Si celebra ogni anno la terza domenica di novembre (quest’anno il 21 novembre) ed è un appuntamento significativo, per la preghiera e riflessione rispetto il tema complesso e attuale della migrazione, che ci interroga e coinvolge come uomini e, soprattutto, come cristiani.
La prima Giornata delle Migrazioni si celebrò nel 1914 sotto il Pontificato di San Pio X, quasi come risposta, come segno di vicinanza della Chiesa alle oltre 850.000 persone che nell’anno precedente lasciarono l’Italia (si era registrata la punta massima di un esodo) e che andavano ad aggiungersi alle oltre 6 milioni di persone che uscirono dal Paese nell’arco del decennio precedente.
Istituita dalla Santa Sede sotto la spinta di questa drammatica situazione che interessava particolarmente l’Italia, la Giornata delle Migrazioni ha assunto sempre più il suo connaturale carattere cattolico - ossia mondiale -, gradualmente trasformando i suoi obiettivi e programmi per rispondere sempre più alla specifica situazione del nostro Paese.
Infatti, la Giornata Nazionale, che per tanti anni si è concentrata esclusivamente sugli emigrati italiani, negli ultimi decenni ha esteso l’attenzione e l’impegno delle nostre comunità cristiane verso gli immigrati, i rifugiati e i richiedenti asilo politico o umanitario.
«La Giornata Nazionale delle Migrazioni è un
momento importante per la Chiesa italiana, per le Diocesi, per le
comunità ecclesiali e per ciascun credente chiamati a riflettere in modo
più attento su un fenomeno che investe la vita sociale e religiosa di
tutto il territorio nazionale.
Come credenti, la riflessione, non può che partire dalla
nostra Fede ed essere da essa illuminata.
È l’occasione propizia per momenti di preghiera particolari.
Porci dinnanzi al Dio di Gesù e, per quanto è possibile,
chiedere che ci permetta di entrare nella sua visione del mondo e nel
suo progetto; ci permetta di vedere con il suo stesso sguardo. […]
È ponendoci davanti all’icona di Gesù il Cristo, inviato dal
Padre e rivelatore del suo Piano Salvifico, fratello universale di tutta
l’umanità, che possiamo trovare ispirazione e coraggio per visioni nuove
e per un futuro di armonia dei popoli.»
Siamo alla terza settimana di visita natalizia alle famiglie e incominciamo a percepire qualche impressione sull’andamento di quest’anno.
Anzitutto notiamo una grande cordialità
dell’accoglienza da parte di chi ci riceve e una intensità di
comunicazione nella fede con diverse famiglie e persone.
Ogni sera ritorniamo a casa portando con noi tanti fatti per i quali
ringraziare, tante speranze, progetti e desideri per cui pregare e tante
sofferenze, a volte accompagnate da angosce e interrogativi, da unire,
nella Messa del giorno seguente, al gesto di amore del Cristo crocifisso
e risorto, dal quale solo possono scaturire coraggio e pace.
Accanto a questa dimensione, che giustifica ampiamente l’impegno di energie pastorali richiesto, notiamo un sensibile calo del numero delle famiglie che ci accolgono, documentato anche dagli appunti che don Giovanni aveva redatto con precisione negli ultimi anni.
E’ un fenomeno di tendenza che ci interroga e che dipende da un insieme complesso di fattori di non facile interpretazione.
Tra le motivazioni vi sono certamente anche le inadeguatezze nell’informazione sul valore, le modalità e gli orari della visita, anche se riteniamo che non siano decisamente rilevanti.
Piuttosto, è fuori dubbio che le mutate condizioni di vita delle persone esercitano una forte influenza anche sui modi di esprimersi della fede e dei suoi contenuti teorici e operativi.
Da una parte la precarietà dell’impiego e la ampia variabilità degli orari e turni di lavoro, rendono meno agevole la partecipazione continuativa alla vita della comunità cristiana, dall’altra il crescere di una esasperazione delle paure o dei desideri di privacy, rischia di suscitare diffidenze che portano a diverse forme di minore accoglienza o di chiusura.
Vi sono poi fenomeni di secolarizzazione e di immersione nella fruizione di gratificazioni materiali immediate, che nel loro dilagare conducono a non trovare tempi e spazi per coltivare le dimensioni contemplative e sfociano, almeno in pratica in atteggiamenti di minore credenza.
Anche tra i battezzati si verificano situazioni
nelle quali la simpatia di fondo nei confronti dei valori cristiani si
traduce in comportamenti a livello puramente soggettivo e non sfocia
nella adesione alla Chiesa cattolica e al suo modo di esprimere la fede.
Questo riduce di fatto gli spazi per i segni cattolici come quello della
benedizione natalizia.
Occorre infine tener conto del fatto di una maggiore presenza sul territorio della nostra parrocchia di persone e famiglie credenti di altre religioni o che si dichiarano non credenti.
