foto dell'interno della chiesa

 

Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Foglio settimanale: n. 3 - 21 gennaio 2006


UNITÀ DEI CRISTIANI E...

L'unità dei cristiani e anche di quanti credono in un Dio, e di tutti gli uomini è una realtà impegnativa  come è impegnativo il Vangelo che ci chiede di essere liberi, come sono liberi i figli di Dio secondo Gesù Cristo. Liberi di compiere opere piccole e grandi, liberi di lasciar posto ad altri e di scomparire, come fa il chicco di grano che si spende e si consuma per dare vita ad altri, fino a che il Signore sia tutto in tutti e non ci sia più bisogno di vestirci di difese.

Per camminare verso questa meta, lo Spirito ci spinge a farci gioiosamente ultimi, senza pretese, e ad accorgerci con semplicità che, nonostante le nostre scorie, noi siamo belli e gli altri sono belli, più belli di noi, e a rallegrarci di questo, perchè insieme riflettiamo frammenti della bellezza di Dio, sempre più ampi.

La strada dell'unità dei cristiani e degli uomini passa attraverso la persuasione assimilata che a noi è chiesto di assumere una mentalità evangelica più radicale e concretamente fattiva, lasciando che altri compiano i loro percorsi nella luce dello Spirito, come egli liberamente propone loro.

Ci sostenga in questo nostro cammino Colui che è venuto non per essere servito, ma per servire e per dare la vita per la salvezza di tutti, proprio di tutti.


ORATORIO... ORA!
LA CASA DEL QUARTIERE... raccolta fondi

Grazie di tutti i vostri contributi, siete stati molto generosi!

Abbiamo raccolto € . 9.316,00 dei quali:

- € 1.031,00 cassetta delle offerte all’ingresso della chiesa

- € 7.540,00 offerte straordinarie

- € 745,00 sottoscrizioni mensili che, mantenute nel tempo per 12 mesi, permetteranno di raccogliere € 8.940,00.

…c’è ancora molta strada da fare per raccogliere 75.000,00 euro ma siamo solo all’inizio.

Oggi è la domenica di raccolta delle sottoscrizioni mensili e troverete in fondo alla chiesa gli incaricati per le vecchie e nuove sottoscrizioni mensili.

Vi aspettiamo!

Il consiglio pastorale.
 


LETTERA DA TAIZÉ PER IL 2006
"LETTERA INCOMPIUTA" (3)

Siamo così fragili da aver bisogno di consolazione?

Ad ognuno capita di essere scosso da una prova personale o dalla sofferenza degli altri. Ciò può arrivare fino a far tremare la fede e spegnere la speranza. Ritrovare la fiducia della fede e la pace del cuore significa talvolta essere pazienti con se stessi.

C'è una pena che segna in modo particolare: la morte di una persona cara che forse ci era d'aiuto nel nostro cammino terreno. Ma ecco che una tale prova può essere trasfigurata, allora diventa apertura ad una comunione.

A chi si trova all'estremo della sofferenza, può essere restituita una gioia del Vangelo. Dio viene a rischiarare il mistero del dolore umano al punto che ci accoglie in un'intimità con lui.

Eccoci allora collocati su un cammino di speranza. Dio non ci lascia soli. Ci permette di avanzare verso una comunione, questa comunione d'amore che è la Chiesa, allo stesso tempo così misteriosa e così indispensabile...

Il Cristo di comunione ci fa questo immenso dono della consolazione.

Nella misura in cui la Chiesa diventa capace di portare la guarigione del cuore comunicando il perdono, essa rende più accessibile una pienezza di comunione con Cristo.

Quando la Chiesa è attenta ad amare ed a comprendere il mistero di ogni essere umano, quando incessantemente ascolta, consola e guarisce, diventa ciò che è di più luminoso in se stessa: il limpido riflesso di una comunione.

Cercare riconciliazione e pace implica una lotta all'interno di sé. Non è un cammino facile. Nulla di duraturo si costruisce facilmente. Lo spirito di comunione non è qualcosa d'ingenuo, è allargare il proprio cuore, è profonda benevolenza, esso non ascolta i sospetti.

Per essere portatori di comunione, avanzeremo, ciascuno nella propria vita, sulla strada della fiducia e di una bontà del cuore sempre rinnovata?

Su questo cammino ci saranno talvolta degli insuccessi. Allora ricordiamoci che la sorgente della pace e della comunione è in Dio. Lungi dallo scoraggiarci, invocheremo il suo Spirito Santo sulle nostre fragilità.

