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Parrocchia San Giovanni Crisostomo

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Quaresima 2005


Mi sarete testimoni nel desiderio del compimento

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Matteo 9,11-13)

Vivere la vita nella forma di una «eucaristia», cioè di un ringraziamento: questa è la forma che esprime il desiderio di un'esistenza compiuta. Resa possibile dal dono che Gesù fa della sua vita per noi, una vita vissuta in gratitudine è una vita che si dona a sua volta. Così si vive l'anticipo della vita compiuta, così si mantiene aperto il desiderio che questo compimento venga presto per la gioia e la felicità di tutti.

Davanti alla croce di Gesù, infatti, possiamo vedere l'amore infinito, onnipotente e misericordioso di Dio. Ma soltanto se ci riconosciamo peccatori. Gesù ci ha riconciliato con Dio Padre mostrandoci sulla croce un amore capace di riavvicinare a sé i suoi nemici. Perciò è del tutto evidente quanto dice l'Apostolo: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia» (Rm 3,23-24). Il perdono di Dio è proprio qualcosa che ci raggiunge per-dono. Dio solo poteva attraversare la distanza che ci separava da lui e l'ha fatto: ha ridotto la nostra lontananza fino al punto di offrirci irrevocabilmente la sua amicizia. Gratis. La condizione di peccatori resta però anche oggi l'amara esperienza che facciamo di noi stessi: siamo sempre bisognosi della misericordia di Dio. Avvertiamo come ogni nostro incontro con lui sia l'incontro tra un Padre misericordioso e un figlio peccatore. Sentiamo che questo incontro è sempre di nuovo un dono, e che mai potremmo darlo per scontato come ovvio, né tanto meno pretenderlo come un diritto.

Perché l'esperienza della comunione con Dio sia autentica, dobbiamo allora conservare chiara la consapevolezza che essere amici di Dio è possibile soltanto perché lui è misericordioso. Detto al contrario: se si oscura in qualche momento la coscienza della gratuità dell'amore di Dio e della nostra indegnità, allora la comunione con Dio, che pure ci sembra di sperimentare, non è vera. II dono della sua amicizia è da accogliere ogni volta come un miracolo, con stupita gratitudine: «Gesù riprese: - Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! E più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio -. Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: - E chi mai si può salvare? -. Ma Gesù, guardandoli, disse: - Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio -» (Mc 10,24-27). Questo tempo di quaresima è un tempo opportuno (un kairòs) per riconoscere il male che c'è in noi e attorno a noi. E' il tempo nel quale tenere fede all'impegno che Gesù ci chiede: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mc 14,38). La vigilanza nei confronti del male è indispensabile perché se la comunione con Dio è un dono, come tutti i doni può anche essere sciupata.

La Scrittura ci insegna che il male che abbiamo dentro non dipende soltanto da noi. C'è all'opera nel mondo un «maligno» (la Bibbia lo chiama più spesso satana o diavolo) che ha come scopo quello di rovinare l'amicizia di Dio con noi. Egli non può sopportare di vederci in armonia con il Signore e, pieno di invidia, fa di tutto perché ci allontaniamo da lui (vedi Sap 2,23-24). Arriva perfino a citare la Scrittura (cf Mt 4,1-11 e Lc 4,1-12) e ad insinuarsi in pensieri all'apparenza santi («verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio», Gv 16,2).

Di questo nemico Gesù dice che è troppo forte per noi. Non possiamo pensare di poterlo affrontare con le nostre forze. Sarebbe una presunzione fatale. Satana non aspetta altro per poterci distruggere che trovarsi a tu per tu con noi. L'arma potente che il Signore ci consegna per contrastarlo è il suo Spirito e la preghiera. Per questo ha pregato prima di tutto lui stesso per noi: «Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17,14-16). Ci ha poi insegnato a fare altrettanto nel Padre nostro: «Padre, liberaci dal male (dal maligno)». E infine ha consegnato alla sua chiesa l'impegno di celebrare la memoria della sua croce nella forma di un invito a cena e di un ringraziamento, perché possiamo vivere sempre di più la sua ospitalità e la grandezza di un dono non solo promesso, ma già realizzato.

 

 

 

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