto va curata con estrema attenzione la qualità del rapporto con il Signore Risorto.

Ci dice san Paolo: «Cristo in voi» è la «speranza della gloria» (Col 1,27). Solo il radicamento dei credenti in Cristo provoca una continua conversione alla speranza.

La cura della coscienza cristiana non comporta anzitutto la proposta di un qualche specifico impegno ecclesiale o di una tecnica di spiritualità, ma la formazione e l’aiuto a vivere la famiglia, la professione, il servizio, le relazioni sociali, il tempo libero, la crescita culturale, l’attenzione al disagio come luoghi in cui è possibile fare esperienza dell’incontro con il Risorto e della sua presenza trasformante in mezzo a noi.

La parola di Dio e il sacramento, la vita di comunità e il servizio al povero sono i segni privilegiati che aprono alla presenza e alla grazia del Risorto e donano senso e forza alla vita nuova soprattutto nelle esperienze fondamentali: la nascita, la crescita, l’alleanza uomo-donna, l’amicizia, il lavoro, la società, la politica, la sofferenza e la morte. Formare testimoni significa anzitutto avere cura della qualità alta della coscienza cristiana. Lo ha richiamato Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria», la via della santità (n. 31). Il testimone si fa da parte perché appaia il volto di Cristo in lui. Questa trasparenza lo rende capace di dedizione e gratuità, di libertà interiore e disponibilità ecclesiale, di creatività umana e intelligenza sociale.


A genitori, educatori e operatori volontari di adolescenti e preadolescenti:
QUANDO UN ADOLESCENTE CONTA SU DI ME (...e non lo dice!)

Nell’ambito del progetto “Conta su di me!” rivolto agli adolescenti della parrocchia e del quartiere, la parrocchia propone quattro incontri formativi per genitori, educatori e operatori volontari dell’Oratorio che si trovano a confrontarsi con il mondo degli adolescenti.

Quattro venerdì sera ore 20.45 presso la sala parrocchiale di via Cambini 10

13 ottobre: Uno sguardo sul mondo dell’adolescenza: mio figlio sta crescendo e …cambiando!

27 ottobre: Quando il cibo diventa un problema!

10 novembre: L’importanza delle regole: “Se gli vuoi bene digli di no”. Autoritarismo o lassismo? Come gestire le regole di fronte al desiderio di scoperta e trasgressione di un adolescente?

24 novembre: Le difficoltà scolastiche. Entrare sempre in ritardo, la “non” voglia di studiare, le bugie, marinare la scuola…come gestirle?

Gli incontri saranno condotti dalla dottoressa Francesca Santarelli, psicologa.


CAMMINO FIDANZATI

Tre incontri di avvicinamento:

- 12 ottobre ore 20.45

- 9 e 30 novembre ore 20.45

Dieci incontri di proposta:

- 18 e 25 gennaio ore 20.45

- 1, 8, 15 e 22 febbraio ore 20.45

- 1, 8, 15 e 22 marzo ore 20.45


CI FU UNO SPOSALIZIO A CANA DI GALILEA (Giovanni 2,1-11)
La gioia dell'amore

10. Non hanno più vino. Il disagio quotidiano.

Può venire il momento, nella vita di coppia e di famiglia, in cui improvvisamente si ha l'impressione che venga a mancare qualcosa di importante per la qualità della relazione e per la gioia dell'esistenza.

Qualcuno s'accorge che gli invitati alla festa non hanno più vino. Nel simbolismo biblico il vino significa gioia, abbondanza, pienezza, esuberanza di vita, risorsa per superare stanchezze e vincere delusioni.

A un certo punto sembra che questa gioia diminuisca e si disperda nella normalità della vita. La mancanza del vino richiama l'esperienza quotidiana del disagio, quando qualcosa di concreto sembra incrinarsi e qualcosa di promesso venir meno. La gioia, che da sempre è legata all'amore, quasi vacilla, si deturpa, è incapace di alimentarsi, di resistere e di durare. Ci sono giorni in cui gli affetti, le amicizie, i rapporti che si sono costruiti con pazienza si allentano e si scompongono, appaiono non credibili, insufficienti a dar gusto.

In momenti come questi sembra di udire ancor le parole discrete di Maria, la madre: «Non hanno più vino!». Viene in mente l'analoga situazione di disagi delle vergini della parabola: «Non abbiamo più olio:le nostre lampade si spengono» (Matteo 25,8). Sono occasioni in cui la creatura umana si scopre carente distratta, incapace. La festa finisce e lascia il posto alla delusione.

Nell'esperienza del matrimonio e delle relazioni familiari ci può sorprendere uno strano senso di noia come se tutto quello che abbiamo o facciamo sembri improvvisamente privo di senso. Siamo tanto diversi per età, per storia, per interessi, per tradizioni. Anche nella vita sociale qualcuno sembra avere tutto, altri neppure il necessario per vivere. E purtroppo spesso, anche di fronte a molti disagi, si rimane indifferenti. Si prova un senso di vuoto e di nostalgia come di fronte a un mistero perduto di cui abbiamo immensamente bisogno.

Sappiamo che l'amore va continuamente costruito, attraverso la preghiera, l'umiltà del cuore e la dedizione della vita. Sappiamo che la famiglia è un dono grande, ma che richiede anche grandi sacrifici. Sposarsi è una grazia e un impegno. E grazia e impegno è la vita di ogni giorno nel matrimonio e nella famiglia.

Bisogna avere fiducia anche in se stessi, oltre che nelle persone amate. Bisogna andare al di là delle proprie debolezze e dei propri limiti. Bisogna vivere riconciliati anche con le nostre povertà e riacquistare serenità di fronte agli altri. Siamo troppo preoccupati del giudizio sulla nostra persona e sul nostro carattere.

A compromettere la gioia dell'amore intervengono anche la consapevolezza del nostro peccato, la constatazione del male che è dentro di noi e dell'incapacità a migliorarci. Si ha la sensazione di essere sempre gli stessi, di non riuscire ad amare davvero, prigionieri di qualcosa che è più forte di noi. Le risorse dell'amore coniugale, le scorte di vino o di olio, sembrano diventate insufficienti. Ci si accorge della necessità del miracolo e si invoca l'aiuto di Dio.

Ci consola sapere che Maria, madre di Gesù, è sempre presente, attenta e discreta. 6. Prevede il disagio dei suoi figli e intercede perché il miracolo si compia.
 


 

 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

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