E, in tutta la nostra vita, lo Spirito Santo ci permetterà di riprendere il cammino e di andare, da un inizio ad un nuovo inizio, verso un avvenire di pace.

Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…


LA FAMIGLIA DIFFONDE NELLA SOCIETÀ RELAZIONI BASATE SUL PERDONO

Il perdono: trasformarsi per trasformare - di Giulia e Attilio Danese

Rischiamo di confondere il vero perdono con quello illusorio, molto più facile e frequente. Il perdono illusorio non cambia il cuore, serve a giustificare i nostri comportamenti verso chi è "perdonato": non unisce, ma mantiene il distacco. Il perdono vero è quello che ti cambia dentro, ti cambia il cuore. Scaturisce dalla fedeltà all’altro, vive della fiducia in sé e nell’altro. Ti rende capace di rinunciare a te stesso per dire "tu vali più dei tuoi atti".

Il perdono è reciprocità, non scatta quando dico "ti perdono", ma quando capisco che desidero ancora riprendere ad amarti. Il perdono ci fa "persona nuova".

 

Amore e perdono - di Elena Bartolini

Nel brano di Luca 7, 36-50 (La peccatrice perdonata), troviamo l’affermazione di Gesù che dice che a chi ama poco, poco è perdonato. La donna non chiede perdono ma compie gesti d’amore: è per questo che Gesù la perdona. La donna, prima di chiedere, dona. Si riceve il perdono anche senza chiederlo perché l’amore di Dio è più grande del peccato dell’uomo … Dio che è lento all’ira e grande nell’amore.

Il suo perdono c’è, nonostante la fragilità umana. Fa parte del suo progetto sull’uomo. Dopo il peccato originario, Dio scaccia Adamo ed Eva, ma prima li veste, dona loro un segno della sua misericordia, perché Dio vuole essere prima misericordioso che giudice.

La mano di Dio è sempre pronta ad accogliere coloro che si pentono.

 

La coppia umana e il perdono - di Mons. Carlo Rocchetta

L’uomo e la donna sono creati per la comunione, ma sono bisognosi di perdono.

Sono essi stessi immagine della Trinità che è: dono (Padre), accoglienza (Figlio), condivisione (Spirito Santo), comunione perfetta; così anche gli sposi sono comunione trinitaria e il peccato è ciò che rompe questa comunione. Come nella Genesi il peccato infrange l’alleanza tra Dio e l’uomo, così il peccato infrange la comunione tra gli sposi.

Ma la grazia di Dio, il suo Spirito, ci dà la possibilità di ritornare ad essere in comunione, ad essere immagine trinitaria.

Ecco che il perdono genera pace e armonia; è un dono a noi stessi e all’altro. Il perdono porta ad essere ciò che siamo: persone chiamate alla comunione.


SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITA DEI CRISTIANI

 “Se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18, 18-20)

 L'idea di una preghiera per l'unità delle Chiese cristiane nasce in ambito protestante alla fine del XVIII secolo. Nella seconda metà del secolo successivo nasce una prima Unione di preghiera per l'unità che viene sostenuta sia dalla prima Assemblea dei vescovi Anglicani a Lambeth che da Papa Leone XIII. Agli inizi del XX secolo il reverendo Paul Wattson propone la celebrazione di un Ottavario per l'unità della Chiesa dal 18 al 25 gennaio con un significato simbolico: apertura con la festa della cattedra di Pietro e chiusura con la memoria della conversione di Paolo. Il movimento Fede e costituzione, divenuto poi una commissione del Consiglio ecumenico delle Chiese, comincia la pubblicazione di alcuni Suggerimenti per l'Ottavario a cui ben presto cominciano a collaborare anche i cattolici francesi. Il Concilio Vaticano II ha definito chiaramente la preghiera come l'anima del movimento ecumenico.

Oggi la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani viene celebrata in tutto il mondo dal 18 al 25 gennaio a partire da un testo biblico e da un sussidio elaborato dalla commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese (protestanti e ortodossi) e dal pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani (cattolici). Nell'emisfero Sud del mondo il mese di gennaio è un periodo di vacanze e le Chiese celebrano la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani in altri momenti quali la Pentecoste. Tutto l'arco dell'anno è tempo propizio per riconoscere i segni di comunione già in atto tra i cristiani e per pergare, secondo il volere di Cristo stesso, per il raggiungimento della piena unità.


GITA SULLA NEVE - domenica 5 febbraio 2006

A Pila (Valle d'Aosta).

