Nel corso della Novena abbiamo letto la "Lettera di Natale" che Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, ha inviato ai bambini della Diocesi.
Carissimi bambini,
ogni anno, a Natale, vi scrivo una lettera.
Poi faccio mettere dei bei disegni colorati e la faccio stampare bene.
Così diventa un piccolo libro: il mio regalo per ciascuno di
voi.
Avete ricevuto quella dello scorso anno:
Messaggeri di Gesù. La storia di Bertina e del suo pastore?
E quella di due anni fa, che si intitolava: Voglio raccontarvi un
segreto?
No?! Allora, chiedete al vostro Parroco, che sa dove trovarle.
Vorrei proprio che tutti i bambini della Diocesi avessero questo
piccolo segno del mio grande affetto.
Sì, perché il tempo che ciascuno di voi impiegherà per leggere la mia
lettera sarà come se l'avesse passato con me, attento e affettuoso, ad
ascoltarmi.
E il tempo che io ho impiegato a scrivere è come se l'avessi passato con
ciascuno di voi...
Chissà chi ci mette di più. Io a scrivere? o voi a leggere?
Che bello poter stare così, un po' insieme!
Le persone che si vogliono bene desiderano, più di ogni altra cosa,
stare insieme.
E io vi voglio bene, ma tanto, tanto, così tanto e così bene che non mi
basta aver incontrato qualcuno di voi durante le visite alle parrocchie
o, magari, all'oratorio estivo, quando sono venuto a trovarvi a
sorpresa.
In quelle occasioni, posso solo chiedere il nome e dare una carezza a
qualche bambino.
Loro mi ricambiano sempre con un sorriso, che scalda il mio cuore e mi
fa dimenticare di essere stanco.
E sì, ho i capelli un poco grigi e, qualche volta, sento la fatica dei
molti impegni...
Ma perché quegli incontri, anche se bellissimi, non bastano a dire
che vi voglio bene?
Perché il bene che vi voglio è grande, grande più di me e del mio
cuore, più di tutte le parole che conosco - sono molte! - e più di tutti
i posti dove sono stato - e sono moltissimi! -.
Perché il bene che il Vescovo vuole ai bambini è come quello di Gesù.
Anzi, è il bene di Gesù!
È lui, Gesù, che un giorno ha detto: «Lasciate che i bambini vengano a
me e non glielo impedite».
È lui che li accarezzava e che «prendendoli fra le braccia e ponendo le
mani sopra di loro li benediceva».
Voglio farvi sentire la sua carezza, il suo abbraccio, la sua
benedizione.
Voglio dirvi le sue parole, fino a lasciarvi immaginare il suo cuore,
pieno di amore e tanto grande da tenere dentro di sé tutti i bambini e
tutte le persone del mondo.
Come sarebbero tutti più felici se sapessero di poter abitare nel
cuore di Dio!
Lì c'è solo gioia e pace, per tutti e per sempre!
So che voi, carissimi bambini, mi capite.
Voi sapete e sentite dentro di voi che nel cuore di Dio c'è un mondo di
bene e che il mondo sarebbe pieno di bene se tutti volessero imparare ad
amare come Gesù, il Figlio di Dio, il nostro grande amico, fratello e
maestro, il Signore della nostra vita.
Voi, allora, soffrite - e io con voi - ogni volta che il mondo si
colora di male, di violenza, di cattiveria, di paura, di odio.
Voi avete pianto - e io con voi - quando la televisione ci ha mostrato
il volto terrorizzato di ragazze e ragazzi che hanno assistito
all'orribile e assurdo massacro di molti di loro, insieme a genitori e
insegnanti, in una scuola della lontana Ossezia, dove dei terroristi li
avevano presi prigionieri.
Abbiamo pianto e abbiamo pregato.
Abbiamo affidato al Signore tutte le vittime di tutte le violenze del
mondo.
Abbiamo chiesto a Gesù di curare le ferite che l'odio lascia, le ferite più profonde, quelle che restano nella mente e nel cuore di tanti bambini e delle loro famiglie.
