
Gesù, nella tua passione tu hai un Padre al quale consegnare con fiducia e amore di figlio la tua vita, dopo che sei passato attraverso i tormenti fisici e morali più pesanti e vergognosi…
Oggi molti uomini e donne, pure provati duramente nel corpo, nella dignità e negli affetti, non hanno un Padre… forse non lo hanno mai conosciuto… a volte, lo hanno perso per strada… oppure è stato loro negato da quelli che pensano di essere solo loro i figli…
Guardaci tutti con tenerezza e fa’ che ogni uomo, donna, giovane e bambino, ogni anziano, ogni povero, ogni ammalato… abbia un padre come te… abbia tuo Padre…
Affidiamo, allora, questa nostra città al Signore. A lui chiediamo saggezza, coraggio, giustizia, libertà vera, rispetto reciproco, solidarietà sincera, predilezione per i più poveri, speranza e pace per tutti.
Nella certezza che il Signore ama la Città e la custodisce e la fa crescere, preghiamo così:
Signore,
aiuta la nostra città e tutti noi
ad essere una comunità, viva, palpitante, vera.
Aiutaci ad assumerci pienamente le nostre responsabilità.
Fa’ che la nostra sia una città aperta, accogliente, libera,
capace di valorizzare l’apporto di ciascuno.
Signore,
allontana la solitudine e la desolazione,
consola i poveri, i senza casa,
coloro che non hanno più un lavoro o che non l’hanno ancora.
Signore, donaci la fede.
Donaci il tuo sguardo.
Fa’ che, nella ricerca dell’altro,
diventiamo capaci di scorgere in lui il fratello
e di amarlo come tu ci hai amato.
Signore,
grazie per le risorse e i doni,
che hai elargito con abbondanza a questa città.
Grazie per coloro che tentano nuove e buone strade
in campo economico;
per coloro che fanno del servizio alla sofferenza
una ragione di vita;
per coloro che aprono strade nell’ambito della ricerca;
grazie per coloro che fanno semplicemente il loro dovere.
Signore,
rendici persuasi che tutti insieme siamo comunità.
Per i cristiani dovrebbe essere più facile
parlare di comunità,
ma forse noi proviamo un po’ di imbarazzo:
non sarà colpa nostra, della nostra disattenzione,
della nostra fretta, della nostra superficialità,
se nessuno parla più di "comunità civile"?
Signore,
donaci la forza di un grande progetto
e il desiderio di trovare
gli "uomini di buona volontà",
con cui realizzare ciò che è bene per tutti.
+ Dionigi card. Tettamanzi
L’Arcivescovo Tettamanzi ha infatti ricevuto mandato di presiedere la solenne celebrazione in diocesi per la beatificazione dei due sacerdoti ambrosiani. Un evento storico: è la prima beatificazione nella secolare storia del Duomo.
DON LUIGI MONZA (1898 - 1954)
Luigi Monza nacque a Cislago (Varese) il 22 giugno 1898 da famiglia contadina. Le loro uniche ricchezze erano il lavoro, il coraggio e la fede. Entrò in seminario a 18 anni dopo aver conosciuto la fatica del lavoro dei campi, le veglie nella notte per proseguire gli studi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana della povera gente. Venne ordinato sacerdote il 19 settembre 1925.
Il suo primo impegno pastorale fu tra i giovani della parrocchia di Vedano Olona (Varese). L’inizio della sua vita sacerdotale fu contrassegnata da prove di ogni genere fino all’ingiustizia del carcere sotto il regime fascista. Nel 1929 fu assegnato al santuario di Saronno dove fu animatore di numerose iniziative giovanili. Qui il suo sguardo, affinato nella prova e raggiunto da quello di Dio, aveva imparato a guardare lontano, sul mondo intero, un mondo segnato dalla solitudine, dalla tristezza e dall’egoismo, che "urgeva riportare all’amore di Dio". L’intuizione era grande, ma bisognava attendere che il Signore indicasse la via da seguire. In particolare davanti al mondo "divenuto pagano" come era solito dire, ebbe l’intuizione di vedere nella carità dei primi cristiani il mezzo più idoneo per star vicino all’uomo contemporaneo e per annunziare il Vangelo di Cristo. I cristiani all’interno della società dovevano essere presenze vive e testimoni di amore ma dal di dentro nella vita di ogni giorno e nella attività professionale di ognuno.
Nel 1936 fu nominato parroco a San Giovanni di Lecco, dove fu "sacerdote secondo il cuore di Dio". Nel 1937 trovò la strada che il Signore gli indicava. Nacque dal suo cuore di padre l’Istituto Secolare delle piccole Apostole della carità chiamate, per dono dello Spirito, a portare nel mondo la pienezza di vita consacrata all’amore totale di Cristo "con il fervore apostolico della prima comunità cristiana".
Il 29 settembre 1954 don Luigi si fece da parte e silenziosamente scomparve, come il chicco di grano che muore per dar vita alla spiga, cosciente d’aver svolto il suo ruolo e di aver dato alla comunità le coordinate di partenza e quelle di arrivo: una linea ascendente verso Dio. Il resto sarebbe venuto dopo.
MONSIGNOR LUIGI BIRAGHI (1801 – 1879)
Nasce a Vignate (Milano) il 2 novembre 1801. Consacrato sacerdote nel 1825, è insegnante e direttore spirituale nel Seminario Maggiore di Milano. In diocesi i suoi arcivescovi ne apprezzano la collaborazione saggia, zelante e fedele.