Iscrizioni presso il bar dell'oratorio entro martedì 31 gennaio.

Vi aspettiamo numerosi!


L'ORIZZONTE IDEALE DELLA CITTÀ…
COMUNITÀ E "COLLOQUIO FRATERNO" TRA GLI UOMINI (4)

Del resto, dobbiamo fidarci dell'idea conclusiva contenuta nella lettera del nostro Vescovo: "È buona... la sincerità di un discorso schietto ed è ricca davanti a Dio, anche se cammina fra i tranelli; tuttavia, siccome è incapace di tramare insidie o di stringere lacci, non ne è avvinta". Molto, allora, si costruisce attraverso la verità delle parole che diciamo, che dicono con chiarezza come è il nostro cuore e che cosa davvero desideriamo comunicare agli altri.

Di fatto dunque, non si vive senza gli altri. Ciò significa anche che non si vive senza "lottare" con loro. È una sorta di paradosso. Per vivere la fraternità bisogna accettare il "conflitto", la fatica di vivere "con" gli altri e, di più, la fatica di vivere "per" gli altri. Non bisogna venir meno al nostro diritto-dovere di vivere dentro la comunità e non come estranei ad essa, lontani, quasi sperduti in un "felice deserto", dove l'isolamento è la condizione ideale per vivere a capriccio tutto ciò che si vuole e come si vuole.

Se ci rifugiamo in qualche desiderato "felice deserto", qualunque esso sia, la nostra vita è irrimediabilmente condannata alla mediocrità, diventa una vita vissuta a metà. Essa sarà sì al riparo dagli altri, ma non lo è dalla nostra meschinità. E può accadere che ne scopriamo tragicamente il fallimento.

In ogni caso, l'insieme dei più o meno tanti "felici deserti" non sarà mai una società o una comunità. Non accettare una relazione di reciprocità, di conoscenza, persino di inevitabile conflitto, per imparare a comporlo e superarlo, significa rinunciare ad essere comunità. Rinunciare al "fraterno colloquio" vuol dire rinunciare a costruire una società più umana per tutti.

A che cosa serviranno allora i milioni di contatti via internet, le possibilità infinite di comunicazione, le informazioni in tempo reale da una parte all'altra del mondo, se non aiuteranno gli uomini a parlarsi, a riconoscersi, a vedersi e a comprendersi gli uni gli altri?

dal discorso di sant’Ambrogio 2005 del Cardinale


MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE:
NELLA VERITÀ, LA PACE (3)

7. La verità della pace deve valere e far valere il suo benefico riverbero di luce anche quando ci si trovi nella tragica situazione della guerra. I Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, sottolineano che non diventa "tutto lecito tra le parti in conflitto quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata". La Comunità Internazionale si è dotata di un diritto internazionale umanitario per limitare al massimo, soprattutto per le popolazioni civili, le conseguenze devastanti della guerra. In molteplici circostanze e in diverse modalità, la Santa Sede ha espresso il suo sostegno a tale diritto umanitario, incoraggiandone il rispetto e la pronta attuazione, convinta che esiste, anche nella guerra, la verità della pace. Il diritto internazionale umanitario è da annoverare tra le espressioni più felici ed efficaci delle esigenze che promanano dalla verità della pace. Proprio per questo il rispetto di tale diritto si impone come un dovere per tutti i popoli. Ne va apprezzato il valore ed occorre garantirne la corretta applicazione, aggiornandolo con norme puntuali, capaci di fronteggiare i mutevoli scenari degli odierni conflitti armati, nonché l'utilizzo di sempre nuovi e più sofisticati armamenti.

8. Il mio grato pensiero va alle Organizzazioni Internazionali e a quanti con diuturno sforzo operano per l'applicazione del diritto internazionale umanitario. Come potrei qui dimenticare i tanti soldati impegnati in delicate operazioni di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie alla realizzazione della pace? Anche ad essi desidero ricordare le parole del Concilio Vaticano II: "Coloro che, al servizio della patria, sono reclutati nell'esercito, si considerino anch'essi ministri della sicurezza e della libertà dei popoli. Se adempiono rettamente a questo dovere, concorrono anch'essi veramente a stabilire la pace". Su tale esigente fronte si colloca l'azione pastorale degli Ordinariati militari della Chiesa Cattolica: tanto agli Ordinari militari quanto ai cappellani militari va il mio incoraggiamento a mantenersi, in ogni situazione e ambiente, fedeli evangelizzatori della verità della pace.

