"Mane nobiscum domine!"
"Resta con noi, Signore!"
Questa invocazione, che forma il tema dominante della lettera apostolica di Giovanni Paolo II per l'anno dell'Eucaristia, è la preghiera che sgorga spontanea nel mio cuore, mentre mi accingo ad iniziare il ministero a cui Cristo mi ha chiamato.
Come Pietro, anch'io rinnovo a lui la mia incondizionata promessa di fedeltà.
Lui solo intendo servire dedicandomi totalmente al servizio della sua Chiesa.
30 aprile 2005
i lavoratori vegliano con il loro vescovo: “LAVORO ED EUCARISTIA”…
Il ritmo della settimana è scandito dal lavoro, come impegno di ogni persona adulta: esso porta allo sviluppo di sé, all'autonomia della propria famiglia al servizio della società.
Il lavoro produce beni e servizi: sono indispensabili per una convivenza in cui ciascuno opera, offre e riceve.
Il lavoro sostiene il primato della persona umana, uomo o donna che sia, poiché aiuta a trasformare e a sviluppare le energie e le possibilità giacenti nella realtà creata, per offrire ricchezza e benessere a tutti.
Dal lavoro nasce il riposo che è lo sviluppo e l'esigenza del lavoro: garantisce un equilibrio ed una complementarietà, offre libertà e scoperte nuove.
L'Eucaristia si pone nella ricchezza del riposo come il coronamento del lavoro di Dio e come inizio dell'operatività dell'uomo. Essa è incontro: con una comunità che prega; con la Parola di Dio che istruisce; con i doni che il lavoro offre, simboleggiati nel pane e nel vino, ma anche nei fiori, nelle panche, nelle strutture e nelle costruzioni; con il canto e la preghiera; con lo spezzare il pane che è il vero significato del lavoro, immagine dell'amore di Gesù che offre la sua vita per ciascuno.
Tutto questo si svela nella presenza di Gesù e quindi nella realtà quotidiana quando Egli ci fa capire la Parola di Dio e quando trasforma, attraverso il linguaggio e la comunicazione, la conoscenza del suo mistero nello stare tra noi.
L'Eucaristia suppone così un incontro e un camminare nel mondo fino alla prossima Eucaristia.
Questo spazio viene riempito:
La settimana di lavoro ci mette alla prova e ci stimola perché possiamo diventare corpo di Cristo. E il corpo tiene compatte e armoniose le membra, se ci sforziamo di perdonarci e di usare misericordia come tutta la liturgia Eucaristica richiama continuamente nella fiducia.
L'Eucaristia fa riferimento al banchetto pasquale, al cammino dei 40 anni nel deserto, alla liberazione che si attua ogni giorno, all'attesa del progredire con fiducia, nonostante i fallimenti quotidiani, verso la terra promessa.
La liberazione perciò diventa concreta nel lavoro di ogni giorno, nei progetti di ogni lavorazione, negli obiettivi che si scelgono e che si sviluppano.
Non ci sono solo le armi che vanno riconvertite, ma anche i giochi di potere finanziario che affamano le persone, gli interventi che producono grandi ricchezze e profonde povertà.
Eppure esistono anche i programmi che offrono possibilità di riscatto, i progetti che permettono la casa a chi non ce l'ha, gl'interventi che rendono più agevoli i trasporti e più veloci i tempi di percorrenza, le strutture che sviluppano intelligenze operative e portano maggiore benessere e comprensione delle vere esigenze della vita.
L'Eucaristia e il lavoro si richiamano e si confrontano: non c'è l'una senza l'altro, non c'è dono del corpo del Signore senza liberazione, non c'è sapienza senza comunità, non c'è misericordia senza pace.
“… lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24,35)
La liberazione dell’aprile 1945
è un avvenimento capitale
della nostra storia di libertà e democrazia
che non solo non può essere dimenticato o sottovalutato:
è una esperienza vissuta e sofferta dal nostro popolo
che in diversi modi l’ha pagata di persona
e che deve essere ricordata, purificandone la memoria,
per porci al riparo da qualunque tentazione
autoritaria e antidemocratica.
A 60 anni dalla Liberazione
il modo migliore di onorare la memoria
di chi è caduto per contribuirvi
è quello di cercare di realizzare le promesse
e gli ideali che ne ispirarono l’azione.
