“Deus Caritas est” (“Dio è amore”) è il titolo della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, resa nota mercoledì 25 gennaio, in Vaticano.
Presentata in una edizione di 74 pagine, sin dal titolo si qualifica come
“Enciclica sull’amore cristiano” ed è strutturata in due parti:
- nella prima (“L’unità dell’amore nella creazione e nella storia della
salvezza”) il tema viene affrontato a partire dall’esperienza ed essenza
dell’amore umano in rapporto a quello divino, che viene donato in maniera
particolare in Cristo;
- nella seconda parte, dal titolo “L’esercizio dell’amore da parte della
Chiesa quale Comunità d’amore”, si analizzano la carità e l’impegno per la
giustizia messi in atto dalla Chiesa sin dai primi secoli, quali forme
concrete e comunitarie di risposta al comandamento di Gesù di amare tutti
come fratelli.
Nella parte conclusiva, Benedetto XVI evidenzia alcuni esempi di amore
cristiano di santi e beati, che si sono tradotti in iniziative di promozione
umana e di formazione cristiana.
L’AMORE DALL’“EROS” ALL’“AGAPE”.
"Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui": queste parole del Vangelo di Giovanni (1Gv 4,16) aprono la prima, attesa e già “discussa” enciclica di Benedetto XVI; discussa in anticipo sull’uscita, in quanto alcune indiscrezioni della scorsa settimana ne avevano già fatto trapelare passaggi significativi, tra i quali quelli – centrali per l’odierna sensibilità culturale e psicologica – sul rapporto tra “eros” e “agape”.
Sin dai primi passaggi dell’Enciclica, Benedetto XVI colloca il tema dell’“amore” umano in una prospettiva di derivazione e scambio con l’amore divino, di cui l’uomo è partecipe. "Nella mia prima Enciclica – scrive – desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri". Il Papa indica poi una prospettiva complessa con la quale affrontare il tema dell’“amore”, che non si limita alla sua dimensione personale (variamente connotata in senso affettivo, sentimentale, erotico e spirituale), ma che allarga lo sguardo sulla sua componente oblativa, la “carità”, che in linguaggio cristiano è “agape”.
L’UNITÀ E LA GRANDEZZA DELL’AMORE.
Nella prima parte dell’Enciclica, il Papa sembra voler cogliere l’occasione di un documento così importante per rammentare ai fedeli e a tutti i suoi lettori la molteplicità di significati, e quindi la ricchezza semantica della parola “amore”. Cita così "l’amor di patria", "per la professione", "amore tra amici", "amore per il lavoro", "tra genitori e figli", "tra fratelli e familiari", "amore per il prossimo" fino all’"amore per Dio", riservando all’"amore tra uomo e donna" la centralità assoluta, in quanto – scrive – "archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono".
E' a questo punto che Benedetto XVI richiama le critiche che, da taluni settori, vengono mosse alla comunità cristiana. "La Chiesa – scrive, riferendosi tra l’altro anche al filosofo Nietzsche – con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?". Per Benedetto XVI, la risposta è molto profonda, e va oltre una limitata visione emozionale ed egoistica del sentimento umano più diffuso: "L’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende".
CORPO E ANIMA INSCINDIBILI.
L’uomo, composto "di corpo e di anima" diventa "veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità". Da ciò – per Benedetto XVI - deriva che "l’eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice cosa che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce". L’amore vero ha, quindi, necessità di "un cammino di ascesa e di purificazione"; necessità di "esclusività" e del suo essere "per sempre" in quanto "mira all’eternità". "L’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività (...) all’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa". L’amore è definito "estasi", intesa come "cammino, come esodo perma nente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé".
Da questa dimensione di "agape", l’amore può poi scalare le vette dell’offerta totale e assoluta non solo a una persona, come è nella normalità del rapporto di coppia, ma a più persone fino all’intera umanità, come avviene nelle famiglie aperte alla vita e all’accoglienza e anche, in altro ambito, nella vocazione presbiterale o religiosa, facendosi "tutto a tutti". L’amore esige una intima compenetrazione e un profondo equilibrio tra corpo e anima, tra l’eros e l’agape, tra l’umano e il divino. Scrive il Papa: "L’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono". E la "sorgente" primordiale dell’amore "è Dio".
VITA COMUNITARIA E DIMENSIONE DELLA CARITÀ.
L’esercizio della carità da parte della Chiesa poggia sulla verità – ricorda Benedetto XVI – che l’amore "è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma (...) fino a che, alla fine, Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28)". Da qui sono venute, nel corso della storia, le varie forme di intervento caritativo ecclesiale, definite "espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo", con la sottolineatura che "la Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola".