Ma abbiamo anche chiesto a Dio con forza - io, dentro di me, ho gridato - che apra la mente e fermi la mano di chiunque, in qualsiasi parte del mondo, semina uccisione e fa crescere infinite tristezze.
Dona a tutti, o Signore, il sacro rispetto per la vita di ogni
persona!
Il rispetto per la vita.
Sempre.
Da parte di tutti!
Mai più, o Dio, la violenza!
Mai più il terrorismo.
Mai più la guerra.
Mai più la fame e le ingiustizie.
Mai più!
Ho bisogno di voi, cari bambini, per dare più fiato a questa mia e
vostra preghiera.
Ho bisogno, sì, della vostra voce.
Ma, più ancora, della vostra volontà e della vostra intelligenza, per
dire a Dio, con impegno: 'Comincio io, o Signore, a vincere il
male.
Comincio io a stare dalla parte del bene, sempre, senza
eccezioni, anche quando mi costa fatica, anche quando è meno simpatico
del male".
Già, perché non sempre il male è orribile e fa paura.
Molto più spesso, entra dentro di noi mascherato da "che male c'è?",
oppure "tanto lo fanno tutti..." o, ancora, "fai così che è più comodo".
Non lasciamolo entrare, ragazzi.
Per il bene più grande, per il bene di tutti, che è il valore e il
rispetto della vita di ogni persona, vogliamo dire a Dio - e lui saprà
farlo sapere a tutti - che ci impegniamo noi per primi.
Costi quello che costi!
Siete disposti, cari bambini, a qualche sacrificio per
avere un mondo pieno di pace, di amore, di giustizia, di gioia per
tutti?
Si?!
Siete disposti anche a rinunciare a qualche regalo di Natale, in
cambio del dono della pace?
Anche a rinunciare a tutti quanti i regali?
Non ci perdereste nulla, sapete, perché con la pace si ha davvero
tutto, mentre senza la pace tutto è perduto.
Gesù Bambino è il «principe della pace».
E vuole portarla a tutti gli uomini.
Per farlo, non vi chiederà, forse. di rinunciare a qualche regalo.
Se, però, farete in modo che ne abbiano anche i moltissimi bambini che,
in diverse parti del mondo, non hanno nulla...,
anche Gesù sarà più contento.
Per portare la pace a tutti - a cominciare da voi, dai vostri
genitori e fratelli e anche da me -, Gesù Bambino ha bisogno che
accogliamo un suo dono specialissimo.
Che cos'è?
Ve lo dico raccontandovi quello che mi è capitato con uno di voi.
L'anno scorso, una mattina, pochi giorni prima di Natale, una giovane mamma mi ha portato i suoi due bambini - uno di due e l'altro di quattro anni -, per farmi gli auguri e perché io li benedicessi.
Ho preso in braccio il più piccolo, al quale ho dato anche un bel
bacio, mentre Luca, il più grande, senza nessuna vergogna, mi
tirava un lembo della mia fascia rossa.
Doveva consegnarmi subito il suo regalo.
L'ho preso e non ho fatto neanche in tempo a ringraziarlo.
Era già corso via, con la mamma a inseguirlo, sgridandolo un po' per
quel gesto brusco, mentre si scusava con me per non potermi salutare
bene.
Ho sorriso e ho messo in tasca il regalo, senza farci troppo caso.
Ero troppo preso, in quel momento, a salutare le altre persone che
stavano giungendo.
Solo a sera, finalmente a casa, il regalo di Luca è sbucato
dalla mia tasca.
E allora ho capito.
Era nelle mani di un bambino, ma quel regalo veniva proprio da Gesù
Bambino.
In quel dono, come in ogni dono che viene da Dio, c'era anche un
messaggio importantissimo per me e per tutti gli uomini di buona
volontà.
Si trattava di una piccola croce.
L'ho adesso davanti a me, mentre vi scrivo.
È di argilla, modellata dal bambino stesso, forse con l'aiuto del papà,
che fa l'artigiano.
