foto dell'interno della chiesa

 

Parrocchia San Giovanni Crisostomo

  Via Cambini, 10 - 20132 - Milano
logo telefono 02 45481410 - logo busta segreteria@sangiovannicrisostomo.org
  Codice fiscale e Partita IVA 80054150158

| home page |               | mappa del sito | cerca nel sito |

Foglio settimanale: n. 6 - 11 febbraio 2006


XIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO - ADELAIDE, AUSTRALIA, 2006

Quest’anno la Chiesa, in occasione della “Giornata del Malato” intende chinarsi con particolare sollecitudine sui sofferenti, richiamando l'attenzione della pubblica opinione sui problemi connessi col disagio mentale, che colpisce ormai, un quinto dell'umanità e costituisce una vera e propria emergenza socio-sanitaria…

In molti Paesi non esiste ancora una legislazione in materia ed in altri manca una politica definita per la salute mentale…

Incoraggio pertanto gli sforzi di chiunque si adoperi perché a tutti i malati di mente sia dato accesso alle cure necessarie. Purtroppo, in molte parti del mondo i servizi per questi malati risultano carenti, insufficienti o in stato di disfacimento. Il contesto sociale non sempre accetta i malati di mente con le loro limitazioni, e anche per questo si registrano difficoltà nel re perire le risorse umane e finanziarie di cui c'è bisogno…

Desidero ora rivolgermi a voi, cari fratelli e sorelle provati dalla malattia, per invitarvi ad offrire insieme con Cristo la vostra condizione di sofferenza al Padre, sicuri che ogni prova accolta con rassegnazione è meritoria ed attira la benevolenza divina sull'intera umanità.

Esprimo apprezzamento a quanti vi assistono nei centri residenziali, nei Day Hospitals, nei Reparti di diagnosi e cura, e li esorto a prodigarsi perché mai venga a mancare a chi è nel bisogno un assistenza medica, sociale e pastorale rispettosa della dignità che è propria di ogni essere umano…

Agli operatori pastorali, alle associazioni ed organizzazioni del volontariato raccomando di sostenere, con forme ed iniziative concrete, le famiglie che hanno a carico malati di mente, verso i quali auspico che cresca e si diffonda la cultura dell'accoglienza e della condivisione, grazie pure a leggi adeguate ed a piani sanitari che prevedano sufficienti risorse per la loro concreta applicazione...

Ogni cristiano, secondo il proprio compito e la propria responsabilità, è chiamato a dare il suo apporto affinché venga riconosciuta, rispettata e promossa la dignità di questi nostri fratelli e sorelle…

La Vergine Santa conforti quanti sono segnati dalla malattia e sostenga coloro che, come il buon Samaritano, ne leniscono le piaghe corporali e spirituali. A ciascuno assicuro un ricordo nella preghiera, mentre volentieri imparto a tutti la mia Benedizione.

Benedetto XVI


TOMBOLA DI AUTOFINANZIAMENTO PER L'ORATORIO

Domenica 12 febbraio ore 16.00 nel teatro dell'oratorio.


MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE:
NELLA VERITÀ, LA PACE (6)

16. A conclusione di questo messaggio, vorrei ora rivolgermi particolarmente ai credenti in Cristo, per rinnovare loro l'invito a farsi attenti e disponibili discepoli del Signore. Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e sorelle, impariamo a fondare la pace sulla verità di un'esistenza quotidiana ispirata al comandamento dell'amore. È necessario che ogni comunità si impegni in un'intensa e capillare opera di educazione e di testimonianza che faccia crescere in ciascuno la consapevolezza dell'urgenza di scoprire sempre più a fondo la verità della pace. Chiedo al tempo stesso che si intensifichi la preghiera, perché la pace è anzitutto dono di Dio da implorare incessantemente. Grazie all'aiuto divino, risulterà di certo più convincente e illuminante l'annuncio e la testimonianza della verità della pace. Volgiamo con fiducia e filiale abbandono lo sguardo verso Maria, la Madre del Principe della Pace. All'inizio di questo nuovo anno Le chiediamo di aiutare l'intero Popolo di Dio ad essere in ogni situazione operatore di pace, lasciandosi illuminare dalla Verità che rende liberi (cfr Gv 8,32). Per sua intercessione possa l'umanità crescere nell'apprezzamento di questo fondamen tale bene ed impegnarsi a consolidarne la presenza nel mondo, per consegnare un avvenire più sereno e più sicuro alle generazioni che verranno.

BENEDICTUS PP. XVI
 


UNA COMUNITÀ MINACCIATA?
...LE "PICCOLE RETI"... (6)

Ciascuno allora fa come può: si costruisce le proprie piccole reti. Spera così che la piccola famiglia, i pochi amici, forse un vicino, possano in qualche modo rappresentare la “comunità”, la “mia comunità”. Piccole comunità, antiche e nuove, ritessono al proprio interno reti per aiutare chi ne fa parte.