La fedeltà alla Costituzione
e la sua attualizzazione con leggi appropriate
sono indispensabili
per rispondere alle speranze racchiuse
nel sangue gratuitamente sparso
da chi la rese possibile
come espressione della libertà di un popolo,
anche della parte di chi vi si oppose
e oggi cerca di minarla, aggirarla, servirsene
per interessi particolari.
mercoledì 27 aprile alle ore 20,45, nel Duomo,
della Messa di ringraziamento per l'elezione di Sua Santità Benedetto XVI presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi con i Vescovi ausiliari e i Vicari episcopali
Carissimi, vi scrivo da Roma, al termine del Conclave nel quale è stato eletto come nuovo pontefice il cardinale Joseph Ratzinger, che ha scelto il nome soave e dolce di Benedetto XVI.
Dopo gli indimenticabili giorni del grande lutto per la morte e le esequie di Sua Santità Giovanni Paolo II – un lutto che ha coinvolto numerosissime persone di ogni età, estrazione, cultura e religione e che ha indotto il mondo intero a volgere lo sguardo alla città di Roma e al suo Vescovo – è giunto il momento della gioia e della festa.
È la festa della Chiesa di Roma, di cui il Papa è vescovo. È la festa della Chiesa intera, che gioisce per il dono del suo nuovo pastore, successore di Pietro e vicario di Cristo, il sommo, vero e, in un certo senso, unico Pastore del suo popolo. È la festa che ieri sera ha inondato Piazza San Pietro all’annuncio “Habemus Papam”, con un applauso intenso e commovente scoppiato prima ancora di conoscerne il nome: segno quanto mai eloquente di un popolo, il popolo di Dio, che nella fede accoglie, riconosce e ama il Papa, ogni Papa, come colui che viene nel nome del Signore per confermare i fratelli e per camminare con loro nel vincolo dell’unità, dell’amore e della pace.
Questa festa si è fatta ancora più viva, concreta e tangibile allorché – nella Piazza e da lì nel mondo intero, attraverso i mezzi della comunicazione sociale – è risuonato il nome conosciuto del nuovo Pastore visibile di tutto il gregge di Dio. La stessa festa è diventata prorompente e incontenibile quando dal balcone centrale della Loggia delle Benedizioni è apparsa la figura paterna del Sommo Pontefice e quando, con il volto sorridente e commosso e con il gesto delle braccia allargate e delle mani unite e alzate verso il cielo in segno di saluto e di giubilo, il neo eletto Benedetto XVI si è presentato come «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore», ricolmo di fiducia in Dio che «sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti».
Di questa festa grande e universale è gioiosamente partecipe anche la nostra Chiesa, che – memore dell’insegnamento di sant’Ambrogio – sa e afferma con intima convinzione che “dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa di Milano”.
Sostenuti da questa certezza e animati da profonda gioia interiore, fin da ora ci facciamo attenti e docili alle indicazioni del nuovo Papa, seguendo il cammino che egli traccerà per andare più spediti incontro a Cristo – l’unico, universale e necessario Salvatore del mondo –, immensamente riconoscenti per il dono della fede e appassionatamente presenti nella storia quali testimoni credibili del Risorto, a servizio del Regno di Dio e per il bene di ogni uomo.
So che questa gioia riconoscente ha già avuto modo di esprimersi in tutte le nostre parrocchie e comunità ecclesiali fin da ieri sera, non appena è giunta la notizia dell’avvenuta elezione di Sua Santità Benedetto XVI.
Nello stesso tempo, sento vivissimo il desidero che il ringraziamento al Signore da parte della nostra Chiesa ambrosiana continui a manifestarsi anche nei prossimi giorni e dopo queste settimane. La lode, il rendimento di grazie e l’invocazione dei doni dello Spirito, quanto mai fervidi e intensi in queste ore e in questi giorni, non vengano meno con il passare del tempo. Non lasciamo mancare mai al nostro nuovo Papa il prezioso sostegno di quelle preghiere alle quali lui stesso si è affidato nel suo primo saluto al mondo.