Una semplice croce, da portare appesa al collo, sopra il vestito,
proprio come fanno i Vescovi.
È resa ancora più bella, sul davanti, da alcune perline colorate,
mentre dietro c'è una scritta, fatta dalla mamma dei due bambini, ma
suggerita da Luca stesso:
"Al capo dei preti".
E già..., sono proprio io!
Pensate, ragazzi: un bambino, a Natale, regala al Vescovo una croce.
E così è lui, un bambino, a ricordare anche al "capo dei preti" che
il regalo più grande di Gesù Bambino, per tutti, è sempre
la sua Croce!
Gesù Bambino, nella statuetta che metteremo nel presepe, ha
le piccole braccia aperte.
E Gesù, sulla croce, ha ancora le braccia aperte.
Ecco il regalo di Gesù all'umanità: lui ci abbraccia sempre.
Ci abbraccia quando siamo rispettosi e inteneriti davanti a lui, come i
pastori davanti alla grotta di Betlemme: allora gli obbediamo
volentieri.
Ma ci abbraccia anche quando siamo chiusi nei nostri capricci, come
Erode, e diventiamo cattivi ed egoisti, fino a volerci allontanare dallo
sguardo di Dio che ci rimprovera.
E proprio allora che l'amore di Gesù mostra a tutti la sua vera forza,
lasciandosi mettere i chiodi che lo tengono legato per sempre a noi
uomini, anche quando il nostro cuore è di legno, come la croce.
Gesù Bambino e Gesù sulla croce hanno lo stesso respiro: è lo Spirito
Santo.
Hanno lo stesso cuore, pieno, stracolmo dell'amore di Dio: anzi è la
sorgente dell'amore di Dio.
Hanno anche la stessa voce - è la parola di Dio -, che continua a dirci,
dall'inizio alla fine: "Ecco, io sono con voi sempre.
Non vi abbandonerò mai. Mai!".
Sì, carissimi bambini, Gesù non ci abbandona mai.
Non ci abbandona, perché Natale vuol dire "nascita" e Croce vuol dire
"morte".
Guardare la Croce a Natale vuol dire sapere che Gesù ci è vicino
sempre, dalla nostra nascita sino alla fine della nostra vita.
Questo è davvero un grande regalo che, purtroppo, pochissimi, forse
nessuno, possono farci, neanche quelli che ci amano più di tutti
Gesù, invece, sì!
Ci era vicino quando siamo nati, ci è vicino adesso e lo
sarà quando moriremo.
Ma quella Croce, il regalo di Gesù Bambino, vuol dire ancora di più.
Significa che a Natale Dio comincia sempre di nuovo a volerci bene.
Il suo amore nasce sempre, non è mai stanco di iniziare a stare con noi.
Ma, soprattutto, vuol dire che quell'amore appena nato non finirà
mai.
Chi di noi non ha paura di veder finire le cose belle che sono iniziate?
Tutti, non solo voi bambini, abbiamo paura che finisca un'amicizia e che
papà e mamma non ci vogliano più bene se non siamo buoni, o che qualche
male oscuro o la cattiveria che insanguina il mondo ci separi dagli
affetti più cari.
Preghiamo e ci impegniamo perché ciò non accada mai, ma non possiamo
essere sicuri che così avvenga.
Invece la Croce di Gesù è il "sigillo di garanzia" che il suo
amore per noi non finirà mai.
Sì, perché Gesù, morendo sulla Croce, non ha finito di amarci.
Anzi, proprio lì ci ha amato fino alla fine, con un amore immenso,
infinito.
Con un amore che dura per sempre.
È accaduto proprio così.
Quando Gesù ha donato la sua vita per amore, sulla Croce, allora Dio
l'ha presa e, dopo tre giorni, l'ha fatta risorgere, l'ha fatta vivere
per sempre, per essere un dono di vita che continua sempre, anche dopo
la nostra morte.
È la "vita eterna"; dove saremo tutti insieme a Gesù e insieme
tra noi, per sempre.
Ma sapete, cari bambini, che quella "vita eterna" ha un sapore?
