Nella tradizione cattolica le campane delle chiese suonano tre volte al giorno, indipendentemente dalla celebrazioni liturgiche, per invitare i fedeli alla preghiera al mattino, a mezzogiorno e a sera.
Si tratta di un'esperienza che ci ricorda chi siamo e dove andiamo.
Ci ricorda che siamo frutto dell'Amore di un Dio che si è fatto vicino, nostro fratello, e come tale si fa presente alla nostra vita ogni giorno, nel bene e nel male.
E ci ricorda che tutto in noi tende a rispondere a questo Amore sia direttamente, sia nel rapporto con le persone che ci sono poste accanto.
Sostare tre volte al giorno, per un tempo pur breve, per lasciare emergere in noi la gioia riconoscente che nasce dal sentirci amati, per ritrovare coraggio in Colui che ci ama, per chiedergli: "Che cosa vuoi da me?" e per dirgli: "Eccomi! Sono qui con te!", può sembrare piccola cosa, eppure ci aiuta a vivere nell'amore alla Sua presenza.
In questa Quaresima i nostri bambini stanno tentando questa esperienza: perché non provarci anche noi?
Sono convinto che ci farebbe un gran bene.
Buona Quaresima a tutti.
don Piero
sabato 26
cena caritas per finanziare le nostre iniziative in favore dei bisognosi
GIORNI PENITENZIALI: tutti i venerdì - astinenza dalle carni
GIORNI DI DIGIUNO: venerdì 18 febbraio e 25 marzo
SETTIMANA DI DESERTO: dal 6 al 12 marzo: ore 7 e ore 19
Purtroppo ci sono in giro, nella cosiddetta opinione pubblica, insistiti luoghi comuni su quanto avviene in chiesa per la celebrazione che tutti pensano di conoscere, cioè l’Eucaristia.
Si va dall’appuntamento suggestivo della amatissima e gettonatissima messa di mezzanotte a Natale… fino ad inquadrature stantie alla Tv per relegare appunto la liturgia eucaristica di un contesto d’altri tempi, devozionale anzichenò... passando per momenti sontuosi come quelli dei pontificali in piazza San Pietro e dintorni, ritmati da gesti solenni e attorniati da folle assortite.
Poi – per fortuna – ci sono le esperienze di molti credenti che, pure
nei limiti di comunità che fanno fatica, ritrovano la grazia
dell’Eucaristia andando all’essenziale od almeno cercandolo con
sincerità.
Non è agevole stabilire una comunicazione efficace, in un rapporto
immediato, semplice, diretto... da uomini a uomini.
Nell’intento di capirci, su un evento importante per chi ci crede e ne
sente il bisogno.
Ma anche per trasmettersi qualcosa di vero e di autentico tra persone
che si rispettano, ma pure si trovano lontane, su diverse lunghezze
d’onda.
Anzi, si tratta di cogliere una sfida piuttosto delicata.
Come trovare le parole per dirlo? Cioè come spiegarsi sull’Eucaristia in
termini aperti, condivisibili, propositivi?
Beh, intanto ci sarebbe una premessa da non dribblare.
L'Eucaristia potrebbe restare anche un segreto vissuto nello spazio
della fede e poi portato come risorsa significativa nella vita e nel
tempo, nelle vicende ordinarie e straordinarie, nelle pieghe complesse
dell’oggi, in campo libero, nella mischia, tra tutti.
Non aiuta certo quell’approccio ufficiale a messe che sembrano parate
formali.
L’Eucaristia – si può dire? – forse non è per… tutti!
Cioè va accolta per quel che è, nella consapevolezza della Chiesa fatta
di persone ma anche di storia, fatta di dono ricevuto e di eredità di
grazia, fatta di limiti si, ma pure di una Presenza che rimane.
Paolo apostolo era preoccupato che non si distinguesse quanto di
prezioso e di unico c’è nell’Eucaristia.
Un mistero della fede, un sacramento, un gesto forte, che ripropone la
presenza del Signore tra i suoi.
E noi oggi potremmo aggiungere; non una cerimonia pur che sia.
Non un rito da esibire o da caricare di svariate funzioni.
Non una cornice per sottolineare avvenimenti lieti o tristi.
Non esclusivamente un modo per ricordare i defunti nel suffragio...
Tutto questo ci può stare, ma può anche distrarre.
Come a messa ci possono stare tutti ovviamente.
Perché il Signore attende ciascuno.
Ma resta un passo da compiere per non tradire la verità dell’Eucaristia.
Anzi questo coinvolgimento è appunto la risorsa da immettere nel terreno
della vita e della società.
Più che la visibilità per l’Eucaristia (come avveniva in tempi di
cristianità diffusa) oggi c'è bisogno di cristiani che abbiano fatto
l’esperienza eucaristica, per poi spenderne i frutti nel cuore del
mondo.
In questa linea allora può essere privilegiato quel dato decisivo ed importante (non esclusivo) che qualifica l’Eucaristia come memoriale del Signore morto e risorto, nella scia del memoriale inserito nella Pasqua ebraica che faceva rivivere la liberazione dalla schiavitù in Egitto.
L’Eucaristia può essere ricompresa anche da altre angolature, nella
prospettiva della mensa, della cena, della convivialità, del pane
condiviso, del sacrificio...
In particolare, l’ottica del memoriale chiede, a chi è protagonista
della messa, di calarsi nel gesto che Gesù, il Figlio di Dio, ha
compiuto alla fine della vita, consumandosi per i fratelli nella causa
del Regno.
Come Lui ha spezzato la sua esistenza, così nel pale spezzato e nel
vino versato il discepolo è sollecitato a fare qualcosa di simile, a
rimettersi in discussione, a ripensare a sé in chiave di dono, di
impegno, di servizio, di grembiale indossato (come il maestro
nell’ultimo pasto quando lava i piedi ai dodici).
Così l’Eucaristia esce dall’ambito (magari ristretto) delle chiese,
delle liturgie, delle celebrazioni.
E si fa storia, anzi si incarna, diventa riconoscibile, provoca
salutarmene a tutto campo...
Qualche tempo fa andava di moda uno slogan (forse un po’ per addetti
ai lavori, ma neanche tanto…) secondo cui oggi c’è bisogno di meno messe
e di più messa.
Nel senso che il segreto dell'Eucaristia vissuta va scovato e messo in
circolo, reso un seme fecondo, inserito nei meccanismi della vita e
della società.
Senza sacralizzare (a tutti i costi) la nostra stagione umana, ma
facendo operare le logiche del Regno di Dio che sono squisitamente
eucaristiche.
Se poi, d’attorno, qualcuno si sente interpellato e va a domandare: Ma
chi te lo fa fare?
Si potrà rispondere: Vieni e vedi, cioè viene a provare anche tu
l’effetto che fa… l’Eucaristia!
Corrado Avagnina