Cari parrocchiani di san Giovanni Crisostomo
e abitanti del nostro Quartiere,
ieri pomeriggio il colonnello Gianni Degaudenz, del Comando della Guardia di Finanza di Milano, ha convocato il Presidente della Polisportiva San Giovanni Crisostomo per notificargli una lettera raccomandata diretta alla Parrocchia e alla Polisportiva, non recapitata dalle Poste Italiane, perché inviata a un indirizzo errato. Questa mattina due militari dell’Arma, mi hanno notificato la medesima lettera, presso la sede della Parrocchia.
La raccomandata, datata 5 maggio 2005, intimava di “provvedere alla rimozione con urgenza, entro il limite massimo del 31.05.2005, delle strutture e degli impianti “ sportivi istallati nell’area. Nella notifica odierna il termine ultimo viene prorogato al 12.06.2005.
Ancora una volta rimaniamo sconcertati. Da una parte il testo a pagina 2 al secondo capoverso (righe 7-11) insiste sulla ”accertata impossibilità di reperire sul territorio del Comune di Milano altre aree da destinare alle strutture per le esigenze di questo Comando”, impossibilità smentita dalla circostanziata proposta di destinazione alle costruzioni della Guardia di Finanza di una area alternativa nel Comune di Milano, presentata dal Consigliere Comunale Fanzago il 9 maggio scorso.
Dall’altra la data di smantellamento degli impianti sportivi verrebbe ad interferire pesantemente sui tornei in calendario che si svolgeranno fino al 26 giugno e sulle iniziative dell’Oratorio estivo in attività fino al 15 luglio.
Ci permettiamo di confidare ancora nell’intervento delle Istituzioni Civili, perché l’attenzione al bene presente e futuro della Comunità e del Quartiere prevalga su ogni altra logica e si giunga soddisfare in altro modo le legittime attese della Guardia di Finanza utilizzando l’area alternativa proposta.
Ribadisco ancora una volta che continuo ad avere fiducia, come cittadino italiano, nella attenzione e nella correttezza delle Istituzioni, e, come credente, in quella misteriosa Provvidenza che guida gli eventi in modo imprevedibile nella direzione di un bene migliore, e che si prende cura di tutti, in particolare di coloro che sono più poveri e indifesi.
don Piero Cecchi (parroco)
con il cuore ci sono anch’io
«Sine dominico non possumus: Senza la domenica non possiamo vivere». Questa espressione dei martiri di Abitene è stata scelta quale tema del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale che si terrà a Bari dal 21 al 29 maggio 2005. Cosa avvenne ad Abitene? Da chi e perché è stata pronunciata questa frase e quale significato profondo è racchiuso nel termine latino dominicum, da spingere i martiri ad affrontare la morte piuttosto che rinunciarvi? Sono interrogativi che non si possono eludere se non si vuole ridurre questa espressione ad un incomprensibile slogan.
1. La persecuzione di Diocleziano e la comunità cristiana di
Abitene.
Abitene era una città della provincia romana detta Africa
proconsularis, nell’odierna Tunisia, situata, secondo un’indicazione di
Agostino, a sud ovest dell’antica Mambressa, oggi Medjez el–Bab, sul
fiume Medjerda.
Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma,
scatena una violenta persecuzione contro i cristiani ordinando che «si
dovevano ricercare i sacri testi e santi Testamenti del Signore e le
divine Scritture, perché fossero bruciati; si dovevano abbattere le
basiliche del Signore; si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le
santissime riunioni del Signore» (Atti dei Martiri, I).
Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini
dell’Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per
celebrare l’Eucaristia domenicale.
È una piccola, ma variegata comunità cristiana: vi è un senatore,
Dativo, un presbitero, Saturnino, una vergine, Vittoria, un lettore,
Emerito…
Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono
arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per
essere interrogati.
Al proconsole, che chiede loro se possiedono in casa le Scritture, i
Martiri confessano con coraggio che «le custodiscono nel cuore»,
rivelando così di non voler distaccare in alcun modo la fede dalla vita.
Il loro stesso martirio si trasforma in una liturgia “eucaristica”; tra
i tormenti, infatti, si possono ascoltare dalle labbra dei Martiri
espressioni come queste: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo
grazie, o Dio… Ti prego, Cristo, abbi misericordia».
La loro preghiera è accompagnata dall’offerta della propria vita e unita
alla richiesta di perdono per i loro carnefici.
2. La testimonianza di Emerito.
Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da
Emerito.
Questi afferma senza alcun timore di aver ospitato in casa suoi i
cristiani per la celebrazione.
Il proconsole gli chiede: «Perché hai accolto nella tua casa i
cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?».
Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non
possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza
riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia.
Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato.
Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a
quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua
presenza nell’evento eucaristico.
3. La domenica e l’identità cristiana.
Questi 49 martiri di Abitene hanno affrontato coraggiosamente la
morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir
meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale.
Perché? Non certamente per la sola osservanza di un “precetto” – visto
che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo.
Allora, perché? Perché i cristiani, fin dall’inizio, hanno visto nella
domenica e nell’Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento
costitutivo della loro stessa identità.
È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti
dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice:
«Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai
partecipato alle riunioni».
Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza
celebrare i misteri del Signore o i misteri del Signore si potessero
celebrare senza la presenza del cristiano! Non sai dunque, satana, che
il cristiano vive della celebrazione dei misteri e la celebrazione dei
misteri del Signore si deve compiere alla presenza del cristiano, in
modo che non possono sussistere separati l’uno dall’altro? Quando senti
il nome di cristiano, sappi che si riunisce con i fratelli davanti al
Signore e, quando senti parlare di riunioni, riconosci in essa il nome
di cristiano».
4. La centralità della domenica.
Alla luce della testimonianza dei martiri di Abitene acquista
maggiore forza quanto scrivono i Vescovi italiani negli Orientamenti
pastorali: «Ci sembra fondamentale ribadire che la comunità cristiana
potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la
centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24),
“Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e
se custodirà nel contempo la parrocchia quale luogo – anche fisico – a
cui la comunità stessa fa costante riferimento».