E che si può gustare già adesso, tante volte?
Come?
Lo spiegherò meglio in un'altra lettera, indirizzata ad alcuni di voi
e ai loro genitori.
È la lettera per i bambini della Prima Comunione, ai quali ho promesso
di scrivere in vista di quel giorno importantissimo.
Ma per tutti, proprio a Natale, è ancora Gesù Bambino a spiegare come si fa a sentire - e a vivere - il gusto della "vita eterna" già adesso.
Infatti, Gesù nasce a Betlemme.
Il nome "Betlemme" vuol dire "casa del pane".
Gesù, allora, è nato in quella "casa del pane".
E, adesso, se vogliamo andarlo a trovare ogni giorno, dove andiamo?
Andiamo in chiesa e cerchiamo con lo sguardo il lumicino rosso acceso
dove è custodito il Pane in cui Gesù è sempre vivo, lui che un giorno ha
detto: «Io sono il pane vivo...
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la
mia carne per la vita del mondo».
Capite?
Anche la vostra chiesa, soprattutto quando vi si celebra la
Messa, è la "casa del pane".
Là si può incontrare, anzi gustare, la "vita eterna".
La "vita eterna" ha il sapore della vita di Gesù, è la vita di Gesù,
che anche noi possiamo prendere, gustare... e vivere di nuovo.
Sì, da Betlemme, più di duemila anni fa, fino ad oggi, su tutti gli
altari di tutte le chiese del mondo, gli uomini possono prendere e
mangiare la vita di Gesù, per poi vivere come lui.
Carissimi bambini, mi accorgo che forse è un po' difficile spiegarvi
quanto il Santo Natale sia legato al sacrificio di Gesù sulla Croce e al
dono dell'Eucaristia.
Ma se lo capirete sempre meglio, proverete la gioia più vera del
Natale, quella che non finisce mai e che potete sperimentare ogni
volta che andate a Messa.
Ci può aiutare anche una bella leggenda, che ho imparato molti anni fa.
Forse la conoscete già anche voi.
Tra poco ve la racconterò.
Voglio dedicarla a tutti voi e anche ai ragazzi più grandi, i giovani,
che andranno in pellegrinaggio a incontrare il Papa, facendo una strada
- pensate un po' - che hanno fatto i Re Magi.
Andranno a Colonia, in Germania, dove tanti anni fa sono attivati
proprio i Magi, quelli dell'Epifania.
Beh, non erano proprio loro...
Erano i loro corpi, venerati dai cristiani di tutto il mondo.
In questo Santo Natale, cari bambini, ci sono tre cose che possiamo fare bene.
La prima: guardare, anzi rimanere a lungo con gli occhi fissi su Gesù Bambino.
La seconda è andare a Messa e pensare così alla Croce di Gesù.
Perché poi non mettere, bene in vista, una bella croce vicino al presepe
o sull'albero di Natale?
E la terza cosa da fare?
Eccola: se vogliamo assaporare la vita che Gesù Bambino è venuto a
portare a tutti, seguiamo l'esempio del "Quarto Re".
Il Quarto Re si chiamava Artibano.
Come gli altri tre Re Magi, vide nel cielo lo stella misteriosa,
che indicava il cammino verso il Re Bambino appena nato.
E decise di partire con loro, che lo aspettavano in una città
distante qualche giorno di viaggio da casa sua.
Vendette tutti i suoi beni per comprare uno zaffiro, un rubino e una perla, che avrebbe donato al Re dei re.
Era appena partito, quando il suo velocissimo cavallo s'arrestò
all'improvviso dopo una svolta pericolosa.
Sulla strada c'era un moribondo, abbandonato.
Artibano scese e gli prestò le prime cure.
Poi lo caricò sulla sella e lo portò fino a una locanda.
Qui lasciò il suo zaffiro, con l'ordine di curare quell'uomo
finché fosse guarito.
E l'uomo ferito lo ringrazio con una straordinaria profezia: «A Betlemme deve nascere il Messia».
