Giovedì 8 settembre, Festa della Natività di Maria, patrona della
Cattedrale, il Cardinale Dionigi Tettamanzi ha presentato la terza tappa
del Percorso pastorale diocesano iniziato nel 2003.
Punto di riferimento principale rimane il testo dell’Arcivescovo “Mi
sarete testimoni. Il volto missionario della Chiesa di Milano”.
Quest’anno si sottolineerà in particolare il Capitolo VI.
La presentazione è avvenuta nel corso del solenne pontificale che si è
tenuto in Duomo nella mattinata di giovedì 8 settembre.
Il Cardinale ha raccolto la presentazione di questa terza tappa del Percorso pastorale in un volumetto dal titolo “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini. Testimoni di Gesù risorto nel mondo” di cui offriamo di seguito il testo integrale (dal sito: http://www.chiesadimilano.it).
è sotto lo sguardo di Maria e raggiunti dal suo amore materno che oggi iniziamo il nuovo anno pastorale. Lo iniziamo celebrando la festa della Natività di Maria, dalla quale «è sorto il sole di giustizia, Cristo nostro Dio» (Messa della Natività della Beata Vergine Maria, All’ingresso).
È, dunque, oggi un giorno radioso e pieno di luce, come più volte canta la liturgia della Chiesa. Facciamo memoria del «giorno felice in cui apparve nel mondo come splendida stella l’immacolata e gloriosa Madre di Dio» (Prefazio), la cui nascita divenne «speranza e aurora di salvezza al mondo intero» (Orazione dopo la Comunione), perché «finalmente ci fu dischiusa la sospirata porta della vita e dal Figlio della vergine Maria fummo chiamati dalle tenebre alla gioia dell’eterna luce» (Prefazio).
Inondati di luce e chiamati alla luce, noi pure – in Gesù, vera luce del mondo, che illumina ogni uomo (cfr. Giovanni 1, 9) – siamo mandati nel mondo per essere autentici testimoni del Risorto, così che risplenda la nostra luce davanti agli uomini, perché vedano le nostre opere buone e rendano gloria al nostro Padre che è nei cieli (cfr. Matteo 5, 16).
Ed è così facendo che anche noi diventiamo «“anello di congiunzione” nell’ininterrotta catena della trasmissione della fede, iniziata con gli Apostoli e che si concluderà con il ritorno glorioso del Signore Gesù» (Mi sarete testimoni, n. 73).
2. Siamo così introdotti, da subito, nell’argomento specifico di questo nuovo anno pastorale. È l’ultimo del triennio iniziato l’8 settembre 2003, un triennio tutto orientato a rendere più vero e più luminoso e attraente il volto missionario della nostra Chiesa, delle nostre parrocchie, di ciascuno di noi. Con il cammino che faremo insieme nei prossimi mesi, il nostro “Percorso pastorale diocesano” arriva, in un certo senso, alla sua “conclusione”, anzi raggiunge il suo “compimento”.
“In un certo senso”: che vuol dire? Vuol dire che, se può sembrare legittimo parlare di una specie di “traguardo” al quale ci avviciniamo e che in qualche modo raggiungiamo, in realtà la “corsa del Vangelo” nei cuori degli uomini e nel mondo non è mai terminata, è sempre e solo agli inizi (cfr. Redemptoris missio, n. 1).
Per questo, per proseguire il nostro cammino missionario diventa essenziale – specie negli inevitabili momenti di stanchezza, di sfiducia, di delusione – ritornare all’inizio, risalendo a Colui che ha dato avvio e dinamismo a questo cammino.
L’inizio non è un semplice dato cronologico, ma è la persona vivente di Gesù Cristo. È lui che consegna alla sua Chiesa il “mandato” missionario e le fa “dono” del suo Spirito. L’inizio, dunque, non è qualcosa che rimanda al passato e si esaurisce in esso, ma è qualcosa che riempie di sé il presente e che orienta e anticipa il futuro: è un inizio sempre in atto, permanente. È come una sorgente sempre viva e fresca, una sorgente inesauribile da cui nasce e si sviluppa il dinamismo missionario della Chiesa: in continuità, ogni giorno, sino alla fine della storia.
3. Siamo allora chiamati a custodire con gelosia, anzi a rinnovare con gratitudine gioiosa e impegnata il nostro vincolo con questo inizio e la nostra immersione in questa sorgente incessantemente viva.
Anche oggi e anche a noi Gesù consegna il mandato di essere suoi testimoni (cfr. Atti 1, 8), anzi il comando di andare in tutto il mondo e di predicare il Vangelo a ogni creatura (cfr. Marco 16, 15).
Anche oggi e anche a noi Gesù, con il mandato, dona il suo Spirito e lo dona come grazia ed energia per adempiere il mandato ricevuto: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni…» (Atti 1, 8).
Essere testimoni di Gesù, in obbedienza al mandato missionario del Signore risorto, significa annunciare e testimoniare il Vangelo e così trasmettere la fede che salva. Proprio come dice Gesù: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Marco 16, 16) e come gli fa eco l’apostolo Paolo: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato… E come potranno credere, senza uno che lo annunzi?» (Romani 10, 13-14).
Ora, il ritorno all’inizio permanente e il rimando al contenuto centrale e qualificante dell’evangelizzazione e della trasmissione della fede, da un lato, assicurano l’unità profonda di tutto il cammino missionario della Chiesa e, dall’altro lato, lo aprono alla sua triplice scansione di fede professata-celebrata-vissuta.
4. Nell’intraprendere ora l’ultimo tratto del nostro cammino, è quanto mai opportuno rivedere i tratti precedenti. Emergeranno così l’unità del cammino percorso, le varie tappe che lo scandiscono nel suo sviluppo, il frutto della testimonianza nella vita vissuta.
Nel primo anno del triennio, ci siamo impegnati a operare un discernimento evangelico della situazione attuale di fede delle nostre comunità; abbiamo contemplato Gesù Cristo, “cuore” palpitante dell’evangelizzazione e della fede, vero Dio e vero uomo, unico, universale e necessario Salvatore dell’uomo e del mondo; abbiamo riscoperto la Chiesa come “prolungamento” vivente e “trasparenza” storica di Cristo e della sua missione di salvezza nel cuore di ogni uomo e donna e nella storia del mondo.
Nel secondo anno pastorale, abbiamo cercato di riscoprire e di rendere più ardente il dinamismo missionario proprio dell’Eucaristia e del Giorno del Signore: l’Eucaristia della Domenica accenda in noi il fuoco della missione!
In questo terzo anno, vogliamo mettere l’accento sulla dimensione insostituibile e in un certo senso decisiva del vissuto quotidiano, che rappresenta la forma concreta e necessaria della nostra testimonianza a Cristo e al suo Vangelo.
5. Parliamo del vissuto quotidiano come del “compimento” della triplice scansione della fede professata-celebrata-vissuta.
È “compimento” per diversi motivi. Perché è il traguardo spirituale e pastorale di ogni impegno missionario. Perché è il frutto maturo di una fede che accoglie il Vangelo di Gesù e lo celebra nella liturgia e nella preghiera della Chiesa. Perché è la verifica necessaria e il test inequivocabile che il nostro ascolto della Parola e il nostro incontro personale con Gesù non vengono “falsati” o resi “vuoti e vani”, ma rimangono nella loro “verità” e “autenticità”.
In particolare, intendiamo qui sottolineare che quella del vissuto quotidiano è una “tappa” obbligata, assolutamente richiesta dalle precedenti. È un’istanza alla quale non ci si può sottrarre. È un’esigenza che è impressa nella professione e nella celebrazione della fede e che da queste viene irresistibilmente sprigionata. È un’urgenza che preme e sfida la nostra libertà responsabile.
In primo luogo, la professione di fede in Gesù non è vera se non sfocia in una vita vissuta come l’ha vissuta lui, facendo nostri i suoi stessi atteggiamenti e comportamenti: amando, come lui, fino alla fine. In realtà, non chi dice “Signore, Signore”, ma chi fa la volontà di Dio è vero discepolo di Cristo (cfr. Matteo 7, 21) e può essere riconosciuto e additato da Gesù stesso come suo fratello, sorella e madre (cfr. Matteo 12, 46-50). Ed ancora: la fede in Gesù non ci distoglie dalla vita del mondo, ma ci porta a preoccuparci anche del vero bene temporale degli uomini.
In secondo luogo, la preghiera e la stessa celebrazione liturgica sono puro e sterile ritualismo, che il Signore non gradisce, se non sfociano in opere di giustizia (cfr. Isaia 58, 4-10) e se non si aprono al culto spirituale, che consiste nell’offerta di tutta un’esistenza non conformata alla mentalità del mondo, ma impegnata a fare ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto (cfr. Romani 12, 1-2).
6. Come per i discepoli di Emmaus che, dopo aver riconosciuto Gesù nello spezzare il pane, «partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (Luca 24, 33), così per noi la partecipazione all’Eucaristia ci rimanda sulle strade del mondo e ci immerge di nuovo nelle pieghe della storia e della convivenza umana, per farvi fiorire “la civiltà della verità, dell’amore e della vita” e perché fruttifichi quella pace che è la sintesi più autentica di tutti i beni e i valori del Regno di Dio.
Giovanni Paolo II, in uno dei suoi ultimi testi, ci ricorda che, per la propagazione del Vangelo e l’animazione cristiana della società, «l’Eucaristia non fornisce solo la forza interiore, ma anche – in certo senso – il progetto. Essa infatti è un modo di essere, che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira a irradiarsi nella società e nella cultura» (Mane nobiscum Domine, n. 25). E ancora: «L’Eucaristia non è solo espressione di comunione nella vita della Chiesa; essa è anche progetto di solidarietà per l’intera umanità… Il cristiano che partecipa all’Eucaristia apprende da essa a farsi promotore di comunione, di pace, di solidarietà, in tutte le circostanze della vita» (ivi, n. 27; cfr. anche n. 28).