Tutti insieme, riascoltando le prime parole pronunciate da Sua Santità Benedetto XVI, uniti «nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel Suo aiuto permanente», «andiamo avanti», nella certezza che «il Signore ci aiuterà e Maria, Sua Santissima Madre, sta dalla nostra parte».
Nell’attesa di incontrarci presto, tutti vi saluto con affetto e vi benedico nel nome del Signore.
+ Dionigi Card. Tettamanzi
Cari parrocchiani di san Giovanni Crisostomo
e abitanti del nostro Quartiere,
lo scorso 19 aprile, insieme con alcuni rappresentanti della nostra Comunità e del Quartiere, sono stato invitato a partecipare a un tavolo tecnico indetto per discutere della sorte dell’area Tarabella – Padova - Anacreonte, da trentaquattro anni in uso alla parrocchia di San Giovanni Crisostomo e alle iniziative educative e sportive ad essa connesse.
Questo tavolo, da lungo atteso, si è potuto concretizzare solo grazie alla grande disponibilità e attenzione del Vice Prefetto Dottor Michele Tortora.
Mi sono trovato ad affrontare, rispetto alla rappresentante dell’Agenzia del Demanio dello Stato e ai funzionari dell’Amministrazione cittadina quello che posso definire, amaramente, solo come un muro inspiegabile ed impenetrabile.
Paradossalmente l’argomento da loro sostenuto e più volte ribadito nel corso dell’incontro è stato il fatto che è impossibile trovare un altro spazio utile alle attività sociali e parrocchiali di San Giovanni Crisostomo e del Quartiere, in quanto via Padova è così fittamente edificata e popolata che non esistono più spazi “per verde e servizi” disponibili.
Come ben sapete, la parrocchia di san Giovanni Crisostomo, voluta nel 1961 da Paolo VI, allora Vescovo di Milano, per servire un quartiere che stava sorgendo lungo la via Padova, usufruisce di quell’area, oggi ancora verde, per attività educative e sportive destinate tutti.
La Parrocchia e la sua Polisportiva hanno a suo tempo dissodato e bonificato il terreno, lo hanno recintato e piantumato e lo hanno custodito come bene prezioso per tutto il Quartiere, per il quale risulta essere, da generazioni, un importante luogo di aggregazione umana e sociale e di esercizio del volontariato. Si tratta anche dell’unico significativo spazio verde presente in questo tratto di via Padova, che offre un respiro alla congestione di un Quartiere difficilissimo (spesso preso ad esempio dalla stampa come luogo di degrado e di sofferenza nel vivere quotidiano cittadino). Su questa area, accanto alle attività sportive, si svolgono iniziative dell’Oratorio, in particolare quello estivo che coinvolge centinaia di ragazzi anche di condizioni svantaggiate, si tengono iniziative delle famiglie e degli Scout Agesci e si promuovono altre occasioni di vita insieme, come il semplice ritrovarsi a vedere la partita.
Alla nostra domanda se non fosse possibile edificare altrove le palazzine e il deposito militare, tenendo conto che la Parrocchia e l’Oratorio non si possono spostare, ma la caserma forse sì, anche perché - secondo le esplicite dichiarazioni rese di fronte a noi e al Viceprefetto da parte dei nostri interlocutori – esistono concretamente milioni di metri quadrati a disposizione tra caserme ed aree militari dismesse ed altre proprietà dello Stato in Milano, ci è stato risposto che in tal caso lo Stato si troverebbe a dover pagare una penale pecuniaria all’impresa che ha vinto l’appalto per edificare, proprio qui da noi, dove non ci sono più altre risorse ambientali a verde.
Da parroco, da pastore che ha deciso di vivere senza riserve e fino all’ultimo la vocazione e l’impegno verso la sua Gente, desidero dire, con tristezza, che la penale (non solo in senso metaforico, ma anche in quello concreto del vivere sofferente in una Città ed in un Quartiere a rischio per le condizioni ambientali e sociali a tutti note) che si troverà a pagare la nostra Comunità, i settemila abitanti di questo popoloso Quartiere, in termini di costi sociali sarà altissima, e certamente non quantificabile sul piano economico.
Vogliamo ancora sperare in un intervento politico alto, che decida di porre rimedio a quella che ci appare oggi come una vera, dolorosa contraddizione
don Piero Cecchi