Educatore intelligente e attento ai segni dei tempi, con la collaborazione di Madre Marina Videmari, fonda nel 1838 la Congregazione delle Suore di Santa Marcellina per la cristiana educazione della gioventù.
Insigne studioso, letterato e umanista è nominato Vice Prefetto della Biblioteca Ambrosiana nel 1864.
Il Servo di Dio, Mons. Luigi Biraghi, muore piamente l'11 agosto 1879 a Milano.
La Congregazione, fondata nel 1838, prese il nome da Santa Marcellina (IV s.), scelta come protettrice e modello per aver educato alla fede cristiana i fratelli minori, Ambrogio e Satiro, e aver vissuto l'ideale della consacrazione verginale a Cristo.

Le nostre riflessioni sull’immagine dell’albero che presenta sintomi di sofferenza proseguono anche oggi e si allargano ad altre radici del nostro disagio, almeno per metterle a tema, anche senza la pretesa di individuare tutte le possibili risposte adeguate: riteniamo già importante prenderne coscienza e lasciarci interpellare.
Abbiamo parlato di scarsa offerta di luoghi dove incontrarsi e di insufficienti opportunità per stare insieme, di molteplici carenze di condizioni di giustizia e di ampie mancanze di conoscenza reciproca.
Vorremmo ora, in queste che sono come riflessioni ad alta voce, sottolineare un altro elemento, forse ancora più radicale dei precedenti, che non facilita la costruzione di relazioni umane capaci di migliorare la qualità della vita nel nostro Quartiere.
Nell’arco ormai lungo della mia vita, ho seguito con attenzione le graduali trasformazioni nelle condizioni e negli stili del vivere di cui ero testimone, cercando di cogliere la ricchezza delle novità e registrando allo stesso tempo le fatiche dei cambiamenti e gli eventuali impoverimenti che ne conseguivano.
Ora, se mi soffermo sul presente, accanto alla scoperta di dimensioni di apertura nei confronti di un insieme di prospettive, impensabili solo una trentina di anni fa’, riscontro anche non pochi i sintomi di fatica.
Noto, ad esempio, una crescente scarsità di figure di riferimento, dotate di uno spessore capace di abbracciare in modo non epidermico le diverse dimensioni della persona. Riscontro un oscuramento di valori umani basilari che non solo appaiono ignorati, ma addirittura sconosciuti a molti. Constato anche una rarefazione non solo della fede religiosa, ma anche di quella fede umana, onestamente laica, che permette di guardare il futuro, proprio e delle altre persone, con progettualità di largo respiro.
Rimango a volte impressionato dallo smisurato accentuarsi di un egocentrismo che sfocia in una insofferenza verso tutto ciò che è diverso o che diventa spinta a calpestare quanto sembra limitare il nostro diritto di realizzarci a qualunque costo… Mi pare di cogliere un andamento culturale nel quale sembra che ciascuno custodisca gelosamente i propri diritti, senza contemporaneamente coniugarli con i propri doveri e le proprie responsabilità… Avverto un restringersi degli orizzonti comuni, solo alle dimensioni dell’immediato presente e alle prospettive puramente materiali, quasi un ritorno a quel paganesimo che caratterizzava la società greco-romana nella quale si è sviluppato il cristianesimo delle origini, un paganesimo che conosce equilibri pacati e sereni, che vive bene anche senza un Dio, e che si accontenta di ciò che è terreno, senza voler guardare oltre, che esorcizza la morte e la teme come fosse la fine di tutto, rimuovendo le immagini del decadimento fisico.
Tutto questo, a mio avviso, favorisce il crescere e il radicarsi di una mentalità disgregante e distruttiva che sta alla base di tante le nostre insicurezze e cerca di mascherarle, colpevolizzando qualche capro espiatorio di turno, senza per altro risolvere nulla.
Non penso che possiamo accettare passivamente questo insieme di fatti e ritengo che ci sia chiesto di tentare di risanare alla base queste radici sofferenti, operando scelte concrete, anche se piccole.
Anzitutto utilizziamo, per far crescere prospettive costruttive, il tempo e le energie che ora impieghiamo negativamente in sterili lamentele e in confronti litigiosi su questioni marginali.
E poi, facciamo un coraggioso salto di qualità nel modo di incontrare e affrontare le situazioni quotidiane, grandi e piccole. Passiamo a una cultura capace di guardare gli aspetti positivi, di metterli in circolazione, di promuovere tutto ciò che è dignitoso, giusto e vero, ed evitiamo di inquadrare, in modo continuo e pressoché esclusivo, le negatività. Non continuiamo a fare pubblicità agli errori, seguendo le logiche di una cultura basata sulla denuncia e sulla condanna, ma apriamoci con larghezza a sostenere, incoraggiare, promuovere. Ritroviamo la capacità di esporci, di spenderci, di esprimere gratuità, superando inutili e infruttuosi ripiegamenti su noi stessi…
Molte altre considerazioni ancora potrei fare, ma mi limito a proporne ancora una sola. C’è una espressione del Vangelo di Marco che dice "tutto quello che domandate, credete che lo avete ricevuto… e vi sarà concesso".
Si, se crediamo anzitutto in noi stessi e nelle nostre possibilità, se avvertiamo che c’è Qualcuno che ci ama, siamo in grado di realizzare molto di più di quanto in base ai nostri timori pensiamo di saper fare, a patto che ne siamo convinti davvero.
don Piero