7. Per concludere, sottolineiamo il duplice contenuto del vissuto quotidiano come testimonianza a Cristo e al suo Vangelo: quello della vita vissuta nella coerenza con se stessi e quello della vita vissuta come presenza e azione nella società e nella storia.
In realtà, l’obbedienza al comando di Gesù «Mi sarete testimoni» (Atti 1, 8) comporta non solo il compito primario di annunciare il Vangelo e di trasmettere la fede mediante la vita vissuta nella coerenza con se stessi, ma anche e come sua parte integrante il compito di vivere, come Chiesa e come cristiani singoli e associati, pienamente e cordialmente immersi nel mondo a servizio del Regno di Dio.
Come ho scritto nel “Percorso pastorale”, «La fedeltà alla missione evangelizzatrice affidataci da Gesù comporta […] anche l’obbedienza al suo comando di essere “sale della terra” e “luce del mondo” (cfr. Matteo 5, 13-15) e di essere “lievito” che fa fermentare tutta la pasta (cfr. Matteo 13, 33). È quanto deve avvenire attraverso una presenza e una testimonianza nella storia, in tutti i luoghi e in tutte le relazioni dell’esistenza degli uomini, delle donne e dei popoli, diffondendo nel mondo i “valori del Regno di Dio”, che è “regno di giustizia, di amore e di pace” (Prefazio nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo). Tali valori aiutano gli uomini ad accogliere il disegno di Dio e a ordinare e strutturare l’intera convivenza umana secondo il suo progetto, nel rispetto e nella realizzazione della verità stessa dell’uomo, del mondo, della storia (cfr. Redemptoris missio, 20; Lumen gentium, 31)» (Mi sarete testimoni, n. 13).
8. Del cammino missionario abbiamo ricordato l’inizio – l’inizio vivo e permanente – e le sue scansioni, tra loro intimamente unite e intrecciate. Ora parliamo della sua “meta”, che tutti siamo chiamati a raggiungere: non solo con quest’anno del nostro “percorso” pastorale, ma ancor più radicalmente con tutta la nostra esistenza.
La “meta” è di fare della nostra vita, nella concretezza della sua quotidianità, una trasparenza luminosa di Gesù. A noi è data la grazia e la responsabilità di “far vedere” Gesù nei pensieri, nei sentimenti, nelle parole, nei gesti, nelle scelte piccole e grandi di ogni giornata e in ogni ambiente della vita sociale.
A ben riflettere, essere trasparenza luminosa di Gesù è sì la “meta” da raggiungere, ma prima e più ancora è il fine e il senso stesso del nostro essere e del nostro agire, è il principio sorgivo e il segreto avvincente che ci fa vivere. È, dunque, grazia grande e fortuna immensa!
È Gesù stesso che ci indica questa “meta”. Ce la indica con la voce e col cuore, con l’indice puntato e con il fascino irresistibile del suo esempio e la straordinaria forza della sua grazia. Ce la indica, questa “meta”, e la consegna alla nostra libertà, in un modo quanto mai impegnativo e insieme singolarmente esaltante, fin dagli inizi di quel “discorso della montagna”, nel quale Gesù rivela e dona la “legge nuova” del cristiano: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Matteo 5, 16).
9. Risplenda la vostra luce davanti agli uomini. Sono queste le parole con cui desidero che, per tutto quest’anno pastorale, risuoni – per ciascuno di noi, per ogni nostra comunità parrocchiale, per tutte le diverse e molteplici aggregazioni e realtà ecclesiali, per l’intera nostra Diocesi – il “mandato” del Signore risorto, quasi il suo ultimo testamento d’amore, prima di ascendere al cielo: «Mi sarete testimoni» (Atti 1, 8).
Sono queste le parole che ho voluto venissero riprodotte anche sui manifesti da esporre in tutte le nostre chiese, quasi richiamo visivo all’urgenza indilazionabile di ridare rinnovato slancio al nostro cammino missionario.
Come ho sottolineato nel “Percorso pastorale diocesano”, sono proprio queste stesse parole di Gesù a descrivere, in un modo quanto mai concreto e incisivo, il senso più ricco e il dinamismo più forte dell’evangelizzazione e della trasmissione della fede, ossia del nostro essere “testimoni di Gesù risorto nel mondo” (cfr. Mi sarete testimoni, n. 73).
La “sfida”, dunque, che tutti ci interpella quest’anno e che sempre ci accompagna lungo l’intera nostra esistenza, è di essere testimoni credibili di Gesù risorto attraverso una “vita nuova”, una vita rinnovata e rinnovatrice, capace di cambiare non solo se stessi ma anche la società e la storia.
È questo, peraltro, anche l’invito che ci viene dalla preparazione e dalla celebrazione del IV Convegno nazionale delle Chiese in Italia, che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006, sul tema “Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”.
10. Con la duplice espressione di “vita rinnovata e rinnovatrice” e di “vita capace di cambiare la società e la storia”, esprimiamo le due modalità – tra loro profondamente collegate – di essere “trasparenza luminosa di Gesù”.
La prima modalità è la testimonianza di una vita “nuova”, “evangelica”, “cristiana”, “spirituale”, di una vita cioè che acquista sempre più le caratteristiche di un’autentica “sequela di Cristo”, secondo la sua stessa parola: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Giovanni 8, 12). Di una vita, ancora, che è vera “vita secondo lo Spirito”, che si lascia condurre dallo Spirito di Dio, protagonista della nostra configurazione al Signore Gesù e soffio di vita nuova ed eterna.
Quella del testimone di Gesù è una vita che accoglie il dono della “legge nuova” – la grazia dello Spirito Santo che opera attraverso la carità – e che da questa stessa legge si lascia interiormente plasmare e concretamente trasformare. È una vita, dunque, che si fa amorosa e docile obbedienza al comandamento dell’amore, tutta intessuta di carità, quale reale partecipazione ed epifania dell’amore di Dio, anzi di Dio stesso che è carità infinita.
11. Caratteristica propria e irrinunciabile di una testimonianza quotidiana capace di “far vedere” Gesù è che la vita del testimone sia profondamente animata dalle beatitudini evangeliche e dall’ethos nuovo da esse forgiato e iscritto nelle fibre più profonde della coscienza e nelle decisioni e scelte della libertà dell’uomo.
Solo a questa condizione, la vita del cristiano si presenta, nel senso più vero e sorprendente, come “profezia” per la società e per il mondo: un annuncio nuovo, alternativo, rivoluzionario rispetto ai tanti “idoli” e alle tante “schiavitù” da cui è segnata la cultura oggi dominante.
Sono i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia e a causa di Cristo i veri artefici di un mondo nuovo, i testimoni più innovatori e affascinanti del Signore e del nuovo umanesimo che il Vangelo di Cristo sa far nascere e crescere.
Lo sono perché, con la loro esistenza, incarnano nell’oggi i tratti inconfondibili del volto stesso di Cristo Gesù. Vivere le beatitudini, infatti, significa essere fedelmente e generosamente conformati a Cristo, il vero beato, la cui vita buona e bella ha realizzato in pienezza la parola da lui detta sul monte ai discepoli (cfr. Matteo 5, 1-12).
12. In una parola: siamo “testimoni di Gesù risorto nel mondo” quando viviamo “come Gesù”. Che vuol dire “da santi”, coerenti con il dono della santità ricevuto nel Battesimo e impegnati a manifestare di giorno in giorno questa santità.
In verità, sono i santi i veri testimoni di Gesù. Per questo la Chiesa, per annunciare il Vangelo e trasmettere la fede, ha bisogno soprattutto di santi, ossia di credenti convinti e gioiosi, umili e innamorati del Signore Gesù: veri suoi “amici”! Ne deriva l’assoluta necessità di porre tutto il nostro cammino pastorale nella prospettiva della santità, mettendo quest’ultima a fondamento di tutta la nostra programmazione pastorale (cfr. Novo millennio ineunte, nn. 30-31).
È questo il modo proprio, primo, concreto, originale e insostituibile con cui ogni singolo cristiano, sempre più discepolo e seguace e amico di Gesù, immette nel mondo e nella storia quel sapore e quella fragranza di cui hanno immensamente bisogno.
Ed è proprio vivendo così – cioè da «sale della terra», conformati a Cristo, che solo sa rendere “buona e gustosa” l’esistenza e offrire pienezza di senso a ogni persona e a tutta la società – che noi cristiani, non per merito ma per grazia, siamo anche in grado di illuminare la vita e il mondo con lo splendore della luce di Cristo.
E ciò è possibile a tutti, nessuno escluso: anche ai più piccoli, alle persone inferme e sofferenti, a quanti sembrano tagliati fuori da ogni forma di presenza e di attività. La testimonianza della loro vita, anche nel nascondimento e nel silenzio, attraverso il mistero della Comunione dei Santi, diviene ricchezza spirituale e di grazia per tutti.
Come si vede, la missionarietà evangelizzatrice ci coinvolge in noi stessi, prima ancora che in rapporto agli altri. La parola del Vangelo chiede, anzitutto, di essere rivolta al nostro cuore. Qui deve essere annunciata, accolta, assimilata, resa carne della propria carne, vita della propria vita. Testimone di Gesù risorto è l’uomo che vive in se stesso – ossia nella coerenza della vita vissuta – il Vangelo, la “lieta notizia” di una vita salvata da Cristo e santificata dal suo Spirito. Questa testimonianza personale precede e condiziona – nella credibilità e nell’efficacia – ogni altra testimonianza.
