domenica 8 maggio ore 19.00 - Duomo di Milano
XXVº anniversario di ordinazione episcopale del Cardinale
Grazie, Padre, per tutto quello che ci hai donato, negli anni del tuo episcopato a Milano.
Ci hai guidato incontro al Signore con passione, coraggio e saggezza, ci hai annunciato il Vangelo e lo hai calato per noi nelle concrete situazioni del nostro tempo, ponendoti in cammino con l’uomo, vicino o distante che fosse, con larghezza di cuore.
Ti pensiamo con grande affetto e riconoscenza, e in noi rimane una profonda nostalgia della tua persona, del tuo magistero e della tua guida spirituale e pastorale.
Il Signore ti sia sempre accanto con la tenerezza che ha manifestato a Paolo e ti colmi delle sue consolazioni.
C. M. Martini
Paolo, seguendo l’insegnamento di Gesù, denuncia il peccato fondamentale che sta alla radice di tutti gli altri: "E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno" (Rm 1, 28).
E’ questo uno degli aspetti del peccato radicale a cui l’uomo è inclinato e a cui ciascuno di noi è profondamente proteso e inevitabilmente attratto, se la forza di Dio non venisse in nostro soccorso.
Qual è questo peccato fondamentale?
Si può esprimerlo in tanti modi e ciascuno a partire dalla propria
esperienza.
E’ "il peccato" di cui Giovanni parla nel quarto vangelo usando quasi
sempre il singolare.
E’, sostanzialmente, il non voler riconoscere Dio come Dio, è il peccato
che sta alla radice della rivolta di Satana: non riconoscere che la
nostra vita è determinata solo dall’ascolto di Dio.
La radice nascosta, e quindi non facilmente esplicitabile, di tutto
ciò che è chiamato laicismo sta proprio qui.
Non si tratta di una propensione cattiva, come ad esempio nella scelta
del furto, dell’ingiustizia, della menzogna.
Il peccato sta nel dire che non c’è bisogno dell’ascolto di Dio, che non
è la Parola di Dio a determinare la vita ma, ultimamente, la nostra sola
scelta.
Ecco il peccato fondamentale da cui tutto il resto deriva, al quale
sono sottese tutte le mancanze personali.
Per Paolo la distorsione fondamentale è quella di non riconoscere il Dio
del Vangelo; è la tendenza a negare che l’uomo è fatto per l’ascolto di
Dio, a vivere della sua Parola; è il rifiuto istintivo e diabolico in
sé, perché irragionevole, di lasciarsi amare e salvare da Dio e di
vivere del suo amore.
Questo rifiuto può assumere, come in Paolo, persino il colore dello
zelo: vantandosi della sua tradizione, della sua onorabilità, egli di
fatto rifiutava la misericordia di Dio come determinante per la sua
vita.
E’ il peccato che veramente ha bisogno di essere curato nell’uomo,
perché sia curata la radice delle opere della carne.
Ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia non sono semplici
fragilità e debolezze ma derivano da un’origine più profonda.
L’uomo è maledettamente scontento di sé e la sua scontentezza è
venuta fuori in forme paradossali, abnormi.
Questa scontentezza di sé è, in radice, il rifiuto di essere amato, di
lasciarsi amare; il fissarsi talmente nella propria autonomia da farsene
un idolo, con tutte le reazioni di tristezza o di disperazione che ne
seguono e con tutte le conseguenze di crudeltà, di ingiustizia che sono
l’apice della malvagità umana.
Solo così possiamo spiegare i grandi massacri, anche recenti, della
storia, le uccisioni spietate che sono avvenute e che avvengono in
momenti di rivolgimenti politici, sociali, in cui si sfoga un’interiore
disperazione dell’uomo.
Chi è scontento di sé infierisce sugli altri.
Grazie a Dio solo raramente noi incontriamo nella vita questi casi
limite; però li incontriamo, ci sono e fanno la storia.
Ciò che è avvenuto infatti nei campi di concentramento al tempo di
Hitler non si può spiegare se non con questo sorgere del demoniaco
rifiuto di Dio.
Paolo parlando di questo peccato ci sconcerta perché, riferendolo a
se stesso e ad ogni uomo, sottolinea che è invincibile.
"Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne,
venduto come schiavo del peccato.
Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che
voglio io faccio, ma quello che detesto.
Ora, se faccio quello che non voglio, lo riconosco che la legge è buona;
quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in
me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non
compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7, 14-19).
E’ una impotenza umana storica, misteriosa, paradossale fino a
sfiorare l’assurdo.
L’uomo desidera il bene ma si accorge che non lo realizza.
Condizionato dalle vicende, dalle tensioni, dalle difficoltà, dalle
opposizioni che deve superare, si indurisce e, indurendosi, si richiude
in sé, si arriccia contro le difficoltà, si rinchiude nel possesso e
nell’autodifesa e così rifiuta la dipendenza da Dio, dalla sua Parola e
dalla sua misericordia.
Nei casi peggiori resta travolto e nega la trascendenza di Dio.
Nei casi migliori, l’uomo arriva a vivere il dualismo per cui nei
momenti buoni gli sembra di essere teso all’ascolto della Parola, e poi,
nell’incalzare delle circostanze, specialmente avverse – amarezze,
delusioni, odii, contrasti, ingiustizie che subisce e che ha voglia di
ritorcere – si difende ad ogni costo, si oppone agli altri e soprattutto
non fa più riferimento alla Parola di Dio.
Paolo ha toccato con quel "peccato che abita in me" la profonda miseria
dell’uomo, difficile a capirsi, però sperimentabile negli effetti, nelle
conseguenze, nelle situazioni storiche.
ore 21.00 - SALA PARROCCHIALE via cambini 10
venerdì 6 maggio
IL REFERENDUM NELL’ORDINAMENTO GIURIDICO ITALIANO
Dottor Mattia Cappello
venerdì 13 maggio
LA FIGURA DI GIORGIO LA PIRA E IL SUO CONTRIBUTO ALLA COSTITUZIONE
ITALIANA
Dottoressa Giovanna Carocci
venerdì 20 maggio
LA LEGGE 40 SU LA FECONDAZIONE ASSISTITA: PRO E CONTRO
Dottor Antonio Canino
venerdì 27 maggio
INCONTRO CONCLUSIVO
(da precisare)
martedì 10 maggio
Mercoledì 11 maggio ore 21
12 – 31 maggio ore 13.30 -14.30