Ma queste “reti” non si legano mai alle altre, non c’è aggancio fra di esse. Sono mille microcosmi, mille alleanze, mille piccole protezioni, che ripercorrono la via dell’autoreferenzialità, della chiusura all’esterno.

Anch’esse, che per certi aspetti sono esperienza buona e positiva, non aiutano a fare un salto di qualità, non si allargano alla società nel suo insieme, non la “contagiano” con il loro metodo buono, con la loro capacità di sostegno, con la loro possibilità di alleviare la vita.

Poi c’è anche chi resta inesorabilmente fuori, chi non ha neppure una “piccola rete”. È il più povero dei poveri!

La vita comunitaria è come disintegrata nella percezione di molti. Ma spesso accade che chi ha una “piccola rete” faccia bene attenzione a che gli altri non la spezzino, a che la propria rete non si smagli. Questo significa non mescolarsi con nessuno, né con stranieri né con altri: meglio perseguire una vita dall’individualità distinta, separata, altra.

Governare la Città significa, allora, farsi carico delle paure della sua gente e trovare una via d’uscita: la comunità deve essere protettiva. Il che non è a dire “deresponsabilizzante”. Una comunità è protettiva quando mette ciascuno in condizione di vivere le proprie responsabilità e di assumerne di collettive. Per questo la sicurezza materiale, morale e psicologica è importante. Per questo occorre aiutare la fiducia e la speranza con concretezza e progettualità.

Non tutto è compito di chi governa la Città, molto appartiene anche ai compiti di ciascuno.

Pensiamo, ad esempio, a questo: la vita di Milano è veloce. La nostra vita è veloce, a rotta di collo. Proviamo a “rallentare”, a darci tempi diversi. Proviamo ad accorgerci dell’altro che ci passa accanto. Proviamo a tessere relazioni vere con i giovani e con gli anziani, con i nostri figli, con i nostri genitori, con gli amici, con i vicini, con i compagni di lavoro. Rallentiamo la nostra vita. Proviamo a pensare, a riflettere, a meditare, anche a pregare, a concedere al Signore – come diceva il Papa ai giovani a Colonia – “il diritto di parlarci”. Proviamo ad usare la parola a tempo e luogo; fermiamo la frenesia di parole. Impariamo ad amare questa bella città, a conoscerla, a cercarne l’anima nascosta. L’essere cittadini riparte proprio da queste cose, da uno stile di vita fatto diverso e nuovo!
Senza dimenticare che ci può essere una lentezza maggiore e una pace anche nella frenesia di Milano, anche nella concitazione delle strade, anche nei tempi stretti della giornata.

Ritessere relazioni vere è l’avvio di una comunità forte, coesa, amica, solidale, capace di accogliere tutti e che sa chiedere ed esigere dalla politica che forza, coesione, amicizia, accoglienza siano il segno distintivo delle istituzioni.

Stiamo attenti a non scivolare invece lungo la china della paura, della separatezza, del “felice deserto”, della difesa ad oltranza dei nostri delimitati confini.

Abbiamo una tale paura, da accettare di essere vigilati sempre, contravvenendo così ad una delle nostre principali e decise affermazioni, a quel caparbio “vogliamo essere liberi”, “vogliamo fare ciò che vogliamo, come vogliamo”. Le aree, le vie, le piazze sono sorvegliate. Ogni nostro passo, ogni nostra scelta, sono registrati. Siamo vigilati speciali: telecamere ovunque, l’uso del bancomat per le operazioni più semplici della vita quotidiana, le carte di fedeltà nei supermercati o nei negozi, il viacard e il telepass, l’auditel… Qualcuno sa quanto spendiamo, come spendiamo, che cosa acquistiamo e con quale frequenza; sa dove siamo andati, a chi abbiamo telefonato e per quanto tempo, che cosa abbiamo visto alla televisione. Molte di queste cose sono inevitabili. Talune sono figlie della fretta. Molte di esse in qualche modo ci rassicurano, vengono incontro alle nostre paure, anche a scapito della nostra libertà.

A questo punto, però, bisognerebbe domandarsi quale fine abbia fatto il "fraterno colloquio". Purché venga garantita la sicurezza, che alberga come insopprimibile domanda nel nostro cuore, siamo disposti a sacrificare molto, quasi tutto. In realtà, accettiamo il controllo su di noi e su ciò che facciamo perché esso rappresenta una prima e parziale risposta al nostro bisogno di sicurezza. Ma, forse, non ci accorgiamo che, così facendo, rischiamo di non curarci più di quelle relazioni che rendono fraterno il “colloquio” e rendono la vita sociale quella di una comunità civile.

Non c’è dubbio che la domanda di sicurezza dei cittadini vada esaudita. E questo è compito che grava in modo particolare sulle autorità istituzionali. Rimane però la questione di una società che deve superare le proprie paure e quelle dei suoi componenti, i quali devono alimentare la reciproca sicurezza attraverso relazioni personali che dicano fedeltà, amicizia, disponibilità all’altro, accoglienza.

dal discorso di sant’Ambrogio 2005 del Cardinale
 

 

 

 

 

 

 

Valid XHTML 1.0!