13. Siamo chiamati ad essere trasparenza luminosa di Gesù non solo con una vita rinnovata e rinnovatrice – con la coerenza al dono di grazia ricevuto nel Battesimo –, ma anche con la presenza e l’azione nel mondo, in tutti gli “ambienti di vita sociale”, nei molteplici e diversi “spazi umani e vitali” nei quali si svolge la nostra quotidiana esistenza. Sono, ad esempio: l’ambito della vita affettiva; quello del lavoro e della festa; l’ambito «costituito dalle forme e dalle condizioni di esistenza in cui emerge la fragilità umana»; quello «indicato con il termine tradizione, inteso come esercizio del trasmettere ciò che costituisce il patrimonio vitale e culturale della società»; quello della «cittadinanza in cui si esprime la dimensione dell’appartenenza civile e sociale degli uomini» (cfr. Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona, n. 15).
In realtà, come cristiani condividiamo l’esistenza, le fatiche, le sofferenze, le gioie, le paure e le speranze di tutti gli altri uomini e donne, e così partecipiamo del mistero della “incarnazione” del Figlio di Dio, che ha voluto farsi solidale con l’uomo in tutto, tranne che nel peccato. È Gesù stesso a sottolinearlo, lui che non ha pregato perché il Padre togliesse dal mondo i suoi discepoli, ma perché essi, pur rimanendo “nel” mondo, non fossero “del” mondo (cfr. Giovanni 17, 12-19).
14. Siamo allora chiamati ad essere attivi e responsabili nella vita della società e nella costruzione della storia, collaborando con gli uomini del nostro tempo nell’edificare una civiltà più umana, operando responsabilmente per il bene comune.
A questo i cristiani sono chiamati in forza della loro nativa e non eliminabile immersione nella società e nella storia: un’immersione che non è affatto da intendere come perdita di identità, di quel sapore e di quella luminosità che derivano dal loro essere inseriti in Cristo e a lui conformati. A questo i cristiani sono chiamati anche a motivo della loro stessa condivisione della vita di Cristo e della sua missione evangelizzatrice.
Ecco, dunque, il secondo e inscindibile aspetto del cammino missionario di quest’anno pastorale: riscoprire, promuovere e rinvigorire il nostro essere testimoni di Gesù e della novità del suo Vangelo nella società. Con una testimonianza intessuta di rispetto, anzi di amore per il mondo, ossia per l’insieme di relazioni, tempi e spazi donati da Dio agli uomini, perché essi vi possano sperimentare il suo amore, vivere nella verità, nella giustizia, nella solidarietà e nella libertà e trovare così senso e speranza per la loro esistenza.
15. La “sfida” che tutti ci interpella è di essere immersi nel mondo a servizio del Regno di Dio, come indica il sottotitolo del capitolo sesto del nostro “Percorso pastorale”. Solo così i cristiani – lungi dall’essere socialmente irrilevanti e dal cadere in qualsiasi forma di “mondanizzazione” – possono continuare a scrivere, con responsabilità e con passione, una storia secondo il Vangelo e ad essere interlocutori reali della società nelle sue varie articolazioni (cfr. Mi sarete testimoni, n. 13).
È, questa, la strada della «Chiesa umile e serva, che scende accanto agli uomini, soffrendo con loro in ogni loro debolezza» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 64) e che, mentre «sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena», «è come il fermento e quasi l’anima della società umana» (Gaudium et spes, n. 40).
E ciò è possibile quando i cristiani, proprio perché «sale della terra» e «luce del mondo» (cfr. Matteo 5, 13-15), sono presenti e operanti nel mondo mantenendo sempre l’irrinunciabile riferimento alla novità assoluta del Regno di Dio, che è Gesù Cristo stesso, dal quale tutto deriva e al quale tutto è orientato e finalizzato (cfr. Mi sarete testimoni, n. 75): tutto, anche il mondo umano, economico, sociale, culturale e politico!
Se questo riferimento viene meno – sminuito o tradito –, i cristiani diventano un sale che non dà più sapore e una luce che non riesce più a risplendere davanti agli uomini. Se, invece, questo riferimento viene fermamente rispettato, è l’uomo stesso ad essere “salvato” nei suoi veri valori e nelle sue autentiche esigenze. E non può essere diversamente se, come afferma il Concilio, «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (Gaudium et spes, n. 41). Ed è esattamente quanto ci ricorda Benedetto XVI nell’omelia per l’inizio del ministero petrino: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande… Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana… Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto» (24 aprile 2005).
In tal modo, il riferimento alla novità del Regno, mentre illumina e spiega la verità e l’identità della Chiesa e del mondo, fonda e chiarisce il senso, il contenuto e le modalità della missione della Chiesa e dei cristiani nel mondo: una missione che tutta si sintetizza nell’essere dentro la società e la storia come “anima del mondo” a servizio del Regno di Dio (cfr. ivi, nn. 76-77).
16. In questa prospettiva, dobbiamo riconoscere che «non c’è nessun ambiente di vita sociale nel quale al cristiano non sia chiesto di essere “sale” e “luce”» e di operare – sia come cristiani singoli sia in forme associate – per far sì che questi stessi ambienti diventino autentici “luoghi di vita”, spazi veramente umani e umanizzanti, nei quali viene promossa e assicurata la “qualità umana” delle relazioni (cfr. ivi, nn. 78.79).
E questo nella convinzione che si dà autentica “qualità umana” solo quando viene custodito e promosso il primato indiscusso e indiscutibile della “dignità personale” di ogni essere umano come tale – a cominciare dai piccoli, dai deboli, dai poveri, dagli emarginati, dai sofferenti – e solo quando viene compiuto ogni sforzo per realizzare davvero il bene comune (cfr. ivi, nn. 80-81).
Infine, c’è una questione di metodo che è necessario condividere, perché ci aiuta a leggere e a realizzare in modo corretto la missionarietà in questo campo. Quella da vivere con rinnovato slancio nei molteplici ambiti della vita sociale, in realtà, «è una missionarietà che passa attraverso la ricerca e la promozione – nella semplicità e nella concretezza della vita di ogni giorno – di rapporti umani ricchi e arricchenti. All’interno di questi rapporti, poi, possono nascere significative esperienze di dialogo, di conoscenza e, perfino, di amicizia sincera e profonda. Queste stesse amicizie – a loro volta, se Dio lo vorrà e comunque sempre nel rispetto della libertà di ciascuno – possono anche sfociare, come talora avviene, in occasioni di riscoperta della fede o di accostamento alla fede stessa. Può capitare così che la promozione della “qualità umana” in un ambiente di vita sociale conduca, passo dopo passo e secondo tempi diversificati di maturazione, a cammini di fede vissuti nel tessuto della comunità ecclesiale e che, in taluni casi, si possono esprimere anche con momenti di riflessione e di preghiera all’interno degli ambienti stessi» (ivi, n. 79).
17. Sì, tutto questo – che siamo venuti dicendo – è vero, è bello, è necessario!
Ma, insieme, è una “sfida esigente”, perché il “vivere la fede” – il viverla nella concretezza della quotidianità e con l’essere immersi nel mondo senza perdere la propria identità e originalità cristiane, cioè come testimoni di Gesù e della novità del Vangelo nella società e nella storia – è oggi, forse, più difficile e più impegnativo che non in altri tempi.
Non ci attardiamo a presentarne le ragioni. Ci basti ricordare che il processo di dissoluzione del rapporto tra cristianesimo e società – che tradizionalmente era di integrazione, se non di identificazione – ha raggiunto oggi la sua più evidente “maturazione”, sfociando nella separazione o nella rottura tra il Vangelo e la cultura.
È qui che si va sempre più diffondendo e affermando una cultura – fatta di comportamenti concreti, prima ancora che di impostazioni e affermazioni teoriche – che non favorisce ma spesso ostacola l’accoglienza del Vangelo (cfr. Mi sarete testimoni, n. 70). È qui che si manifesta in modo più esplicito quella “apostasia silenziosa”, tipica dell’uomo sazio di sé, che vive come “se Dio non esistesse”, di cui parlava Giovanni Paolo II riferendosi all’Europa (cfr. Ecclesia in Europa, n. 9).
Proprio qui, allora, «la presenza e la testimonianza della Chiesa e dei cristiani sono messe a dura prova» e sono chiamate ad affrontare «sfide in qualche modo inedite e assai gravide di responsabilità» (cfr. Mi sarete testimoni, n. 70).
18. La Chiesa, comunque, non può affatto sottrarsi alla responsabilità, alla fatica e insieme alla gioia di essere “testimone di Gesù risorto nel mondo”.
Per questo, obbediente al mandato missionario di Cristo, fortificata dal fuoco dello Spirito e fiduciosa nell’uomo che è stato creato per Dio, la Chiesa assolve serena e coraggiosa ad un tempo questa responsabilità.
In particolare, il “soggetto storico” di questa missione è la Chiesa come tale, ossia la Chiesa nella sua realtà concreta e viva di Chiesa particolare e di comunità cristiane (in specie le parrocchie), di famiglie cristiane (chiese domestiche), di aggregazioni varie, di singoli credenti: tutti e ciascuno sono corresponsabili, nel segno della comunione e della collaborazione, secondo i carismi, le vocazioni e i ministeri – diversi e complementari – che lo Spirito Santo distribuisce «per l’utilità comune» (cfr. 1 Corinzi 12, 4-11).
Questa Chiesa, come abbiamo detto, Gesù la vuole “nel” mondo, ma non “del” mondo, la vuole cioè immersa ma “a servizio dell’assoluto del Regno di Dio”. Emergono così, coessenziali e indisgiungibili tra loro, l’indole secolare e l’indole escatologica della Chiesa, nelle quali sono coinvolti tutti i membri della Chiesa stessa: sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici (cfr. Mi sarete testimoni, n. 85).