È questo il "triplice compito" che non viene meno in nessun contesto storico e politico, fino ai nostri giorni segnati dalla globalizzazione. Benedetto XVI richiama – in un breve excursus storico – il sorgere della questione sociale, il nascere negli ultimi due secoli della "dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa", fino al confronto con il marxismo e alle Encicliche sociali. "L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta", annota poi il Pontefice, ricordando che ciò di cui c’è sempre bisogno, ad ogni livello dell’intervento caritativo, è "l’amorevole dedizione personale".
"Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato", aggiunge poi, ricordando che queste esperienze si fondano su "un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità".
SALDI NELLA CERTEZZA CHE “DIO È PADRE E CI AMA”.
Addentrandosi nella parti conclusive dell’Enciclica, il Papa si occupa poi dei "responsabili dell’azione caritativa della Chiesa" , ricordando il gran numero di organismi e realtà che svolgono in ogni parte del mondo "un servizio di carità". Il Pontificio Consiglio Cor Unum rappresenta, in ordine a queste realtà, l’"istanza della Santa Sede responsabile per l’orientamento e il coordinamento tra le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa cattolica". "L’esperienza della smisuratezza del bisogno", ricorda Benedetto XVI, potrebbe indurre alla "tentazione dell’inerzia sulla base dell’impressione che, comunque, nulla possa essere realizzato".
Ma, è la sua proposta, "è venuto il momento di riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo". Un appello quindi a confidare in Dio, piuttosto che ad erigersi "a giudice di Dio, accusandolo di permettere la miseria senza provar compassione per le sue creature". "Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che stia dormendo (1 Re 18,27) – scrive ancora il Papa – (...) i cristiani infatti conti nuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella bontà di Dio e nel ‘suo amore per gli uomini (Tt 3,4)".
GLI ESEMPI DA SEGUIRE.
I Santi sono coloro che hanno creduto "che Dio è amore" e che Lui "tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince". Ne ricorda diversi, da San Martino di Tours, che condivise il suo mantello con un povero, fino a Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta. L’amore di cui sono stati testimoni è definito da Benedetto XVI con queste parole: "I Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore". Richiamando poi la figura di Maria, "madre di tutti i credenti", ricorda, in conclusione, che "chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino".
Il tema: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo
era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” Per questo i
discepoli del Signore vivono e promuovono il rispetto della vita.
Il tema: ”Persona, lavoro e società nel pensiero sociale della Chiesa”.
Il Cardinale, in questa parte del suo messaggio alla città, attraverso l’immagine della “rete” spezzata, fragile, piccola, da ricostruire insieme,… avvia un discorso molto interessante e ci offre preziosi stimoli di riflessione, capaci di guidare il nostro cammino di crescita come credenti inseriti con operosa umiltà nel tessuto umano della nostra città.
Se guardiamo ora alla nostra città, Milano, essa ci appare come una città dai mille rapporti, dalle tante risorse, la città del lavoro, della finanza, della tecnologia, del commercio e degli scambi, del nuovo, del creativo: una città nella quale sono infinite le occasioni di incontro e di comunicazione. Milano è la città europea, la città internazionale, la città cosmopolita, la città “globale”.
Ma i tanti e variegati rapporti che caratterizzano la Città non la costruiscono davvero se sono staccati dal desiderio, dalla costanza e dall’impegno dei suoi cittadini di essere comunità. Non la costruiscono davvero se questi stessi rapporti sono l’espres sione solo di una élite, di un gruppo privilegiato che possiede la conoscenza e gli strumenti e che si consente delle relazioni. Non la costruiscono se gli altri sono esclusi e vivono gli uni accanto agli altri, allineati lungo una interminabile fila, accontentandosi, senza accorgersene, di non urtarsi reciprocamente.
A che cosa e a chi giova una città come questa?
La Città, però, è fatta di tutti i suoi cittadini, senza esclusione alcuna. Vorrei dire che non sono neppure consentite le autoesclusioni, rispetto alle quali è bene interrogarsi.
Amo, quindi, pensare a Milano come ad una “città globale”, più che “internazionale”, “cosmopolita” o “europea”. Amo pensarla come una città capace di stare dentro una “dimensione infinita”, senza confini, dall’anima aperta, capace di sostenere relazioni immateriali e però reali e vere. Solo queste sono le relazioni che costituiscono il filo saldo di una rete protettiva per la comunità che ci vive, una rete cioè che permette a tutti e a ciascuno – nessuno escluso – di sentirsi a casa propria, di essere riconosciuto nella sua dignità personale, di venire sempre accolto e onorato, di essere reso partecipe della comune responsabilità per la vita della Città stessa.