Di fronte a tutto questo ed agli altri fattori qui non esplicitati, riteniamo importante anzitutto accettare il dato di fatto e poi cercare di valorizzare questo gesto significativo che ci è stato consegnato dalla tradizione e di favorire la adesione effettiva da parte di chi lo desidera.
Effetto Chiesa
«Così lancia l'argomento il titolo della Giornata
per le Nuove Chiese 2004, che viene celebrata in tutta la Diocesi questa
domenica.
Il sottotitolo rimarca: «Il giorno del Signore. I giorni
degli uomini».
D'un sol colpo eccoci di fronte all'edificio-chiesa e alla
sottolineatura pastorale diocesana per questo anno: l'assemblea,
cuore testimoniante della domenica nel suo vivo celebrare l'Eucaristia.
L'edificio è fatto per l'assemblea , che ne è la
destinataria fondamentale: esso, con la sua soglia e con il suo interno
orientamento spaziale-simbolico, sta lì ad «attuare » la sua funzione di
accogliere e modellare sia la convocazione liturgica sia l'occasionale
passaggio o anche la sosta prolungata di chi cerca un « luogo» in cui
posare lo spirito.
Effetto-chiesa, appunto.
Il profilo a distanza dell'edificio e la sua positura
rispetto al contesto urbano e paesaggistico, la sua accessibilità
adeguata al richiamo che ne promana, i percorsi che ne rivelano a mano a
mano il suo « proprium» a chiunque vi entri, la dinamica di luce e
chiaroscuri, i segni evocatori dell'arredo e dell'iconografia che
nutrono memorie e sentimenti: tutto conferisce a «questo» luogo il
potere di suscitare un affidamento buono e intenso all'incontro
celebrativo.
Il nostro tempo, con le sue risorse
immaginative e dentro le sue domande più scavate, è chiamato a mettersi
in ascolto della qualità inconfondibile dell'accoglienza cristiana
dell'umano: e crearne il luogo appropriato.
La sfida che dobbiamo continuare ad affrontare è motivare e
coordinare tutti i protagonisti che creano l'evento di una nuova chiesa:
le comunità committenti, le scelte pastorali che danno volto alla
liturgia cristiana, i progettisti e gli artisti.
Il frutto da propiziare è che il luogo-chiesa non sia
anonimo, né inaccessibile né di pura gestione del religioso; esso,
piuttosto, sia tale da poter svelare l'universalità e la libertà di una
mutua relazione tra il Cristo e la comunità dei credenti nel grande
radunarsi degli uomini in cammino verso la loro unità.
In questo «luogo» il rito che si celebra è infinitamente pasquale, ed ha per nome Eucaristia.
mons. Gianfranco Poma
venerdì 26 novembre 2004 - sala teatro dell'oratorio - ore 21
Italia 2003 - Regia di Paolo Virzì con Sergio Castellitto, Alice Teghilin, Margherita Buy, Claudio Amendola, Flavio Bucci,
Caterina
Iacovoni, tredici anni, si trasferisce a Roma con la famiglia per via di
un’eredità.
Nell’istituto dove frequenterà l’ultimo anno della scuola media, scelto
dal padre più per ambizione personale, per desiderio di rivalsa dalle
frustrazioni subite come insegnante di ragioneria in provincia che
pensando al bene della figlia, si trova coinvolta nell’inevitabile gioco
dei ruoli sociali.
Il nuovo ambiente scolastico evidenzia in lei un sentimento di
inadeguatezza che la porterà a dover scegliere tra fazioni contrapposte:
da una parte Daniela, figlia di un noto esponente di governo e
portatrice di quei valori che rientrano nella categoria "alta
borghesia"; dall'altra Margherita, figlia di benestanti "intellettuali
di sinistra", girotondisti e un po' snob.
Abbastanza naturale andare in crisi per la necessità inevitabile di
schierarsi, di far cadere la scelta o sul giusto o sull'errato,
soprattutto quando il giusto e l'errato hanno contorni e confini tutt'altro
che definiti.
A Virzì va riconosciuta la capacità di saper ricreare dei
personaggi/macchiette assolutamente efficaci, questa volta proprio
perché estremizzati, incarogniti, radicalizzati nella miglior tradizione
della “commedia all’italiana”: soprattutto i due genitori di Caterina,
il frustrato professore Sergio Castellitto e la casalinga tontolona
Margherita Buy (ancora una volta bravissimi), sono due esseri meschini,
squallidi ed insieme paradigmatici, specchio incrinato e malsano di una
nazione confusa e arrogante, servizievole e testarda, spaventata e
sincera.
Una commedia a sfondo amaro dunque, che senz’altro regala momenti
divertenti, ma ci lascia con un sapore sgradevole in bocca, lasciandoci
intravedere come stiamo diventando.