C’è però una forma “propria e peculiare” di partecipazione alla dimensione secolare della Chiesa tutta: è quella dei fedeli laici, singoli o associati. Per loro, infatti, “il vivere nel mondo” corrisponde a una precisa “vocazione” di Dio e “l’agire nel mondo” è ordinato alla specifica “missione” di «cercare il Regno trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium, n. 31).
È allora quanto mai indispensabile la presenza significativa dei cristiani laici nei più diversi e molteplici “ambienti di vita” perché il Vangelo possa continuare più speditamente la sua “corsa” nel mondo e perché i valori e le esigenze del Regno di Dio riescano a innervare più capillarmente e profondamente la vita dell’intera società.
19. “Testimoni di Gesù risorto nel mondo” i fedeli laici possono e devono esserlo ad un duplice livello: sia come singoli, sia come variamente associati.
Per i primi diciamo: ciascun laico è chiamato a dare la propria testimonianza nella vita di ogni giorno e a partecipare alle vicende del mondo diffondendovi il “profumo” di Cristo (cfr. 2 Corinzi 2, 14-15).
E, insieme, è chiamato a interrogare se stesso sulla qualità della propria fede, con fiducia e serenità, ma anche con coraggio e serietà: «È una fede solo intimistica e ritualistica, relegata esclusivamente nel mondo della coscienza e dei riti? O è, come deve, una fede anche “esistenziale”? Una fede, cioè, coerente con gli appelli della coscienza morale e animata dalla grazia dei riti celebrati, ma insieme inserita a pieno titolo nella vita concreta per animarla e raggiungere, trasformandoli, gli ambienti nei quali si svolge l’esistenza propria e degli altri» (Mi sarete testimoni, n. 78).
20. Il medesimo interrogativo deve essere affrontato, anche e non meno, dai laici variamente associati, che fanno capo sia alle diverse aggregazioni ecclesiali – gruppi, associazioni, movimenti e comunità –, sia alle aggregazioni di ispirazione cristiana che hanno come proprio fine l’animazione cristiana delle “realtà temporali” (cfr. Christifideles laici, nn. 29-30).
Ci auguriamo che questo anno pastorale – anche contestualmente al cammino della Chiesa italiana verso il Convegno ecclesiale nazionale di Verona – sia di forte stimolo per le diverse espressioni associative del laicato cattolico per un ripensamento serio e coraggioso, per una ripresa più convinta ed energica e per un rilancio rinnovato della propria responsabilità di “presenza” e di “azione” esplicite e dirette nei diversi ambiti della società, a modo di lievito che fa fermentare tutta la pasta (cfr. Matteo 13, 33).
In particolare, a tutte le aggregazioni ecclesiali chiedo di vivere la loro responsabilità nella logica evangelica della comunione-collaborazione-corresponsabilità e, quindi, in un clima di fraterno dialogo e facendo reciprocamente tesoro anche delle esperienze educative e operative – proprie e altrui – attuate già in precedenza o tuttora in atto. Sarà così più facile trovare le modalità più giuste ed efficaci per realizzare una testimonianza veramente significativa nei diversi momenti e nelle mutevoli situazioni storico-sociali.
21. Una parola specifica vogliamo riservare alle diverse associazioni professionali, nelle quali i laici cristiani, che esercitano alcune professioni riguardanti realtà e valori temporali, intendono aiutarsi nel vivere nel loro ambito di lavoro una specifica testimonianza di fede.
La complessità delle problematiche attuali di talune professioni, una certa crisi dell’associazionismo e l’esigenza di un loro più moderno rilancio mi sollecitano a riproporre alle stesse associazioni professionali, come pure alle aggregazioni impegnate nell’animazione delle realtà temporali, la domanda già formulata nel “Percorso pastorale”: «Quali sono i tratti della loro azione e del loro impegno che oggi chiedono di essere continuati, o ripensati o maggiormente promossi e sviluppati, affinché la loro presenza e testimonianza siano più credibili e più incisive?» (Mi sarete testimoni, n. 78).
Occorre dare una risposta coraggiosa, nel segno della creatività e della novità. Senza escludere l’eventualità che, in alcuni casi, si debbano prendere decisioni anche dolorose, memori dell’ ammonizione del Concilio, per il quale «si deve evitare la dispersione delle forze, che si ha allorché si promuovono nuove associazioni e opere senza motivo sufficiente, o si mantengono in vita più del necessario associazioni o metodi superati» (Apostolicam actuositatem, n. 19).
22. Quanto abbiamo detto sinora della Chiesa in generale e del suo cammino missionario, lo vogliamo riconsiderare in rapporto alla parrocchia, che è la «Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie», secondo la descrizione fatta dalla Christifideles laici (n. 26).
Più precisamente vogliamo considerare ogni comunità parrocchiale – grande o piccola che sia – come partecipe del “mistero”, della grazia e della responsabilità della Chiesa madre e maestra. E questo in riferimento al dono e al compito di testimoniare Gesù risorto nel mondo attraverso la vita vissuta dei suoi membri.
È bello e necessario sostare a contemplare la maternità di grazia che la Chiesa riceve da Cristo, suo Sposo, per comprendere in modo più originale e profondo e per vivere in modo più intenso e autentico il nostro essere «sale della terra» e «luce del mondo»: non soltanto come singoli parrocchiani, ma anche come parte viva di una vera e propria comunità, chiamati a diventare «un cuore solo e un’anima sola» (Atti 4, 32), una vera e propria “comunione”.
È nel Battesimo, ricevuto “dall’acqua e dallo Spirito”, che la Chiesa ci genera come credenti alla vita nuova ed eterna della grazia e ci costituisce immagine viva e riflesso reale di Cristo stesso, in lui e come lui «sale della terra» e «luce del mondo». Questa nuova e incancellabile fisionomia, stampata nel nostro cuore con il fuoco dello Spirito, è dono libero e gratuito del Signore Gesù, come scrive il nostro sant’Ambrogio: «È grande la condiscendenza del Signore, il quale ha fatto dono ai suoi discepoli di quasi tutti i suoi nomi. Io sono la luce del mondo, dice: ma questo nome, di cui egli stesso si gloria, egli lo ha accordato ai discepoli, affermando: Voi siete la luce del mondo» (Esposizione del Vangelo secondo Luca VI, 97). Ma il dono di Gesù giunge a noi attraverso la mediazione materna della sua Chiesa. E per noi questo è motivo di stupore, di gratitudine e di gioia grande.
La maternità della Chiesa si prolunga poi e si compie quando la comunità parrocchiale forma ed educa i suoi figli, sia a conoscere il dono di grazia ricevuto, sia a viverlo in modo coerente e con passione missionaria.
E così una forma di maternità della comunità parrocchiale consiste nel suo essere maestra: maestra che annuncia il Vangelo, in particolare questa “notizia lieta” e apportatrice di gioia che è il “dono” elargito al cristiano di “essere”, in Gesù e come lui, «sale della terra» e «luce del mondo».
È un annuncio che deve risuonare chiaro e affascinante in ogni comunità parrocchiale mediante l’abituale predicazione e catechesi, destinate a far sbocciare e crescere come sempre vigile e desta in ogni credente la consapevolezza del “dono” ricevuto (cfr. 2 Timoteo 1, 6), così che lo possa vivere nel segno di una gratitudine gioiosa e orante, stupita e contagiosa.
23. Rientra già nella predicazione e nella catechesi, ma ancor più in una maniera specifica nella molteplice e unitaria opera educativa della Chiesa l’impegno a far vivere l’esigenza etica insita nel dono ricevuto: il “Vangelo”, infatti, diviene “legge” di vita; il “dono” si fa “compito”; la “grazia” conduce al “comandamento”.
Ciò avviene quando la comunità parrocchiale si prende a cuore la “libertà” dei suoi figli, sollecitandola a configurarsi come responsabilità, ossia come impegno ad accogliere prontamente e generosamente e a vivere in fedeltà e coerenza il dono ricevuto nel Battesimo. Così che tutti possiamo dire: per grazia “siamo” sale e luce nel Signore; per dovere “viviamo” come sale e luce!
In realtà, nella Chiesa, tutti ci troviamo a ricevere, e insieme a offrire, questa sollecitudine ed ansia educativa rivolta alla libertà: una sollecitudine e un’ansia che si radicano nella consegna precisa che Gesù mette nel cuore di ogni suo discepolo. Così come quando, alla domanda: «se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?», egli risponde: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Matteo 5, 13). Come pure quando annota che non «si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Matteo 5, 15).
Incisiva al massimo è poi la conclusione del brano evangelico: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini…» (Matteo 5, 16). Al discepolo Gesù rivolge non un semplice augurio o un bell’auspicio, ma l’ardentissimo desiderio del suo cuore: un desiderio che assume la forma e il tono di un invito forte, di un’ammonizione grave, di una responsabilità grande e ineludibile; più radicalmente, di una grazia dolcissima, affascinante e coinvolgente.
24. Fedele a questa consegna, l’azione “materna” della Chiesa non si stanca di educare i suoi figli alla vita nuova, fragrante e luminosa di Cristo. È quanto avviene – e deve avvenire – nelle nostre comunità parrocchiali che mettono in atto i ministeri della parola, della liturgia e della carità. E tutto è ordinato a far fiorire la “vita secondo lo Spirito” nell’obbedienza alla legge nuova della carità e nella “profezia” del Discorso della montagna.