9. Al giorno d'oggi, la verità della pace continua ad essere compromessa e negata, in modo drammatico, dal terrorismo che, con le sue minacce ed i suoi atti criminali, è in grado di tenere il mondo in stato di ansia e di insicurezza. I miei Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II sono intervenuti più volte per denunciare la tremenda responsabilità dei terroristi e per condannare l'insensatezza dei loro disegni di morte. Tali disegni, infatti, risultano ispirati da un nichilismo tragico e sconvolgente, che il Papa Giovanni Paolo II descriveva con queste parole: "Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro: tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto". Non solo il nichilismo, ma anche il fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo, può ispirare e alimentare propositi e gesti terroristici. Intuendo fin dall'inizio il dirompente pericolo che il fondamentalismo fanatico rappresenta, Giovanni Paolo II lo stigmatizzò duramente, mettendo in guardia dalla pretesa di imporre con la violenza, anziché di proporre alla libera accettazione degli altri la propria convinzione circa la verità. Scriveva: "Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell'essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine".


FAMIGLIA: SEGNO DI SPERANZA E LUOGO DI UMANIZZAZIONE

Il Cardinale, nella terza ed ultima tappa del Percorso Pastorale Diocesano per il triennio 2003-2006, sottolinea come la famiglia cristiana, chiesa domestica, possa diventare "sale della terra", "luce del mondo" attraverso il vissuto quotidiano delle coppie e delle famiglie.

In questo modo la famiglia diventa il luogo primario della "umanizzazione" della persona e della società.

La famiglia cristiana nella sua identità e missione di "chiesa domestica" è voluta dal Signore Gesù come "sale della terra" e "luce del mondo". Essa riceve la grazia e la responsabilità della testimonianza a Cristo e al suo Vangelo, una testimonianza che passa attraverso le realtà tipiche del vissuto coniugale e familiare, come l'amore, la comunione, la donazione di sé, la generazione della vita, l'educazione dei figli, la partecipazione alla vita della Chiesa e della società…

E’ proprio il vissuto quotidiano delle coppie e delle famiglie a rappresentare lo "spazio umano" più comune e abituale, più vicino e concreto, più coinvolgente e decisivo nel quale essere coerenti al Vangelo e dare testimonianza Cristo nel mondo. E’ qui, in primo luogo nella casa che si celebra il "culto spirituale" che il Signore chiede e di cui hanno bisogno la persona e la società, oggi soprattutto.

In particolare, è anzitutto in famiglia che la "sfida" di assicurare la "qualità umana" in tutti i rapporti e in tutti i luoghi concreti dell'esistenza trova la sua primordiale espressione e il suo spazio più naturale. Come ha scritto Giovanni Paolo Il, è la famiglia il "luogo primario della "umanizzazione" della persona e della società".

È grazie al vero amore, fondamento e senso della famiglia, che ogni uomo e ogni donna possono essere riconosciuti, rispettati, stimati e valorizzati per il solo fatto che esistono e che sono persone. E tutto questo nel segno della "gratuità", senza badare ad alcun interesse o tornaconto. Con un'attenzione ancora più squisita e privilegiata per chi fosse maggiormente nel bisogno, perché piccolo o anziano, disabile o malato.

Ne deriva che lo stile tipico della famiglia - rispettoso della sua natura e funzione - è quello dell’accoglienza, dell'incontro, del dialogo, dell'apertura, della disponibilità disinteressata, del servizio generoso, della solidarietà profonda.

Ed è proprio qui che la famiglia riconosce in sé, come sua tipica nota originaria, una grande e insostituibile potenzialità nel trasformare la società, ordinando la secondo Dio, e quindi può da sé liberare un'incontenibile forza missionaria, divenendo autentica "anima del mondo".

In una società sempre più spersonalizzata e massificata, disumana e disumanizzante, "la famiglia possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l'uomo dallo anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società".

Se assolve il suo proprio compito, la famiglia diventa un autentico “segno di contraddizione” nel mondo, una denuncia forte di una cultura che basa i rapporti personali, soprattutto, sulla efficienza e sulla funzionalità. E così la famiglia può risplendere come concreto "segno di speranza" per una convivenza più umana.

Non possiamo poi dimenticare le "risorse" che la famiglia possiede e i "compiti" che essa è chiamata a svolgere in riferimento sia ad alcuni ambiti della vita sociale - quali, ad esempio, il mondo del lavoro, quello della scuola e della cultura -, sia ad altri importanti aspetti della vita, come l'uso del tempo, del denaro e dei media.

 

 

 

 

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