Tuttavia non sempre la Città tutela la dimensione della comunità, che dovrebbe contraddistinguerla; non sempre fa sentire a proprio agio coloro che la abitano. Milano rischia di essere al proprio interno la città dalla rete spezzata, che non riesce a dare protezione: la città dove i cittadini vivono la paura e l’insicurezza di sé, degli altri, della vita nel suo insieme; dove avvertono il bisogno e l’ansia drammatica di avere protezione e l’incapacità, o l’impossibilità, di darla a propria volta; dove sperimentano l’incertezza della quotidianità, persino della sopravvivenza, il terrore dell’ignoto. In questo modo la rete si spezza e, d’altro canto, chi è in preda alla paura non riesce a riannodarla.
Perché si sono spezzate le reti solidali della città?
O perché vengono percepite come se fossero spezzate? Perché a paura si aggiunge paura? La paura dell’altro; la paura di perdere la nostra libertà; la paura della responsabilità; la paura di farci carico degli altri; la paura del “colloquio fraterno”; ma anche la paura del non bastare a noi stessi nell’aspetto concreto della quotidianità.
Viviamo costantemente in angoscia, chiedendoci se avremo ancora una casa e il nostro lavoro; se avremo abbastanza per mangiare e se riusciremo a mantenere la nostra dignità; se la pensione sarà sufficiente o lo stipendio ci basterà per arrivare a fine mese; se potremo formare una famiglia, se vivremo giorni sereni e se qualcuno provvederà alla nostra vecchiaia.
Quante domande; quanti timori; quante difficoltà per la nostra esistenza quotidiana!
Restiamo così in preda ad una sorta di alienazione costante e siamo come spinti ad evitare gli altri perché non aggiungano, con i loro dubbi e le loro fragilità, preoccupazione e responsabilità – una responsabilità tuttavia impotente – alla nostra preoccupazione e alla nostra paura.
dal discorso di sant’Ambrogio 2005 del Cardinale
10. A ben vedere, il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano in modo errato alla verità: i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con la forza. Pur avendo origini differenti e pur essendo manifestazioni che si inscrivono in contesti culturali diversi, il nichilismo e il fondamentalismo si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la sua vita e, in ultima analisi, per Dio stesso. Infatti, alla base di tale comune tragico esito sta, in definitiva, lo stravolgimento della piena verità di Dio: il nichilismo ne nega l'esistenza e la provvidente presenza nella storia; il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso, sostituendo a Lui idoli fatti a propria immagine. Nell'analizzare le cause del fenomeno contemporaneo del terrorismo è auspicabile che, oltre alle ragioni di carattere politico e sociale, si tengano presenti anche le più profonde motivazioni culturali, religiose ed ideologiche.
11. Dinanzi ai rischi che l'umanità vive in questa nostra epoca, è compito di tutti i cattolici intensificare, in ogni parte del mondo, l'annuncio e la testimonianza del " Vangelo della pace ", proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Dio è Amore che salva, Padre amorevole che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come fratelli, responsabilmente protesi a mettere i differenti talenti a servizio del bene comune della famiglia umana. Dio è inesauribile sorgente della speranza che dà senso alla vita personale e collettiva. Dio, solo Dio, rende efficace ogni opera di bene e di pace. La storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l'umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro. Ciò deve spronare i credenti in Cristo a farsi testimoni convincenti del Dio che è inseparabilmente verità e amore, mettendosi al servizio della pace, in un'ampia collaborazione ecumenica e con le altre religioni, come pure con tutti gli uomini di buona volontà.
12. Guardando all'attuale contesto mondiale, possiamo registrare con piacere alcuni promettenti segnali nel cammino della costruzione della pace. Penso, ad esempio, al calo numerico dei conflitti armati. Si tratta di passi certamente ancora assai timidi sul sentiero della pace, ma già in grado di prospettare un futuro di maggiore serenità, in particolare per le popolazioni martoriate della Palestina, la Terra di Gesù, e per gli abitanti di talune regioni dell'Africa e dell'Asia, che da anni attendono il positivo concludersi degli avviati percorsi di pacificazione e di riconciliazione. Sono segnali consolanti, che chiedono di essere confermati e consolidati attraverso una concorde ed infaticabile azione, soprattutto da parte della Comunità Internazionale e dei suoi Organi, preposti a prevenire i conflitti e a dare soluzione pacifica a quelli in atto.
I documenti del Papa e del Vescovo e altre notizie si trovano sul sito della diocesi www.chiesadimilano.it.
Occorrono: olio, zucchero.
Un GRAZIE GRANDISSIMO a tutti coloro che sostengono il servizio ai fratelli in difficoltà con le offerte di viveri.
con la partecipazione di studenti e docenti dell’Istituto Scolastico Comprensivo Casa del Sole - Rinaldi