Non è inutile ricordare qui che l’ethos cristiano delle beatitudini evangeliche deve dirsi la “carta costituzionale” non solo dei singoli fedeli, ma anche delle comunità parrocchiali: una “carta” anche da esibire agli altri. Di qui allora l’interrogativo che deve “inquietare” le coscienze: quali sono le “buone opere” che la singola comunità parrocchiale – la “nostra”, in armonia e comunione con le altre – deve compiere oggi, nella situazione sociale e culturale del territorio, perché la sua luce risplenda davanti agli uomini, così da attrarli e conquistarli a dare gloria al Padre che sta nei cieli?
È dal cuore materno della Chiesa che ora vogliamo riascoltare l’esortazione rivolta da Giovanni Paolo II alla Chiesa in Europa, come salutare stimolo per ogni nostra parrocchia: «… sii Chiesa delle beatitudini, continuamente conformata a Cristo (cfr Mt 5, 1-12). Libera da intralci e da dipendenze, sii povera e amica dei più poveri, accogliente verso ogni persona e attenta verso ogni forma, antica o nuova, di povertà. Continuamente purificata dalla bontà del Padre, riconosci nell’atteggiamento di Gesù, che ha sempre difeso la verità mostrandosi nello stesso tempo misericordioso verso i peccatori, la norma suprema della tua azione. In Gesù, alla cui nascita fu annunciata la pace (cfr Lc 2, 14), in lui che con la sua morte ha abbattuto ogni inimicizia (cfr Ef 2, 14) e ha donato la pace vera (cfr Gv 14, 27), sii artefice di pace, invitando i tuoi figli a lasciarsi purificare il cuore da ogni ostilità, egoismo e partigianeria, favorendo in ogni circostanza il dialogo e il rispetto reciproci. In Gesù, giustizia di Dio, non stancarti mai di denunciare ogni forma di ingiustizia. Vivendo nel mondo con i valori del Regno che viene, sarai Chiesa della carità, darai il tuo contributo indispensabile per edificare in Europa una civiltà sempre più degna dell’uomo» (Ecclesia in Europa, n. 105).
25. Infine, dobbiamo dire che la fonte e il vertice dell’azione materna e magisteriale della Chiesa – e in essa della comunità parrocchiale – si trovano nella sua azione liturgica. Eccoci, ancora una volta, richiamati a rispettare e a promuovere il primato della liturgia nella vita e nella missione della Chiesa (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 10).
Così l’ascolto orante della Parola di Dio e la celebrazione dei Sacramenti della Chiesa, in particolare dell’Eucaristia, divengono le sorgenti vive dalle quali il cristiano attinge il “profumo” di Cristo e la sua luce. Infatti, è nella Parola e nei Sacramenti che il discepolo e commensale di Cristo è costituito, per dono di Dio, «sale della terra» e «luce del mondo» e, insieme, è caricato del compito di vivere ogni giorno il dono ricevuto. È dalla grazia di Cristo che la Chiesa madre e maestra riceve, mediante l’effusione pentecostale dello Spirito, dinamismo, vitalità e fecondità.
Sento il bisogno di ricordare che, se centrale deve dirsi la celebrazione eucaristica per la missionarietà del cristiano, anche la celebrazione del sacramento della Riconciliazione o della Penitenza offre una grazia e una responsabilità specifiche e non meno importanti per essere rinnovati come testimoni di Gesù risorto nel mondo.
Siamo chiamati, anzi tutto, a ridestare la nostra coscienza circa l’azione distruttiva, o comunque il peso negativo, che il peccato esercita sulla missionarietà. A bloccare o ad allentare il dinamismo missionario del vissuto del cristiano è proprio il peccato, in quanto infedeltà all’Alleanza d’amore di Dio e rifiuto del suo dono di grazia e di luce.
Il peccato, di conseguenza, si configura come “incoerenza” nei riguardi del Vangelo e come “controtestimonianza” nei riguardi degli altri, ai quali la “lieta notizia” è destinata. Il peccato è insipidezza e lievito infetto; è tenebra e “ombra di morte”.
È allora nella “confessione” che il cristiano pentito, grazie all’amore misericordioso e perdonante di Dio, può ritornare alla luce splendente di Cristo e alla fragranza della vita di grazia.
Che il Signore ci doni di rinnovare il nostro amore e la nostra stima per la bellezza e la forza spirituale del sacramento della Riconciliazione, che porta a compimento l’umile e confidente preghiera a Dio, che in Cristo ci libera dalle tenebre dell’errore e della colpa. Come cantiamo in un “Lucernario”: «O Dio, tu sei la mia luce. Dio mio, rischiara le mie tenebre. Per te sarò liberato dal male».
26. La grazia della Parola e dei Sacramenti accompagna la Chiesa durante tutto l’Anno Liturgico, i cui diversi “tempi” offrono, secondo le loro proprie caratteristiche, luce e forza per una testimonianza di vita vissuta in docilità alla Parola e in conformità con il Signore Gesù, celebrato e incontrato nei suoi misteri di salvezza.
Di qui l’impegno e la gioia, partecipando abitualmente alla liturgia della Chiesa, di individuare nei testi biblici e liturgici e nei doni di grazia propri dei vari tempi (Avvento-Natale, Quaresima, Pasqua-Pentecoste, ecc.) una ricca serie di indicazioni e di stimoli per vivere come “testimoni di Gesù risorto nel mondo”.
Infine, Parola e Sacramenti sono la radice e il frutto della preghiera personale e comunitaria dei cristiani. Per questo, ammaestrati dall’esempio di Gesù – il quale, per primo, ha pregato per i suoi discepoli chiamati a vivere “nel” mondo senza essere “del” mondo (cfr. Giovanni 17, 10-15) –, anche noi siamo invitati a sostenere con la preghiera la presenza, l’azione e la testimonianza dei cristiani nel mondo, perché possano veramente essere “lievito” di vita nuova e “anima della società”.
In questa prospettiva, invito a inserire spesso questa intenzione nella “preghiera dei fedeli” della Messa. Suggerisco poi che nelle parrocchie si proponga, lungo l’anno, qualche momento particolare di preghiera a questo proposito, ad esempio nelle Giornate Eucaristiche o Quarantore, in occasione di Esercizi o Ritiri spirituali, o in altre circostanze significative. Chiedo anche che nella scelta dei formulari delle Messe, quando le norme liturgiche lo permettono, si valorizzi la Messa “per l’impegno dei cristiani nel mondo” o altri formulari riportati nel Messale con la dizione “per la società civile” e “in diverse circostanze della vita sociale”.
27. La parola di Gesù: «Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Matteo 5, 15) rimanda, letteralmente, alla casa illuminata dalla lucerna.
Ci piace qui leggerla come allusione simbolica alla famiglia cristiana nella sua identità e missione di “chiesa domestica”. Anch’essa è voluta dal Signore Gesù come «sale della terra» e «luce del mondo». Anch’essa riceve la grazia e la responsabilità della testimonianza a Cristo e al suo Vangelo, una testimonianza che passa attraverso le realtà tipiche del vissuto coniugale e familiare, come l’amore, la comunione, la donazione di sé, la generazione della vita, l’educazione dei figli, la partecipazione alla vita della Chiesa e della società.
Non possiamo qui soffermarci compiutamente sul vissuto quotidiano della coppia e della famiglia per coglierne la valenza missionaria che vi è racchiusa e che da esso si dispiega.
Da un lato, rimandiamo alla lettura del ricchissimo magistero della Chiesa, in particolare alla sempre attuale e fresca Esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II (cfr. nn. 42-64).
Dall’altro lato, rileviamo come sia proprio il vissuto quotidiano delle coppie e delle famiglie a rappresentare lo “spazio umano” più comune e abituale, più vicino e concreto, più coinvolgente e decisivo nel quale essere coerenti al Vangelo e dare testimonianza a Cristo nel mondo. È qui – in primis nella casa – che si celebra il “culto spirituale” che il Signore chiede e di cui hanno bisogno la persona e la società, oggi soprattutto.
28. In particolare, è anzitutto in famiglia che la “sfida” di assicurare la “qualità umana” in tutti i rapporti e in tutti i luoghi concreti dell’esistenza trova la sua primordiale espressione e il suo spazio più naturale. Come ha scritto Giovanni Paolo II, è la famiglia il «luogo primario della “umanizzazione” della persona e della società» (Christifideles laici, n. 40).
È grazie al vero amore, fondamento e senso della famiglia, che ogni uomo e ogni donna possono essere riconosciuti, rispettati, stimati e valorizzati per il solo fatto che esistono e che sono persone. E tutto questo nel segno della “gratuità”, senza badare ad alcun interesse o tornaconto. Con un’attenzione ancora più squisita e privilegiata per chi fosse maggiormente nel bisogno, perché piccolo o anziano, disabile o malato.
Ne deriva che lo stile tipico della famiglia – rispettoso della sua natura e funzione – è quello dell’accoglienza, dell’incontro, del dialogo, dell’apertura, della disponibilità disinteressata, del servizio generoso, della solidarietà profonda.
Ed è proprio qui che la famiglia riconosce in sé, come sua tipica nota originaria, una grande e insostituibile potenzialità nel trasformare la società, ordinandola secondo Dio, e quindi può da sé liberare un’incontenibile forza missionaria, divenendo autentica “anima del mondo”. In una società sempre più spersonalizzata e massificata, disumana e disumanizzante, «la famiglia possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l’uomo dall’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società» (Familiaris consortio, n. 43).
Se assolve il suo proprio compito, la famiglia diventa un autentico “segno di contraddizione” nel mondo, una denuncia forte di una cultura che basa i rapporti personali, soprattutto, sull’efficienza e sulla funzionalità. E così la famiglia può risplendere come concreto “segno di speranza” per una convivenza più umana.