Ripartito, Artibano giunse tardi all'appuntamento con gli altri tre Re, che già si erano diretti verso Betlemme.
Anche là, Artibano giunse solo tre giorni dopo che i suoi compagni
avevano deposto ai piedi del Re
l'oro, l'incenso e la mirra ed erano ripartiti per un'altra via.
Alcune persone del posto gli dissero che tre stranieri, giunti
dall'Oriente e guidati da una stella, avevano trovato Maria con
Giuseppe, il suo sposo, e che avevano adorato il Bambino.
Gli dissero anche che la notte successiva la famiglia di Nazaret era
fuggita in gran fretta, dirigendosi forse in Egitto.
Artibano si mise sulle loro tracce.
Ma il cammino per quei paesi e deserti sconfinati, dopo un viaggio di
mesi e mesi, lo riportò ancora in Palestina.
Per trovare il Re, che un giorno la stella gli aveva indicato,
chiese aiuto a un rabbino.
Questi prese una vecchia pergamena, la lesse con grande attenzione e vi
trovò queste parole:
«Il Messia va cercato tra i poveri, gli umili, quelli che
soffrono e che sono oppressi».
Allora Artibano vendette anche il suo rubino, per cominciare, con il ricavato, a nutrire gli affamati, a vestire i poveri, a curare gli ammalati, a visitare i carcerati..., con tutto l'impegno che poteva.
Passarono così trentatre anni da quando era partito in cerca della
vera Luce.
I suoi capelli erano diventati grigi.
Era proprio stanco.
Ma, cercando ancora il Re, tornò per l'ultima volta a
Gerusalemme, nel periodo della Pasqua.
Quel giorno era un venerdì.
E c'era, nella folla, un'agitazione particolare.
"Noi andiamo al 'Luogo del Teschio' - sentì dire - , dove c'è la
crocifissione di due malfattori e di un altro, chiamato Gesù di
Nazaret, che ha fatto molto bene al popolo.
Pilato lo manda a morire, perché lui dice di essere il Figlio di Dio e
il Re dei Giudei".
Artibano pensò tra sé:
"Forse ho trovato, finalmente, il mio Re, nelle mani dei suoi nemici.
Arriverò in tempo, almeno per offrire la mia perla per il suo
riscatto?".
Mentre si dirigeva al Calvario seguendo la folla, una ragazza gli si
avvicinò e, in ginocchio, lo implorava: "Per amore di Dio, abbi pietà di
me.
Sono una misera schiava.
Salvami.
Ridonami la libertà!".
II vecchio Artibano possedeva ormai solo quell'unica perla, ma
volentieri la consegnò alla ragazza, per la sua libertà.
Ed ecco, improvvisamente, si udì un boato.
La terra continuava a tremare; il cielo si oscurava; i muri delle case
si spalancavano e crollavano;
nuvole di polvere riempivano l'aria; tutti fuggivano terrorizzati.
Artibano rimase colpito violentemente da una pietra.
Allora, la ragazza lo sostenne tra le sue braccia e lo sentì sospirare:
"Non lasciarmi morire così, o Signore.
Per tanti anni ti ho cercato ansiosamente.
Ma non ho mai avuto la soddisfazione di poter contemplare il tuo volto,
né di offrirti il minimo servizio, o mio dolce Re".
Artibano cessò di parlare.
Ma un'altra voce, dolcissima e profonda, si fece sentire:
"Artibano, io ho avuto fame e tu mi hai dato da mangiare.
Ho avuto sete e tu mi hai dato da bere.
Ero forestiero e mi hai ospitato...
Ogni volta che hai fatto queste cose ai tuoi fratelli, l'hai fatto a
me.
Vieni, benedetto dal Padre mio!".
Un grande respiro uscì dalle labbra di Artibano.
I suoi doni erano stati veramente graditi.
Egli aveva finito il suo lungo viaggio.
E voi, cari bambini, volete iniziare con me, a Natale, il viaggio più bello della vostra vita?
Buon Natale!
Il vostro Arcivescovo Dionigi