29. Non possiamo qui dimenticare le “risorse” che la famiglia possiede e i “compiti” che essa è chiamata a svolgere in riferimento sia ad alcuni ambiti della vita sociale – quali, ad esempio, il mondo del lavoro, quello della scuola e della cultura –, sia ad altri importanti aspetti della vita, come l’uso del tempo, del denaro e dei media.
Senza entrare ora nel merito di ciascuno di questi “luoghi”, ci basti fare un richiamo a una questione di fondo: la “questione educativa”.
È qui – in un’educazione fatta di trasmissione di valori, di stile di vita, di vigilanza sulla cultura, di aiuto per crescere in una libertà sempre alleata alla verità e all’amore come dono di sé –, che la famiglia può e deve giocare, con fiducia e coraggio, il suo peculiare e insostituibile ruolo.
È con un’azione educativa sempre attenta alla persona e alla sua inviolabile e quasi infinita dignità che la famiglia concorre a generare nella cultura un nuovo umanesimo.
È non abdicando mai alla propria missione educativa – nonostante fatiche, difficoltà, incomprensioni e, talora, insuccessi –, che la famiglia può dare “sapore di umanità” a queste aree dell’esperienza umana e diffondere una “luce” che sa rischiarare e ridare i colori della speranza in mezzo alle nebbie della confusione e al buio degli smarrimenti.
Lasciamo ora che sia ogni famiglia cristiana a chiedersi, con umile e fiera determinazione, che cosa può e deve fare o non fare, con i gesti più semplici e abituali del vissuto quotidiano, per essere – nella Chiesa e nella società – «sale della terra» e «luce del mondo»: con la grazia di Cristo e con il fuoco dello Spirito che il sacramento celebrato continua a donare.
30. L’impegno missionario deve avere un suo stile.
Ci chiediamo quali siano le modalità, interiori ed esteriori, che devono caratterizzare la testimonianza nella vita quotidiana e con la presenza in tutti gli “ambienti di vita sociale”, perché queste possano sprigionare tutta la loro “carica” missionaria, la “grazia” cioè di una missione evangelizzatrice che partecipi della missione stessa di Gesù e, quindi, del suo stile. È una missione, questa, che non può avere i tratti di una “conquista”, perché – come sappiamo – Gesù “vince” il mondo e “conquista” gli uomini, ma solo attirandoli tutti a sé quando viene innalzato da terra e muore sulla croce (cfr. Giovanni 12, 32), come il chicco di grano che, morendo, «produce molto frutto» (cfr. Giovanni 12, 24).
È lo stile di chi sa di essere chiamato a offrire alle persone che incontra e ad immettere nella storia in cui vive un bene grande e prezioso, anzi l’unico bene, che è il Vangelo di Gesù, la “notizia lieta” che svela il mistero di Dio e dell’uomo. È questo un bene che ci è donato, di cui non siamo proprietari e di cui l’uomo e il mondo hanno assoluto bisogno.
Per questo dobbiamo offrire questo bene con animo lieto e coraggioso, con profonda umiltà e gratitudine, con fiducia grande nella forza unica della grazia, con sincera disponibilità a riconoscerne le tracce dovunque siano disseminate, con evangelica “simpatia” nei confronti delle persone e del mondo. In una parola, con un vero atteggiamento di servizio gratuito, disinteressato e generoso.
Senza mai dimenticare che l’essere “testimoni di Gesù risorto nel mondo” comporta di non nascondersi le difficoltà, le incomprensioni, le ostilità e il rifiuto, ma di affrontarli sapendo mostrare le motivazioni e la bontà delle proprie scelte e dei propri comportamenti, con la stessa mansuetudine di Gesù, disposti a soffrire con lui e come lui.
31. È per tutti noi di grande utilità rileggere e meditare le esortazioni – così incisive e attuali – che san Pietro rivolgeva ai fedeli delle prime comunità cristiane.
Chiedeva loro di essere «partecipi delle gioie e dei dolori degli altri», di essere «animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili», di «non rendere male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, di rispondere benedicendo», di evitare il male e di fare il bene, di cercare la pace e di seguirla (cfr. 1 Pietro 3, 8-11).
E agli stessi cristiani, che vivevano in una società ostile e soggetti a persecuzione, l’Apostolo così aggiungeva: «E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (vv. 14-17).
32. Come si vede, il testo di san Pietro è estremamente chiaro: ha bisogno non tanto di una spiegazione più o meno lunga, quanto di una pacata riflessione personale e comunitaria, soprattutto di “incarnazione” limpida e coraggiosa nella propria vita e azione dei tratti che delineano lo stile missionario del “testimone di Gesù risorto nel mondo”.
Siamo chiamati, anzi tutto, alla costante prontezza a rispondere a chiunque ci domandi ragione della nostra fede, della nostra speranza, delle nostre scelte di vita secondo il Vangelo. Con un impegno non solo di “diffondere”, ma anche di “difendere” la fede, mostrandone la verità, la bontà e la bellezza; illustrandola e spiegandola in modo argomentato e chiaro; rispondendo con convinzione e con adeguate motivazioni alle obiezioni rivolte al credente; confrontandosi criticamente e senza complessi di inferiorità con quanto va sempre più emergendo nella mentalità corrente (cfr. Mi sarete testimoni, n. 98).
Siamo chiamati poi a compiere tutto questo «con dolcezza e rispetto». Sono allora da coltivare questi atteggiamenti e comportamenti: umiltà, ordine e moderazione; benignità, mitezza, mansuetudine e misericordia; concordia, apertura, dialogo e fraternità; modestia del tratto, riserbo del linguaggio, cortesia dello stile, capacità di ascolto e di accoglienza che non escludono e non pregiudicano a priori nessuno; e ogni altra forma di benevolenza, di dolcezza e di rispetto.
E c’è, ancora, da vivere e da agire «con una retta coscienza», ossia con piena rettitudine di intenzione, con moralità perfetta, con una vita limpida, con coerenza a tutta prova, con una buona condotta in Cristo. In altre parole, occorre sempre comportarsi in modo da essere “degni di stima” e, quindi, anche con competenza e professionalità.
Siamo chiamati infine a essere disposti a “soffrire per il Vangelo”, diventando così sempre più perfettamente conformi al Signore Gesù. Quella cristiana, in realtà, è una testimonianza che si compie attraverso un dono di sé, che non teme neppure la morte, perché è abitato e animato dalla speranza certa che viene dal Signore risorto. È, dunque, «collegata con il martirio, non solo perché può arrivare sino all’effusione del sangue, ma anche perché il testimone sa che deve scomparire affinché si riveli il dono del Risorto, la sua presenza che guarisce e consola, la sua vita spesa per noi» (Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona, n. 8).
33. Potremmo continuare, anche a lungo. Ma ciò che è essenziale, irrinunciabile, fondativo e decisivo è la sorgente viva e fresca da cui scaturisce e viene alimentato lo stile missionario. E la sorgente è l’“adorare il Signore, Cristo, nei nostri cuori” (cfr. 1 Pietro 3, 15).
Sì, tutti questi tratti rischiano di rappresentare uno sforzo in qualche modo titanico e dal risultato spesso incerto o addirittura impossibile, se non affondano le loro radici nel rinnovamento della nostra vita in Gesù crocifisso e risorto, anzi nella nostra reale, intima e personale comunione con lui.
Il “segreto”, dunque, sta nel vivere come Gesù e uniti a lui, nel comportarci come lui, nell’interpretare ogni vicenda e situazione in chiave profondamente “cristiana”. In una parola, sta in una vera e propria “vita spirituale”.
Solo se teniamo fisso lo sguardo su Gesù (cfr. Ebrei 12, 2), se ascoltiamo la sua Parola, se lo incontriamo nella preghiera e nei Sacramenti – in particolare nell’Eucaristia –, se comunichiamo alla sua carità, se viviamo ogni giorno una profonda, tenera e forte “amicizia” con lui, possiamo davvero rendere ragione della speranza che è in noi. E lo possiamo fare con dolcezza e rispetto, con retta coscienza e disposti a soffrire con lui, donando tutta la nostra vita per amore.
Solo il radicamento in Cristo rende possibile e provoca una vita che sia testimonianza luminosa del Signore risorto e una presenza dei credenti nel mondo che sia costantemente a servizio del Regno di Dio.
34. Perché il cammino che riprendiamo ci aiuti veramente a vivere con passione missionaria nella concreta esistenza di ogni giorno e in ogni ambito di vita sociale, voglio segnalare ora alcune particolari attenzioni da coltivare e alcuni strumenti da utilizzare.
Si tratta di “linee operative” che chiedono di essere accolte da tutti con disponibilità cordiale e con rinnovato impegno.
Riprendere, nella riflessione e nella preghiera, il capitolo sesto di Mi sarete testimoni
Ricordo, anzitutto, il testo di riferimento che ci deve accompagnare quest’anno. È, in una maniera specifica, il capitolo sesto del nostro “Percorso pastorale diocesano”, dal titolo Voi siete il sale della terra. Immersi nel mondo a servizio del Regno di Dio (cfr. Mi sarete testimoni, nn. 70-82). Senza dimenticare, però, che questo capitolo non è concluso in se stesso, ma inserito in modo organico nell’intero “percorso”: solo così il capitolo potrà essere inteso adeguatamente nei suoi diversi contenuti e, ancor più, nel suo senso profondo e nel dinamismo missionario che lo anima.
Chiedo, perciò, di riprenderlo tra le mani per farlo oggetto di una rinnovata lettura, di un adeguato approfondimento, di una pacata meditazione, di una ripetuta preghiera, così che le sue pagine possano favorire quella conversione spirituale e pastorale alla quale lo Spirito chiama incessantemente le nostre comunità e ciascuno di noi: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Apocalisse 2, 7).
Chiedo inoltre che, nella consueta “giornata di programmazione pastorale” all’inizio del nuovo anno, i Consigli pastorali parrocchiali e decanali dedichino un sufficiente spazio di preghiera e di riflessione sulle “linee operative” indicate dalla Diocesi. Sarà così più facile giungere ad una loro applicazione attenta alle risorse e alle esigenze del territorio, coniugando insieme la condivisione del comune cammino della Chiesa ambrosiana e la valorizzazione della creatività e specificità delle varie realtà locali.
Promuovere la pastorale ordinaria nel segno della testimonianza della vita e nel mondo
35. La seconda “linea operativa” riguarda il cammino della cosiddetta pastorale ordinaria, quella cioè che fa riferimento agli atteggiamenti e comportamenti della fede professata-celebrata-vissuta, coinvolge l’intera comunità cristiana ed è – in un certo senso – di tutti i giorni.
Ora si deve rilevare, anzi tutto, che rientra pienamente nella pastorale ordinaria l’essere “testimoni di Gesù risorto nel mondo”, ossia la vita vissuta ogni giorno, tanto nel segno della coerenza con il Vangelo, quanto nel segno di una presenza e azione nella società e nella storia come “lievito” e come “anima del mondo”.
Ne deriva allora che i momenti abituali dell’attività pastorale ordinaria delle nostre comunità e realtà di Chiesa devono essere innervati da un’attenzione specifica al vissuto umano e cristiano sia dei singoli che delle comunità e realtà ecclesiali: sono, infatti, gli atteggiamenti, le scelte, le azioni – piccole o grandi, modeste o rilevanti che siano – di ogni nostra giornata la condizione necessaria e preziosa che rende credibile ed incisivo il nostro essere annunciatori del Vangelo e testimoni di Gesù risorto. Sì, «risplenda la vostra luce davanti agli uomini…».
A livello diocesano, io stesso mi lascerò ispirare dai valori e dalle esigenze della testimonianza come coerenza e come presenza e azione negli ambienti della vita sociale in diverse occasioni. Nelle Veglie missionarie, che in ottobre presiederò in tre luoghi diversi della Diocesi: Varese, Milano, Cantù. Nella stesura della tradizionale Lettera per la benedizione delle famiglie. Nelle solenni Via Crucis, che anche quest’anno sarò lieto di presiedere in ciascuna delle Zone pastorali della Diocesi. Nei cinque incontri di Catechesi quaresimale per Gruppi di ascolto via radio e televisione, che ci vedranno impegnati nei martedì di Quaresima, e in qualche altra circostanza che mi si presenterà.
Sollecito poi i diversi Organismi diocesani, perché le loro proposte pastorali ordinarie siano accompagnate e animate dalla tematica della testimonianza della vita e nel mondo: una tematica, questa, che potrà essere sottolineata in modo specifico in rapporto ai diversi settori della pastorale, offrendo – se lo si ritiene opportuno o necessario – qualche breve e chiaro sussidio.
Tra le proposte pastorali diocesane ricordo – anche per la diffusione e la risonanza che esso ha e per la preziosa valenza educativa che sa esprimere – il cammino oratoriano presentato con lo slogan “Siete sale”. Le varie iniziative che lo accompagneranno sono finalizzate ad aiutare i bambini, i ragazzi e gli adolescenti, insieme con i loro educatori e animatori, a crescere con il “sapore” della vita di Cristo, capaci di dare il “gusto” vero del Vangelo alle esperienze che vivono, agli incontri che fanno e alle attività che svolgono: fino ad essere veri testimoni di luce, dappertutto.
Unitamente a quello oratoriano, rimando anche al “percorso giovani”, dal titolo “Risplenda la vostra luce”. È un itinerario che – mediante la proposta ordinaria di pastorale giovanile e con la promozione di iniziative specifiche – viene offerto ai giovani perché, nei contesti concreti dell’esistenza quotidiana, la loro vita non resti mai senza sapore e sappiano sempre far risplendere la luce della fede nelle loro scelte, sulla loro strada, tra tutti coloro che incontrano.
Operare un discernimento evangelico del nostro contesto sociale e culturale
36. Tra le “linee operative” ce n’è una terza, che potremmo definire “pre-operativa”, perché fa da premessa, da condizione di partenza, da necessario strumento di lettura e di interpretazione per vivere, in modo giusto e corretto, la testimonianza cristiana come “presenza” e “azione” negli ambienti della vita sociale. È il discernimento evangelico del tempo che viviamo.
È questo un punto di particolare importanza, sul quale si è giustamente e ampiamente soffermato il “Percorso pastorale diocesano” nel suo capitolo primo: Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? Per un discernimento del tempo presente (cfr. Mi sarete testimoni, nn. 6-15), che faremo bene a riprendere con attenzione.
Anzi, è un punto oggi di singolare portata e rilevanza, come annota il testo preparatorio del Convegno ecclesiale di Verona: «La missionarietà deve essere culturalmente attrezzata, se vuole incidere nelle mentalità e negli atteggiamenti. La società in cui viviamo va compresa nei suoi modelli di pensiero e di comportamento, prestando anche attenzione al modo con cui vengono prodotti e modificati. Se ciò venisse sottovalutato o perfino ignorato, la testimonianza cristiana correrebbe il rischio di condannarsi a un’inefficacia pratica» (Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona, n. 11).
La conclusione si impone da sé. Se vogliamo dare nuovo slancio alla “missionarietà” nella vita quotidiana ordinaria di ciascuno di noi e ad una vera “presenza testimoniante” nella società, dobbiamo impegnarci con serietà – nella preghiera allo Spirito e insieme nella riflessione matura – ad operare un genuino discernimento personale e comunitario. Solo così potremo essere aiutati a conoscere il reale contesto sociale e culturale in cui siamo chiamati a vivere e a lavorare a servizio del Regno di Dio. Potremo, inoltre, individuare meglio le “risorse” e le “potenzialità” che abbiamo, le “incomprensioni” e le “resistenze” che incontriamo, i “nodi” principali che dobbiamo affrontare e sciogliere per essere autentici “testimoni di Gesù risorto nel mondo”.
Un aiuto al riguardo ci può venire dalle domande “per la riflessione e il confronto” che accompagnano ogni parte della già citata Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona. Soprattutto l’aiuto ci deve venire dalla conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa e dalla sua adeguata applicazione. Ma qui ci troviamo di fronte ad un’ulteriore e specifica “linea operativa” di quest’anno: la quarta.
Conoscere, approfondire e diffondere la Dottrina sociale della Chiesa
37. Una linea operativa che da sempre ha caratterizzato l’impegno pastorale della nostra Chiesa ambrosiana, ma che quest’anno essa intende rilanciare con più forza, è quella della conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa. Questa si radica come nel suo nucleo essenziale e originale nel Vangelo – che in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, n. 22) – e, di conseguenza, ha la dignità e il valore di un vero e proprio «strumento di evangelizzazione» (cfr. Centesimus annus, n. 54).
La Dottrina sociale della Chiesa riveste un particolare significato soprattutto in rapporto all’impegno di “presenza” e di “azione” della Chiesa – e in essa in modo specifico dei fedeli laici – nella società e nella storia al servizio del Regno di Dio. Trova, dunque, posto nel contesto vivo della Chiesa “madre e maestra”, in ordine a far luce e a dare sostegno e impulso sempre rinnovati al compito missionario nel mondo.
Soprattutto quest’anno pastorale – nel quale, peraltro, ricorre il quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II e della promulgazione della “Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo” Gaudium et spes – è occasione propizia per proporre, a livello parrocchiale e/o decanale, iniziative più specifiche e puntuali per conoscere, approfondire e diffondere la Dottrina sociale della Chiesa. In questa linea, si faccia tesoro anche del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: il testo, tra l’altro, favorisce un accostamento diretto ai numerosi e importanti documenti sociali della Chiesa.
Non dimentichiamo però che la conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa non è questione solo intellettuale né fine a se stessa. Essa nasce dal bisogno di dare fondamenti, contenuti e stimoli alla vocazione e missione di essere “testimoni di Gesù risorto nel mondo”. È destinata, poi, a sfociare nell’assunzione di precise responsabilità nella vita della società, sino a decidersi – se questo il Signore richiede e specie in determinate situazioni sociali e storiche – per un impegno diretto ed esplicito nelle istituzioni civili e nell’ambito politico.
In questo quadro, siamo tutti interpellati dalle troppe forme di indifferenza, di distacco e di rifiuto nei riguardi della politica, che non poche volte sono condivise dagli stessi cristiani. Siamo ancor più interpellati dalla urgenza che tanti talenti, doti e risorse che il Signore non manca di distribuire con abbondanza, non ultimo alle donne e ai giovani, siano più coraggiosamente messi a disposizione del bene comune.
Promuovere una catechesi sulla presenza e l’azione dei cristiani nel mondo
38. Proprio perché la Dottrina sociale della Chiesa ha il valore di uno strumento di evangelizzazione, conoscerla e applicarla nelle diverse “questioni” che la storia presenta è un modo per assumere il compito sempre più inderogabile della “nuova evangelizzazione”: per la Chiesa, insegnarla e diffonderla «appartiene alla sua missione evangelizzatrice» (Centesimus annus, n. 5). Una missione, questa, che trova nel ministero della catechesi una delle sue concretizzazioni più significative e importanti.
Per questo, nell’elaborare e nel trasmettere tale Dottrina, la Chiesa tutta – nelle sue diverse componenti, secondo i compiti, i carismi e i ministeri di ciascuno – vive e manifesta il suo essere “madre e maestra”, che istruisce, educa e guida i propri figli nell’assumere e nell’esercitare la loro irrinunciabile e preziosa responsabilità nella storia.
Ne deriva, logicamente, una quinta “linea operativa” per il nostro cammino pastorale. Essa consiste nella richiesta che, lungo quest’anno, «in ogni parrocchia, associazione e gruppo ecclesiale, si propongano momenti di catechesi, di riflessione, di studio e di confronto per risvegliare nei cristiani la coscienza del loro essere “cittadini del mondo”, impegnati a costruirlo secondo il disegno di Dio» (Mi sarete testimoni, n. 81).
La nostra Chiesa ambrosiana ha preparato, al riguardo, due sussidi di catechesi: l’uno per i giovani, dal titolo Voi siete la luce del mondo; l’altro per gli adulti, dal titolo I cristiani nella città: per dare forma a un sogno. Chiedo, pertanto, che siano utilizzati da tutti, sia a livello parrocchiale, sia nelle varie aggregazioni laicali.
La ripresa di queste tematiche nella catechesi, peraltro, non può limitarsi solo a quest’anno pastorale. Deve diventare uno degli elementi integranti di un adeguato e sistematico cammino ordinario di catechesi per queste fasce di età.
È in rapporto a tale esigenza che, in questo mese di settembre, si svolgeranno le “Quattro Giorni Catechisti 2005” sul tema Voi siete il sale della terra. Quale catechesi per essere cristiani nella società. Nutro la speranza che, come già negli anni scorsi, anche questa volta esse riscuotano un alto interesse e vedano una larghissima partecipazione.
Altri adempimenti
39. Tra le “linee operative” vanno pure inseriti alcuni adempimenti che sono richiesti dal nostro “Percorso pastorale diocesano”: il primo riguarda il nuovo anno; gli altri devono dirsi permanenti.
In primo luogo, quest’anno verrà proposto, a livello diocesano, qualche “evento straordinario”, celebrato non in ambito “ecclesiale”, ma nei “luoghi-simbolo” di qualcuno degli “ambienti di vita sociale”. Si tratterà di qualche “avvenimento simbolico”, con il quale «“far emergere” dal vissuto e “mostrare” come anche oggi è possibile, per i cristiani, essere presenti nelle più diverse realtà secolari, portandovi i valori del Regno di Dio e testimoniando la propria fede» (Mi sarete testimoni, n. 78). Sono eventi, questi, ancora in fase di elaborazione e di definizione, dei quali verrà data comunicazione di volta in volta.
In secondo luogo: dopo il lavoro fatto nello scorso anno dalla apposita Commissione arcivescovile, in queste settimane inizieranno – nelle parrocchie, nelle unità pastorali e nei decanati che ne hanno ricevuto l’incarico diocesano – le “sperimentazioni” dell’itinerario di iniziazione cristiana dagli 0 ai 14 anni, così come sono state richieste nel “Percorso pastorale diocesano” (cfr. Mi sarete testimoni, n. 64).
Ancora: nei primi mesi di quest’anno, ai Consigli pastorali decanali è chiesto di riprendere i risultati delle tre indagini svolte lungo lo scorso anno pastorale sulla frequenza alla Messa domenicale, sulla “qualità celebrativa” delle nostre assemblee liturgiche e sulle modalità di vivere il Giorno del Signore. È una ripresa che deve servire a individuare insieme le scelte da fare perché, nella concretezza di ogni situazione pastorale, l’Eucaristia e la Domenica possano sviluppare tutto il loro straordinario potenziale missionario.
Sempre in questa stessa linea, ribadisco la richiesta già formulata lo scorso anno perché, a livello decanale, si verifichino il numero, gli orari e la distribuzione delle Messe sul territorio (cfr. L’Eucaristia della Domenica accenda in noi il fuoco della missione!, Centro Ambrosiano, Milano, 2004, p. 39). È, questo, un problema sempre più rilevante e impellente, che esige una più coraggiosa e fattiva attenzione da parte di tutti e che affido alla responsabile sollecitudine dei Vicari episcopali di Zona, unitamente ai rispettivi Decani.
Infine, anche in questo nuovo anno pastorale, nelle parrocchie, nei decanati e nelle diverse realtà aggregative, si continui a individuare le modalità più opportune per riproporre e promuovere quella “grande preghiera per le vocazioni”, che si presenta quanto mai urgente e necessaria in questo nostro tempo (cfr. Mi sarete testimoni, n. 97).
40. Carissimi, per proseguire il nostro cammino missionario, chiediamo al Signore di poter rivivere l’avventura spirituale dell’«uomo cieco dalla nascita», visto e guarito da Gesù (cfr. Giovanni 9, 1-41). È, la sua, un’esperienza paradigmatica per ognuno di noi, chiamato a incontrare Gesù «luce del mondo» (Giovanni 8, 12) e a professare-celebrare-vivere la propria fede in lui.
La vicenda, di cui parla l’evangelista Giovanni, avviene nel contesto della vita di ogni giorno, mentre Gesù sta «passando», sta cioè camminando per le strade degli uomini, presente e immerso nella loro storia concreta, segnata non poco dalla fragilità, dalla sofferenza e dall’emarginazione.
È una vicenda che ha come protagonisti Gesù e questo uomo cieco, ma che – in profondità – vede coinvolto anche ciascuno di noi. Sì, ciascuno di noi si può riconoscere e ritrovare nel volto e nella storia di questo uomo “senza volto”, di cui non ci è detto il nome.
È l’esperienza di chi, visto dal Signore con il suo amore gratuito e preveniente, non solo è raggiunto dal suo sguardo, ma più radicalmente è invaso e trasformato dalla sua grazia. Liberato dalle tenebre che ne avvolgono tutta l’esistenza, viene “illuminato” e, in Gesù, diventa “figlio della luce”. Proprio qui ritroviamo il nucleo essenziale, il segreto affascinante dell’esperienza di fede. Essa è un incontro personale, personalissimo con il Signore Gesù, che ci cambia la vita, la illumina con lo splendore della sua grazia e ci dona un modo nuovo di pensare, di vedere, di valutare, di giudicare l’intera realtà. La fede, in verità, ci fa partecipi dello stesso pensiero di Cristo (cfr. 1 Corinzi 2, 16).
È l’esperienza di chi, incontrato dal Signore Gesù, si lascia da lui interpellare fin nelle fibre più intime del proprio essere: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» e professa solennemente la propria fede: «Io credo, Signore!».
Ed è l’esperienza di chi, animato e sorretto dalla fede, esprime, con semplicità e immediatezza sorprendenti, la propria “adorazione”: «e gli si prostrò innanzi». E così celebra la propria fede con il più alto gesto di culto, riconoscendo la signoria e la divinità di Gesù.
Ma è anche l’esperienza di chi continua la propria vita sulle strade del mondo, immerso nelle vicende e nelle relazioni di ogni giorno. Ed è qui che il dono straordinario e prezioso della fede viene messo a dura prova. Ricevuta la vista, incominciano i problemi per «l’uomo che era stato cieco». La sua fede, in un ambiente chiuso e ostile, viene posta sotto processo da parte della gente, dei farisei e dei suoi stessi genitori, fino ad essere “cacciato fuori” dalla sinagoga, emarginato ed espulso dalle relazioni più decisive per la propria esistenza. È questa l’esperienza di ogni credente, chiamato a rendere ragione della propria fede senza arrendersi di fronte a nessun ostacolo, difficoltà e rifiuto, ma anzi progredendo verso una più matura conoscenza del Signore e verso una sempre più ferma adesione a lui, fino a soffrire a causa della fede.
41. Come per il “cieco nato”, così per ogni cristiano, la fede domanda sempre di essere professata-celebrata-vissuta. In particolare, il “viverla” è il modo più forte per “professarla”, oltre che il modo più genuino per “celebrarla”: non solo con singoli gesti cultuali, ma con il “culto spirituale” di un’intera esistenza, vissuta in conformità con il Signore Gesù e in coerenza con il suo Vangelo.
È questa l’unica vera “logica” della fede. Il cristiano, diventato “figlio della luce” grazie al dono battesimale della fede, è chiamato a comportarsi come “figlio della luce”. Solo così non smentisce la sua identità! Se la fede definisce l’essere stesso del credente, non può non esprimersi e non attuarsi nella vita quotidiana, nelle scelte e nelle azioni dell’esistenza. I “figli della luce” sono veramente tali quando compiono le “opere della luce”, ossia imitano e condividono gli atteggiamenti e lo stile di vita di Gesù.
Proprio come affermava e chiedeva Gesù: «Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Matteo 5, 14-16).
O Signore,
tu che sei la luce del mondo,
illumina la nostra mente e il nostro cuore,
perché, seguendo te,
non camminiamo nelle tenebre,
ma abbiamo la luce della vita.
Tu che hai aperto gli occhi al cieco nato,
apri anche i nostri occhi,
perché riconosciamo in te il Figlio di Dio,
ti proclamiamo nostro Signore e Redentore,
ti adoriamo e ti rendiamo culto con tutta la nostra vita.
Tu che, con il dono dello Spirito,
ci rendi figli della luce e del giorno,
fa’ che indossiamo le armi della luce
e ci comportiamo come in pieno giorno,
coerenti e coraggiosi nel diffondere e difendere la fede,
pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in noi,
con dolcezza, rispetto e coscienza retta,
lieti di soffrire per il Vangelo,
con un dono totale di noi stessi, che non teme neppure la morte.
Tu che ci rendi
sale della terra e luce del mondo,
sostienici nella nostra poca fede
e rinvigorisci la nostra adesione al Vangelo,
così che viviamo nella storia e nel mondo
a servizio del Regno di Dio,
la nostra luce risplenda davanti agli uomini,
con la nostra vita siamo sempre tuoi testimoni
e facciamo vedere te,
nostro Signore crocifisso e risorto,
unica speranza che non delude,
gioia che sola può saziare la fame del cuore di ogni uomo.